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No cricket, no party.Dall'India il vezzo inglese PDF Stampa Email

Martedì 21 Febbraio 2012 20:05

di ANNALISA CALICE (L'UNICO)-Il cricket si sa è un affare tutto inglese dai tempi della regina Vittoria, la quale stabilendo il carattere cavalleresco e non competitivo di questo sport, ha definito una volta per tutte la differenza tra ricchi e poveri, tra aristocratici e figli di nessuno, insomma tra il possibile giocatore professionista e lo sporco lavoratore. Il rappresentante sportivo degli ideali della classe politica britannica dell'età vittoriana nasconde però una doppia identità: dall'essere una prerogativa inglese diventa una questione anche indiana, parola di Arjun Appadurai.

 

Modernità in polvere (la cui edizione completa è quella di Raffaele Cortina, 336 pp, 26 euro) è il libro dell'antropologo americano di origine indiana Appadurai, particolarmente attento alle questioni postcoloniali, grazie alle quali ha saputo tirar fuori una teoria molto suggestiva ed interessante su quanto il cricket abbia inciso sulle questioni sociopolitiche indiane ed abbia contribuito nel processo di decolonializzazione e al dialogo tra le varie caste. Inizialmente il cricket veniva fatto passare in India un pò come uno sport di separazione, meglio ancora di ghettizzazione, che andava a rafforzare le già importanti fratture fra i ceti. Ma intorno agli anni Ottanta del XIX secolo, l'allora governatore coloniale Lord Harris, si persuase che il gioco del cricket potesse essere invece un potente collante nell'organizzazione sociale e nell'educazione di un popolo.

 

I valori che potevano emergere erano quelli della collaborazione, della mediazione culturale, il culto della virilità e delle forza fisica, ma sempre nel rispetto di certe forme e armonie. L'idea di Harris nonostante la sua stravaganza venne immediatamente accolta e si fece portavoce di quella che è stata definita la "politica degli incroci". Dapprima i principi e successivamente il resto della popolazione aderirono a questo sottile invito, fino a giungere negli anni Trenta ai livelli più bassi della scala sociale, sradicando pian piano l'idea che il cricket fosse stato portato dai colonizzatori e diventando così una sorta di orgoglio nazionale, tanto da favorire la costruzione di campi di gioco sparsi nelle più grandi città indiane. Insomma, la globalizzazione non è affatto un gioco, lo sanno bene gli indiani che ne hanno fatto lo sport nazionale e ne rivendicano la paternità. Che la lotta sportiva continui. (L'UNICO)

 


 

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