Disordini in aula per la pena di 20 anni all’assassino di Nicole Lelli

Disordini e lancio di oggetti in tribunale alla lettura della sentenza. De Robbio, presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati: “Fatto grave dovuto alla delegittimazione per la nostra categoria”

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Mattinata piena di tensione sfociata nella delusione quella di ieri per i genitori di Nicole Lelli, 23enne uccisa la notte del 15 novembre 2015 a Testaccio. La pena stabilita da piazzale Clodio per Yoandris Medina Nunez, 25enne cubano che la uccise con un colpo di arma da fuoco, infatti, prevede soltanto 20 anni di carcere.
Il pm Edoardo De Santis, l’accusa, aveva chiesto l’ergastolo. E proprio questo orientamento era stato sposato dai parenti e dagli amici della vittima, che alla lettura dell’inaspettata sentenza hanno inveito contro il giudice e l’imputato. Si sono registrati lanci di bottiglie e di altri oggetti nei confronti del cordone di polizia a difesa del giudice. Solo dopo che i genitori di Nicole hanno gridato di smetterla è stato possibile per le forze dell’ordine far uscire i presenti e riportare all’ordine l’aula.

Yoandris e Nicole si erano lasciati dopo appena un anno dal matrimonio. La ragazza aveva tentato di lasciarlo altre volte prima di quel tragico sabato sera. Ma Yoandris era rimasto ossessionato da Nicole e quella notte l’aveva contattata mentre si trovava in discoteca in via Galvani, zona Testaccio. Fuori dal locale Nicole si è ritrovata Yoandris che, dopo averla fatta salire a bordo della sua auto, l’ha colpita alla testa con la sua pistola, peraltro detenuta illegalmente, per poi fermarsi in zona Ponte Marconi e chiamare la polizia.

“Quanto è successo oggi è un fatto grave – spiega Costantino De Robbio, presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, riguardo ai disordini creati in tribunale –, conseguenza di quella delegittimazione che coinvolge da tempo la nostra categoria. Il giudice Carini, nel caso specifico, si è limitato ad esercitare il proprio dovere applicando quanto previsto dal codice”. “Questa condanna è una pena vicina al massimo applicabile in caso di giudizio abbreviato per un omicidio – continua De Robbio – ed essere minacciati nell’esercizio delle proprie funzioni in un palazzo di giustizia è quanto di più grave possa accadere in un tribunale. È la prima volta che un fatto simile accade a Roma e non è da escludere che, visto il clima che si respira ovunque, possa nuovamente accadere”. (L’UNICO)

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