Carabiniere ucciso: tante le verità scomode

L’omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega ad opera di due o più elementi stranieri, ha effettivamente determinato una ondata di generale indignazione. Inizialmente si era parlato di una gang nordafricana di spacciatori, per poi invece passare all’arresto ed alla confessione di due cittadini Usa, coinvolti in una vicenda di finte quantità di droga, spacciate da un elemento nostrano. Che qui si parli di spacciatori stranieri o nostrani, di “risorse” o di turisti assassini, la sostanza non cambia. Le cose, comunque la si voglia vedere, non possono più andare avanti così. Punto primo. Roma, capitale di una metropoli europea dalla storia plurimillenaria, non può continuare ad esser trattata alla guisa di una latrina a cielo aperto, abbandonata a sé stessa ad orde di “risorse” allo sbando, turisti ammantati di una criminale arroganza, traffico, sporcizia e degrado urbano a non finire.

Le notti di Trastevere, Testaccio, Campo De’ Fiori, San Lorenzo e via dicendo, si sono via via trasformate in un indegno bailamme di spacciatori, tossico-pezzenti, alcolizzati, barboni, teppisti da quattro soldi, che la fanno da padrone, sporcando, insudiciando, molestando. Alcool e droga qui scorrono a fiumi, senza controllo alcuno. E poi guai a cercare di dare un ordine, o una minima parvenza di assetto ai locali che spuntano come funghi qui e là, vendendo superalcoolici a mò di supermarket. In particolare, Roma è divenuta preda di orde di turisti-residenti Usa, che campano qui con quattro soldi. La John Cabot University è uno dei punti di raccolta di una certa umanità, che vagola per le strade di Trastevere, urlando, sbraitando, bevendo e facendola da padroni a casa nostra.

Anche qui, bisognerebbe cercare di esercitare più pressioni e controlli ad ora, totalmente insufficienti. Punto secondo. La droga sembra esser oggi uno di quei capisaldi, un corollario, la cui presenza nessuno vuol osare toccare o mettere in discussione. Leggi più severe contro lo spaccio, sicuramente. Ma anche, specialmente, contro il consumo. E non solo in un senso meramente repressivo, ma anche e soprattutto, educativo, mirando ad indicare le controindicazioni annesse all’uso di certe sostanze (alcool incluso, sic!). Punto terzo. Gli stranieri. “Risorse” o meno. Studenti, pseudo-lavoratori, turisti d’accatto ed altro. Roma, lo ripetiamo, non può esser ridotta ad una fogna o ad un ostello di miseria, solo per far contenti quattro ristoratori, affitta camere abusivi, agenzie turistiche con tanto di pullman puzzolenti ed ingombranti, che trasportano orde di incivili che insudiciano, danneggiano e violano la sacralità dei monumenti della nostra amata Capitale.

Chi non ha soldi, qui non ci può stare. Imporre tasse e balzelli a chi viene qui, sia a livello nazionale che a livello locale. In particolare, siccome non si può più assistere allo spettacolo di gente venuta da fuori che vive ai margini della società, sotto i ponti, nelle stazioni, nelle fogne sul fiume Tevere o in campi “nomadi” a mò di favelas, sarebbe necessario imporre a tutta questa bella congerie di umanità una consistente tassa annuale, per aver modo di poter condurre una vita degna di tale nome. In caso contrario, una espulsione dettata da motivi sociali ed umanitari, perché Roma e l’Italia non possono diventare né la “Capanna dello Zio Tom”, né un serbatoio di miseria, marginalità e sfruttamento.

E poi uno STOP deciso e senza remore, agli ingressi di barconi et similia nel nostro Paese, da qualunque causa determinato.  E poco importa che dal Circo Equestre di Bruxelles, pervengano latrati e gridolini di sdegno. Idem dicasi per un programma di espulsioni, da metter in atto quanto prima, senza se e senza ma. Proposte concrete, dunque. L’indignazione del momento, il voler evocare il ritorno a colonialismi, imperialismi e razzismi vari, ammantati dalle più varie giustificazioni e dal giusto risentimento del momento, è esercizio inutile e sterile, a cui, invece, debbono lasciar posto proposte dure e concrete, accompagnate da una incessante propaganda mediatica, senza se e senza ma. Di una cosa siamo sicuri, ora più che mai: Roma e l’Italia non meritano tutto questo. Pertanto è giunto il momento di dire “basta”, senza lasciarci prendere da ulteriori e dannose remore buoniste.

Umberto Bianchi