Cucchi merita giustizia. Non vie

E Ilaria che tanto ha combatutto per lui da morto, avrebbe certamente salvato il fratello se avesse speso le stesse energie per lui da vivo

di Riccardo Corsetto

“Sappiamo che Stefano Cucchi è morto certamente di botte. Non sapremo mai se qualcuno dei 300 morti l’anno per overdose abbiano mai comprato droga da lui.” Quando qualche giorno fa ho scritto provocatoriamente questo post su Facebook, qualcuno si è indignato. L’ho fatto consapevole che avrei avuto il consenso di qualcuno e lo sdegno di qualcun’altro. L’esigenza di scrivere questo post, sul quale per giorni ho cercato di soprassedere, mi viene da una certa disapprovazione di come taluni casi di cronaca vengono trattati dai media e poi assimilati dall’opinione pubblica. Ci tengo a precisare di essere assolutamente convinto che chi ha ucciso Stefano Cucchi con percosse, deve pagare.

Deve pagare perché un piccolo spacciatore in mano allo Stato italiano non può morire ammazzato come nemmeno nei peggiori stati di polizia del sud del mondo. Ci sono due aspetti però della vicenda che mi hanno costretto a scriverlo quel post, provocatorio, senza badare al politicamente corretto: il primo è l’astuzia dei media e di una certa industria culturale (quella per intenderci che ha costruito fenomeni come Romanzo Criminale). La seconda è l’ipocrisia della famiglia Cucchi, a partire dalla sorella Ilaria. Che in vita ha ripudiato il fratello “drogato”, per amnistiarlo da morto, quando il suo cadavere da nulla, valse quasi due milioni di euro.
Prima di entrare in quel carcere dove fu ucciso, Cucchi fu sommariamente giudicato e ripudiato dai suoi familiari come un balordo “delinquentello”. Così lo definiva la madre, sbarrandogli la porta di casa. Con la sorella Ilaria che per due anni – testimonianza diretta di Cucchi agli inquirenti – gli impediva di frequetare i nipotini (i figli della pasionaria Ilaria).
Cucchi però è diventato il figlio amato e amnistiato per la famiglia, soltanto da morto. Un cadavere da un milione e mezzo di risarcimento. Non è facile vivere con uno spacciatore in casa. E ancor meno lo è con un tossicodipendente. E quando le forze dell’ordine dopo l’ennesimo arresto, telefonarono alla mamma del ragazzo per chiedere se volesse nominare un legale di fiducia, la madre rispose niet. Le registrazioni riportano queste frasi: “Non spendiamo un euro per quel delinquente.”
Forse per questo, il dramma personale di Stefano Cucchi, è molto più grande di quello che appare. Il ragazzo è morto in mano allo Stato, ma la famiglia lo aveva già abbandonato al suo tragico destino. Ci sono reati, non penali ma morali, che non si compiono con la violenza attiva, ma con una oscena passività e un cattivo disinteresse.

Dicevamo Cucchi è stato ucciso, certo. Barbaramente. E i suoi aguzzini, mele marce dell’onorata Arma devono pagare fino all’ultimo giorno. Perché un detenuto in mano allo Stato, assicurato alla giustizia, non può più nuocere. Però Cucchi merita solo giustizia. Non altro. Non merita beatificazioni, e non merita vie, viali né  tanto meno piazze. Il nostro è un Paese dove anche il diavolo diventerebbe Santo se fosse vittima di un uomo con la divisa. Carlo Giuliani rimase vittima della sua stessa violenza e guadagnò targhe in parlamento, nel massimo palazzo delle istituzioni del Paese. Il suo merito era esser caduto morto in uno scontro con un carabinieri impaurito, giovane come lui, che egli avrebbe voluto vedere morto come un cane. Noi sappiamo che Cucchi è stato barbaramente ucciso da chi doveva solo consegnarlo a un processo giusto. Questo lo sappiamo ormai con certezza. E diciamo che non meritano sconto i suoi aguzzini. Ma mentre questo lo sappiamo, noi non sappiamo se qualche e quanti adolescenti, giovani, e deboli anime abbiano comprato droga da Cucchi, cadendo senza nome e senza storia nell’omertà e nell’omissione della nostra società, tra i 300 morti invisibili che cadono per overdose. Il nostro Paese non filmerà mai le loro storie e considererà sempre più violento un carabiniere cattivo in divisa, rispetto ad uno spacciatore fuori da una scuola senza divisa.

Lo ripetiamo spudoratamente. Cucchi merita giustizia. Ma non vie. E Ilaria che tanto ha combatutto per lui da morto, avrebbe certamente salvato il fratello se avesse speso le stesse energie per lui da vivo. Ma questa è una parte della storia che nel film paraculo di Netflix, non viene raccontata. E ci viene consegnato il ritratto manicheo di un ragazzo senza responsabilità né macchia, a cui qualcuno pensa di dover dare una strada come a Salvo d’Acquisto. Ma la cattiveria del carnefice, non fa il merito della vittima.
riccardo.corsetto@gmail.com