Caso Astori, morire di cuore: una domanda a Malagò

Perché il test per l'idoneità all'agonismo non prevede l'ecografia? Nel dilettantismo i protocolli si limitano all'elettrocardiogramma con spirometria non idonei a rivelare patologie latenti

di Riccardo Corsetto

Ho sentito le parole di Malagò, presidente del Coni, che dopo la tragica morte di Davide Astori, chiede di “non abbandonarsi a speculazioni” e afferma di credere che “nessun medico sulla faccia della terra possa predire con certezza categorica una morte improvvisa”. Ha ragione Malagò. L’arresto cardiaco può arrivare senza che qualcuno lo possa prevedere. Ma a volte invece è pur vero che si può prevenire. La morte del capitano della Fiorentina, Davide Astori, ad appena 31 anni,  sta sconvolgendo il mondo del calcio e per la verità non è il primo che riguarda i calciatori, più o meno giovani. Qualcuno ha detto poi che i protocolli nel mondo dello sport sono sicuri, e questo mi sento di poterlo contestare. Io sono stato uno sportivo agonistico, a livello dilettantistico, e credo di poter smentire questa affermazione. Prima di me la smentiscono quotati cardiologi.

Tutte le volte che un giovane calciatore o atleta di altro sport viene sottoposto a test da sforzo, per la idoneità agonistica di routine, in realtà viene sottoposto a un semplice elettrocardiogramma (su cyclette o tapis roulant) e ad una spirometria. Nello sport giovanile e dilettantistico è così. Ma ciò non basta e non è assolutamente sufficiente per svelare anomalie o patologie genetiche del cuore.

Da ciclista amatoriale ho percorso circa 100 mila chilometri, in circa dieci anni di attività, e prima ancora ho giocato al calcio per altrettanti anni. Ad ogni test di idoneità sono risultato adatto allo sport agonistico. Anche nello scorso 2017, mi sottoposi al rituale test che ogni sportivo amatoriale o professionista esegue ogni anno. Risultato? Secondo il medico, all’età di 37 anni, ero ancora adatto a fare ciclismo agonistico, che per rendere l’idea, prevede il sostenere corse da 120 / 140 chilometri con una media di 1500, 2000 metri di dislivello.

Solo grazie a un malore, dovuto probabilmente ad una crisi vagale, lo scorso anno, poco dopo il test classico da sforzo in cui ero risultato idoneo, eseguii ulteriori accertamenti al cuore, in particolare un ecocolordoppler (accertamento principe in cardiologia, che richiede appena 15 minuti, ma quasi mai applicato ai giovani sportivi). Il risultato fu abbastanza inquietante. Cuore dilatato con sette centimetri di diametro nel ventricolo sinistro (che per un individuo come me, alto 170 cm, è molto dilatato) e una frazione di eiezione al 45%, quando il livello normale inferiore è 55%. Al di sotto di questa soglia si inizia a parlare di scompenso cardiaco. Ricordo con sgomento le parole del cardiologo: “Lei ha affanno quando fa le scale?”. Rimase sorpreso quando gli dissi che appena qualche giorno prima avevo percorso il Terminillo in sella a una bici staccando più di qualche amico esperto di pedalata.

Secondo la medicina le diagnosi potevano essere due, a quel punto: cuore d’atleta, nella migliore delle ipotesi. Cardiomiopatia nella peggiore. Il cuore d’atleta è l’ingrossamento del cuore dovuto all’eccessivo allenamento. Non è una cosa buona, comunque, perché significa che il cuore si sta allargando per compensare un’eccessiva pressione del sangue dovuta agli sforzi e perde a causa della dilatazione la capacità di pompa. La cardiomiopatia è invece l’ingrossamento dovuto a patologie spesso irreversibili e maligne che richiedono impianto di peacemaker e nei casi terminali il trapianto di cuore.

La prima domanda che feci al cardiologo fu: “Come è possibile che al test sono risultato idoneo all’attività agnostica, mentre lei mi dice che il mio cuore pompa male ed è grosso come non dovrebbe essere?”

La risposta fu eloquente: gli esami diagnostici eseguiti generalmente dai medici sportivi (tra l’altro quasi mai cardiologi) prevedono un semplice elettrocardiogramma che traccia esclusivamente l’attività elettrica del cuore ma non sono in grado di svelare in nessun modo eventuali patologie genetiche (come da esempio la malattia aritmica che stroncò il povero Morosini, che secondo alcuni cardiologi – come il Prof. Cecchini, www.cecchinicuore.org – poteva essere salvato.

Solo grazie a questi cardiologi (il dottor Vaccarella del Gemelli che mi ha trattato con grande professionalità) che non sono medici dello sport, e mi hanno sottoposto ad analisi sempre ordinarie ma certo più accurate e complete di quelle che fanno tutti i nostri ragazzini che giocano a calcio in migliaia di squadre su tutto il territorio nazionale, ho potuto scoprire che il mio cuore non era in forma smagliante ed era entrato in una fase di disfunzione sistolica, ovvero incapacità di pompare bene il sangue a tutte le zone del corpo.

A giugno quindi, essendo incerta la diagnosi, mi fu prescritto di abbandonare la bicicletta e qualsiasi attività sportiva per almeno sei mesi. Mentre l’attività elettrica era da cuore sano, non lo era la struttura e la funzione sistolica. Tutti elementi che nell’esame agonistico non si vedono assolutamente.

Un de-training allora, nel mio caso, è stato necessario per vedere se il cuore, dopo uno stop prolungato, fosse in grado di rimodellarsi diminuendo il diametro e tornasse a pompare sangue nella norma. Sono stati sei mesi di ipocondria e incubi notturni. Ma per fortuna al nuovo controllo, il mio cuore si era ristretto di due/tre millimetri, riacquistando la giusta frazione di eiezione, che sarebbe la differenza tra il sangue spinto dal cuore in esterno (attività sistolica) e il sangue introitato (attività diastolica). Valore normale che la cardiologia fissa tra il 55% e il 70%.

Oggi la cardiologia mi rassicura sul fatto di essere affetto dal cosiddetto “cuore d’atleta”, scongiurando a quanto pare la diagnosi maligna della cardiomiopatia dilatativa, e mi hanno consigliato di riprendere attività sportiva leggera, evitando salite, montagne e lunghi chilometraggi. Io ho seguito il consiglio e sicuramente non tornerò mai più a partecipare a gare della domenica, ma non ho ancora capito per quale motivo i medici sportivi che mi hanno fatto i test per anni, soprattutto nell’ultimo caso, mi abbiano considerato idoneo senza fermarmi. E come quindi io abbia dovuto scoprire del mio cuore ingrossato e stanco, solo grazie a un malore provvidenziale recandomi in un pronto soccorso. Purtroppo queste leggerezze avvengono anche a livello professionistico. Pensate al caso di Cassano, il cui problema era facilmente prevedibile con esami diagnostici.

La domanda forse andrebbe rivolta al CONI, al Governo e agli enti sportivi che si occupano dei protocolli. Presidente Malagò, concordo con lei, non bisogna strumentalizzare la morte di Astori, ma ci aiuti a capire per quale motivo ai nostri atleti, dai pulcini alle categorie più adulte, non vengono svolte indagini con ecocardiogramma e ci si limita all’elettrocardiogramma che non è sufficiente a scovare patologie latenti. Non lo dico io, lo dicono gli esperti in cardiologia.

riccardo.corsetto@gmail.com


Warning: A non-numeric value encountered in /home/lunico03/public_html/wp-content/themes/Newspaper/includes/wp_booster/td_block.php on line 353