Curdi e aleviti in Italia: esistenza pubblica e vita “sottotraccia”

Curdi e aleviti in Italia. Ne parla a L'Unico Federico De Renzi, islamista e docente di filologia uralo-altaica e di turcologia in diversi atenei. È un personaggio preparato, informato, critico e curioso, che ci offre un po’ del suo tempo per tornare a dialogare sulle minoranze, in particolare gli aleviti e i curdi, della loro presenza in Italia, del loro rapporto con il nostro paese e la nostra società.

Federico De Renzi, romano, è un dottore di ricerca in islamistica. È stato per anni collaboratore della rivista di geopolitica Limes in qualità di commentatore-analista e per altre testate di settore. Ha svolto l’attività di docente di filologia uralo-altaica e di turcologia in diverse istituzioni accademiche. Intervistato a più riprese da Rai News 24, Radio Rai, Radio Vaticana, Radio Radicale e altre emittenti su questioni relative alle minoranze etniche dell’Asia Centrale, Orientale e Meridionale e in altrettante occasioni relatore o moderatore in cicli di conferenze sugli stessi argomenti.

In Turchia e in Azerbaijan, paesi frequentati a lungo, è stato collaboratore in progetti di ricerca promossi da organizzazioni istituzionali locali. Dal 2015 è consigliere scientifico per la rivista di analisi politica in lingua inglese Mediterranean Affairs. Nelle ultime settimane è soprattutto impegnato nella revisione della sua tesi di dottorato, sugli aleviti, per la quale una casa editrice gli ha proposto la pubblicazione.

Federico De Renzi è un personaggio preparato, informato, critico e curioso, che ci offre un po’ del suo tempo per tornare a dialogare sulle minoranze, in particolare gli aleviti e i curdi, della loro presenza in Italia, del loro rapporto con il nostro paese e la nostra società.

Federico De Renzi, relatore sul Kurdistan per le Conversazioni sull’Eurasia e oltre, presso la Civiltà Cattolica, nel 2015

Gli aleviti, da dove vengono e in cosa credono?
“Sono una popolazione composta da genti curde e turche sono ufficialmente musulmani, anche se il loro islam è più di facciata che di sostanza, hanno dei punti di contatto con altre comunità religiose della regione, del vicino oriente, in particolare con gli yazidi, di cui si è parlato in questi anni, durante la guerra contro lo Stato islamico in Iraq e Siria, con i drusi, che stanno tra Libano e Israele e con gli alawiti della Siria, con cui non vanno confusi. Ufficialmente musulmani perché in realtà nelle loro credenze che sono molto segrete, hanno il concetto di trinità, segrete perché espletate attraverso riti che non hanno niente a che fare con l’Islam e che sono accessibili solo a coloro che sono parte della comunità”.

Dove si riuniscono, pregano?
“Non vanno in moschea, vanno in quelle che sono chiamate cemevi, case del raduno, sono una sorta di centri sociali dove c’è un capo della comunità, un maestro spirituale laico, non esistendo un clero, nominato dalla comunità stessa, ogni singola comunità ha il suo maestro. In Medio Oriente e in Europa tendenzialmente sono divisi per gruppi familiari e tribali, composti sia da turchi che da curdi”.

Hanno un luogo principale di culto?
“Originariamente era nella città turca di Dersim poi nel corso del tempo questi centri di culto si sono moltiplicati, dal Medio Oriente, attraverso tutta l’Anatolia fino ai Balcani. Non c’è un unico e principale luogo di culto, dal 1923, anno della fondazione della Repubblica di Turchia, si sono sempre più parcellizzati”.

Qual è la situazione in Italia? Ci sono? Quanti sono?
“Per l’Italia non si può parlare di centri organizzati si tratta di singole persone che previo dialogo informale rivelano di appartenere alla popolazione alevita”. Perché dialogo informale? “Perché spesso sono curdi e avendo un’appartenenza politica che era inizialmente socialista o comunista, poi negli ultimi trenta anni spesso dichiaratamente marxista o pseudo marxista, legati al PKK o altre formazione di opposizione al governo centrale turco, non sono molto proni a rivelare la loro identità religiosa, che è anche un’identità politica”.

Sulla base della tua conoscenza diretta, dicevi che non ci sono dei dati ufficiali aggiornati, quanti aleviti ci sono in Italia?
“Si è nell’ordine delle poche centinaia, riconosciuti come tali. Rivelano la loro identità nel ristretto cerchio delle persone fidate, raramente in via ufficiale. Le autorità, per quanto ne so, non sanno chi sono e quanti ce ne sono. Il più delle volte gli aleviti si dichiarano curdi musulmani. Sarebbe necessario da parte delle autorità interessate avere una conoscenza di cosa vuol dire musulmano, di cosa vuol dire curdo e di cosa vuol dire dichiararsi in un certo modo”.

Cosa fanno in Italia e corrono rischi da parte di altri governi?
“In genere hanno piccole attività. In quanto curdi spesso sono rifugiati politici. Si pone l’accento sul loro essere curdi e sul fatto che provengano da zone di guerra, come il Nord dell’Iraq. Quelli che vengono dalla Turchia, ancora oggi sotto pressione da parte dello Stato turco, arrivano in quanto curdi e musulmani, difficilmente dicono di venire come rifugiati in quanto aleviti”.

Si conoscono in Italia le profonde differenze che ci sono tra i curdi?
“Forse a livello molto tecnico sì. Però non risulta dai documenti ufficiali che ci sia una distinzione all’interno delle varie comunità, di provenienza curda o yazida”.

A cosa ci servirebbe conoscere tutte queste distinzioni?
“Ci aiuterebbe a capire la complessità del problema, di una situazione che va affrontata, forse anche in maniera diversa, a cominciare dal fatto che maggior parte delle persone di cui parliamo vengono come rifugiati politici e non in quanto rifugiati religiosi, cosa che in molti casi sono”.

Cosa può fare l’Italia senza compromettere i rapporti con la Turchia?
“Molto poco. I curdi non sono ufficialmente repressi in Turchia. Però ci sono dichiarazioni pubbliche, anche recenti, del presidente turco e dell’apparato del partito di governo, che additano i curdi (per la loro rivendicazione di un Kurdistan autonomo o indipendente, secondo le varie fazioni), non solo il PKK, quali nemici dello stato. Le cose peggiorerebbero ulteriormente per loro, se oltre all’identità etnica si ufficializzasse, anche qui in Italia, la loro particolarità religiosa”.

In Italia c’è un’importante presenza musulmana, tra chi si dichiara moderato e chi più ortodosso. Gli aleviti di cui parliamo, qui nel nostro paese, una volta espressa pubblicamente la loro effettiva identità religiosa, potrebbero diventare un bersaglio da parte di quei musulmani, tutt’altro che moderati, che in alcuni casi potrebbero considerarli dei traditori?
“Assolutamente sì. Già lo sono in Turchia. È un problema senza soluzione nel momento in cui non c’è un controllo stretto dello Stato su tutte le forme religiose”.

Cosa ostacola in Italia il pensare una concreta soluzione, che possa prevenire episodi di violenza e cominciare ad organizzare una convivenza più costruttiva e soprattutto pacifica?
“Non si fa distinzione tra i vari tipi di islam e soprattutto tra quello che può essere considerato un islam moderato, ammesso che esista, e un islam combattivo o integralista. Le autorità dovrebbero fare dei distinguo e scegliere i referenti giusti”.

I curdi in Italia hanno un loro capo, comandante, guida morale?
“Per quanto se ne so, no. Cercando di vivere sottotraccia, non esplicano mai le loro posizioni né religiose né politiche”.

Può questo vivere “sottotraccia” per portare avanti attività e mire politiche, comportare dei rischi per l’Italia? O anche, Potrebbe l’Italia, noi inconsapevoli, del tutto o in parte, essere usata come base logistica in uno scenario di personaggi e di dinamiche a noi estranee, attirando all’interno del nostro Paese dei conflitti che non ci riguardano e che difficilmente sapremmo gestire?
“Il rischio c’è sempre. Il problema si trascina ormai da decenni, la situazione è estremamente complessa. Ci vorrebbe un approccio più attento da parte degli esperti di settore, che però non conoscano solo lingua e aspetti culturali, ma anche in grado di percepire il modo di pensare e di sentire dell’obiettivo. Ammesso che ce ne sia rimasto qualcuno”.

Pietro Fiocchi