Mozione sul no al referendum passa ma opposizioni abbandonano

Approvata in aula Giulio Cesare durante una movimentata assemblea capitolina la mozione sul "No al referendum costituzionale". Alle votazioni però soltanto la maggioranza e Fassina. Le altre opposizioni abbandonano l'aula prima della votazione.

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28 favorevoli, nessun astenuto e nessun contrario. Questi i risultati della votazione nell’agitatissima seduta di ieri dell’Assemblea Capitolina sulla mozione per il no al referendum presentata dai 5 stelle, in cui si esprime “fortissimo allarme per la deriva autoritaria in atto” con il referendum costituzionale del prossimo 4 dicembre. Le opposizioni hanno abbandonato l’Aula Giulio Cesare prima di partecipare al voto. Assente anche la Sindaca Virginia Raggi. A votarla sono stati soltanto la maggioranza e Sinistra per Roma, lista che fa capo a Stefano Fassina, che al voto favorevole si è preso l’applauso degli attivisti M5S e i fischi dei militanti PD.
“Oggi l’onorevole Fassina ha fatto propria un’istanza presentata dai ‘grillini capitolini’ – spiega il consigliere PD Marco Palumbo – che con arroganza hanno imposto all”Assemblea Capitolina un voto su una mozione di parte oggetto della campagna referendaria. Che gli adepti di Beppe Grillo non avessero alcuna cultura e rispetto delle istituzioni lo avevamo capito da un pezzo. Ma che anche Fassina, venisse meno all’obbligo che il ruolo di eletto gli impone è una novità rilevante”.

La mozione, a prima firma del capogruppo M5S Paolo Ferrara, impegna la Raggi “a farsi promotrice della volontà espressa dal Consiglio comunale e delle perplessità evidenziate inoltrando il presente atto consiliare al presidente della Camera dei Deputati, del Senato, ai presidenti dei gruppi parlamentari di Camera e Senato e all’Anci”, in merito all’allarme di deriva autoritaria che potrebbe verificarsi con la vittoria del sì al referendum confermativo promosso dal Governo Renzi. “Il combinato disposto tra le riforme della legge elettorale e del Senato – si legge ancora nella mozione – offrirà un potere praticamente assoluto al partito o alla lista che, con solo il 40% dei voti, conquisterà il 55% dei seggi alla Camera” e “comprimerà ulteriormente il diritto alla sovranità popolare dei cittadini modificando e mortificando gli istituti costituzionali di democrazia diretta”.

L’Assemblea è stata accesa sin da subito: il PD ha invitato a non votare la mozione per la sua inutilità e illegittimità. Ai vari interventi, il presidente, Marcello De Vito, ha più volte invitato il pubblico a “non applaudire agli interventi”, per poi sospendere la seduta e convocare i capigruppo. Inoltre, è stato fatto allontanare dall’aula il consigliere PD Marco Miccoli. “Non si è mai visto che venga cacciata dall’Assemblea capitolina una parte politica in disaccordo con la maggioranza, mentre l’altra viene difesa” attacca subito la capogruppo PD Michela Di Biase.

“Il M5S sbaglia a presentare la mozione violando il regolamento e il presidente De Vito si rifiuta di chiedere al segretario generale l’approfondimento da me richiesto, ovvero se la mozione ex articolo 109 potesse essere presentata. Da regolamento non è così”. Questo l’intervento della Di Biase, dopo il quale De Vito ha sospeso la seduta. “Sbagliano articolo – ha continuato la Di Biase – dovevano presentarla secondo l’articolo 58 e invece tirano dritto come se le regole valessero solo per gli altri”.
“Questo è il luogo giusto – spiega Ferrara – per discutere la mozione, perché i sindaci diverranno part time. Questa riforma vuole creare una Repubblica delle banane fondata sulle nomine. Qui in Campidoglio, a differenza del Governo, c’è una maggioranza democraticamente eletta dai cittadini. In Campidoglio prima c’era il Pd che difendeva Buzzi e Carminati, oggi ci siamo noi che difendiamo la Costituzione. Invitiamo la sindaca Raggi nel caso in cui fosse indicata come senatrice a rinunciare all’incarico per dedicarsi alla cura della città, come del resto ha già annunciato di voler fare”.
Mozione “non votabile” anche per la deputata e consigliera FdI Giorgia Meloni, anche se il suo partito è orientato al no al referendum. “Mi sarebbe piaciuto discutere del ruolo di Roma Capitale, questi sono temi di cui votare. La mozione non parla di questo, ricalca una tesi politica buona nelle sedi di partito ma non va mischiata con il ruolo del Consiglio comunale”. “Non c’è senso delle istituzioni, non farò lo stesso errore: penso che il presidente del Consiglio – continua la Meloni – vada inchiodato per questo utilizzo, non vorrei avere domani anche un sindaco che non fa il sindaco perché sta facendo campagna elettorale per il no”.

A tirare le fila della discussione, lo stesso presidente dell’Assemblea Capitolina De Vito, che dice: “La calendarizzazione è stata decisa nella precedente capigruppo e, non essendoci stata unanimità, l’ordine dei lavori è stato approvato in aula. L’aula, a maggioranza, ha deciso di confermare quest’ordine. È stata anche sollevata una questione pregiudiziale, io ho sospeso la seduta, ho convocato i capigruppo e i capigruppo rappresentanti i tre quarti del consiglio hanno richiesto la discussione pubblica. Il consiglio si è quindi espresso rigettandola. Abbiamo sempre fatto esprimere l’aula, non vedo dove sarebbero le violazioni del regolamento”. E conclude: “Temo l’esposto del Pd al prefetto sul regolamento? No!”. (L’UNICO)

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