Economia, Rallenta la produzione industriale. Tutta colpa dei gialloverdi?

La produzione industriale italiana è diminuita del 5,5% a Dicembre 2018 (anno in cui era vigente la manovra del precedente Governo). Coloro che sono chiamati “esperti” dai salotti delle TV sono letteralmente caduti dalle nuvole: ma come in Italia non c’era la ripresa?

di Stefano Mastrillo

I dati pubblicati dall’ISTAT qualche giorno fa suonano come un possibile campanello d’allarme: la produzione industriale italiana è diminuita del 5,5% a Dicembre 2018 (anno in cui era vigente la manovra del precedente Governo). Coloro che sono chiamati “esperti” dai salotti delle TV sono letteralmente caduti dalle nuvole: ma come in Italia non c’era la ripresa? Basterebbe mettere la testa fuori dalla propria finestra di casa per constatare che la ripresa economica non c’è nemmeno nei loro sogni più idilliaci. Fine della storia potremmo dire, ma proviamo ad analizzare meglio questa situazione.

Tuttavia, questo trend negativo non ha colpito soltanto l’Italia, ma anche altri Paesi europei: nell’immagine che segue ecco i dati relativi alla produzione industriale tedesca su base annua, rielaborati da Trading Economics, sito di finanza che raccoglie tutti i dati relativi alle variabili macroeconomiche di tutto il mondo. Ecco invece i dati relativi alla produzione industriale spagnola sempre su base annua:

Infine, la produzione industriale europea dimostra come questo problema non sia soltanto italiano, bensì europeo: Come già ampiamente discusso nei precedenti articoli, la politica economica europea poggia su un mercantilismo orientato esclusivamente all’export: dipendere eccessivamente dalla domanda estera con una congiuntura economica sfavorevole a livello internazionale non aiuta a migliorare una situazione già vacillante e lacunosa, ma la Germania, sfegatata sostenitrice di questo mercantilismo economico che le permette di campare di esportazioni investendo sempre meno in casa propria (registra avanzi di partite correnti superiori perfino a quelli cinesi e in barba al Macroeconomic Imbalance Procedure), continua a fare orecchie da mercante.

Lo scenario economico è dunque molto fiacco, che ritrae l’Eurozona come un atleta a cui manca l’allungo decisivo per vincere, stravolto dalle fatiche della gara in corso. Dalle maggiori economie mondiali, Usa e Cina, giungono segnali altrettanto preoccupanti: la curva dei rendimenti di questi due Stati, data dal differenziale tra i rendimenti dei titoli di Stato a dieci e il rendimento dei titoli di Stato a due anni si sta invertendo: normalmente questa curva ha pendenza positiva (i titoli a lunga scadenza rendono giustamente più di quelli a breve) ma quando l’economia rallenta o peggio ancora si avvia verso la recessione, questa curva diventa sempre più piatta fino a diventare negativa. Un fenomeno preoccupante che, come sostenuto anche dal Prof. Paolo Savona, se si verificasse in un Paese privo di sovranità monetaria come il nostro e tutti quelli dell’Eurozona, a differenza di USA e Cina, significherebbe default e scoppio di una nuova crisi economica.

Proprio il Prof. Savona aveva proposto un piano di investimenti per circa 50 miliardi di euro: uno shock che rimetterebbe in moto una macchina ferma da troppo tempo, ma i ferrei vincoli europei sul deficit strutturale e la mancanza di una efficace riforma del Codice degli Appalti, rende la sua messa in pratica molto più complicata. Il Governo gialloverde ha optato per un aumento della spesa corrente finanziato in deficit approvando Quota 100 con lo scopo di facilitare il turnover nel mercato del lavoro e il Reddito di Cittadinanza che dovrebbe dare un impulso ai consumi e dunque far ripartire la domanda interna, un’inversione di tendenza rispetto alle politiche precedenti.

Quali delle due scelte si rivelerà azzeccata? Ce lo dirà soltanto il tempo, galantuomo come sempre, ma attenzione alle elezioni europee che giocheranno un ruolo fondamentale non solo per lo scacchiere economico, bensì politico e sociale.