Cari amici “razzisti, “xonofobi”, e anche un pò “fasci” oggi ho letto l’articolo su Repubblica di un noto giornalista, Carlo Bonini, che forse conoscerete più per la serie che ha spopolato sulle pay tv sulla mala romana dal titolo “Suburra” che per i suoi articoli di giornale. Bonini è uno che scrive da anni di cronaca giudiziaria e che gode, come ogni buon giornalista di serie A della collaborazione informale delle cosiddette fonti privilegiate. Bene, l’articolo di oggi verteva tutto sull’indignazione per la foto di quel Gabriel Christian Natale Hjorth, con le mani legate dietro alla schiena e gli occhi bendati. Gabriel chi? Uno dei due giovanotti che giovedì notte ha preso parte all’uccisione barbara del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega, massacrato con 8 coltellate.

“Repubblica – scrive l’indignato autore di Suburra – si è data la regola di non pubblicare immagini di persone private della loro libertà. E questa foto non è un’eccezione. Perché qui, il corpo del “reo” racconta altro. Il contesto emotivamente stravolto in cui un indiziato di reato è stato fermato e l’effetto a catena che ha prodotto.” Insomma per il giornalista la benda intorno agli occhi di un assassino obnubila il reato stesso. Avete presente quello che guarda la pagliuzza nell’occhio altrui, non curandosi di avere una trave nell’occhio?

Ma Bonini affonda oltre. Udite udite: “Mentre il vicepremier e ministro dell’Interno Matteo Salvini qualificava come «bastardi» i due fermati dai carabinieri, pronunciando contestualmente la sentenza definitiva di «condanna a vita ai lavori forzati» , in una caserma dei carabinieri accadeva quello che questa foto documenta. Gabriel Christian Natale Hjorth perdeva ogni diritto di habeas corpus.”

Bene amici “fascisti”, “xenofobi” e “populisti”. Ho provato dolore nel leggere queste righe da una firma così autorevole e vi racconto perché. Bonini parla del “diritto di habeus corpus” di uno che ha appena preso parte ad un’azione criminale che ha condotto all’uccisione di un carabiniere, ma qualche anno fa scrisse una storia che riguardava mio cognato dipingendolo con affermazioni che non trovarono riscontro in alcuna sentenza di tribunale. Ciò ad evidenziare come la sensibilità per il diritto dei detenuti sia per Carlo Bonini e Repubblica, “a targhe alterne” e forse funzionale a scopi ideologici e politici.

Prima ancora che si aprisse un processo, Bonini firmò articoli che parlavano di collegamenti criminali del padre dei miei nipoti che la magistratura ha poi ritenuto non significassero nulla di penale. Ma quando li scrisse, prima ancora si aprisse il processo, li vergava con la sicurezza di una sibilla cumana.

Ricordo bene la sofferenza nella mia famiglia, e specie in mia sorella che sacrificò molti anni della sua vita e quella dei suoi figli, tra tribunali, carcere e sofferenze inutili. Concordo sul piano teorico con Carlo Bonini e Repubblica sul diritto dei detenuti a un trattamento nei limiti della legge, anche di un orrido assassino come quest’americano che ha ucciso Rega, ma l’attenzione deve essere per tutti, anche per coloro che si crede provengano da ambienti politici diversi. E invece credo proprio che l’accanimento di certi articoli, poi smentiti dalle sentenze, fossero dettati dal furore ideologico di uno scrittore nato nella redazione de L’Unità. La sensibile attenzione per questo americano come pretende Bonini, non ci fu però per mia sorella, ad esempio, e per i suoi figli, costretti a leggere prima ancora che la magistratura inaugurasse un regolare processo, le righe accusatorie di Bonini su un padre e marito innocente.

Oggi il padre dei miei nipoti, dopo anni di sofferenze, è tornato un uomo libero, con sentenza definitiva di assoluzione. L’attenzione e la sensibilità che oggi Bonini nutre per Gabriel Christian Natale Hjorth, leso a quanto pare da un pezzo di stoffa intorno agli occhi, dov’era quando si trattò di scrivere quegli articoli su persone “soltanto” indagate? All’epoca scrissi dei messaggi a Bonini, con la stessa indignazione che lui oggi prova per il trattamento subito da questi americani reo-confessi. Volevo delle risposte, ero accecato dall’amore per mia sorella, e dall’indignazione per le sue parole, e volevo chiedergli come mai in quegli articoli si sostituisse ai giudici. Non rispose mai. Allora una riposta me la sono data da solo: abbiamo giornalisti e intellettuali indottrinati a colpire in maniera ideologica. Che utilizzano parametri deontologici a targhe alterne e in modo politico e strumentale. Credo che Bonini sappia che determinati articoli da lui firmati sono molto peggio della benda intorno alla testa di Hjorth. Io e la mia famiglia,  li abbiamo provati sulla nostra pelle. Ma continueranno a usare due pesi e due misure.

Riccardo Corsetto