Gli strani “approdi” di Gad Lerner

Ad "Approdo" di Gad Lerner la Lega viene accusata di essere vicina al nazifascismo. Non ci si rende conto, però, che tra i due fenomeni le differenze sono profonde, dovute anzitutto alla differenza di epoca e di contesto sociale.

gad lerner

Qualche sera fa, nel fare distrattamente zapping davanti alla TV, la mia attenzione andava a soffermarsi su Rai3, nel bel mezzo di “Approdo”, il nuovo format di attualità e dibattito condotto da un Gad Lerner intento a ridersela beatamente tra il filosofo e saggista Luciano Canfora ed il professore e politologo Marco Tarchi, ex “enfant prodige” ed animatore della allora Nuova Destra italiana. Argomento della serata, manco a dirlo, il sovranismo in salsa leghista. Dietro ai tre campeggiava, rivisitato in sinistri e rossi caratteri cubitali, il manifesto con le parole d’ordine dell’ultima campagna elettorale della Lega, ovvero più sovranità, a discapito di banche, burocrazia, sbarchi indiscriminati di cosiddetti “migrantes” e via discorrendo. Accompagnato dal sardonico risolino di Gad Lerner, il Canfora esordiva con una micidiale sparata sul manifesto in sovrimpressione. A detta di questi, in passato il Nazismo aveva propalato delle parole d’ordine molto simili e pertanto, nell’animo dell’incauto uditorio radiotelevisivo, si poteva agitare nientepopodimeno che lo spauracchio di un sinistro apparentamento tra la Lega e le “belva nazifascista”.

Poi, tanto, per rincarare la dose ed aggiungere svarione allo svarione, il Lerner andava a ripescare ed intervistare un leghista “doc”, nella persona di Francesco Speroni. Questi, nel fare raffronti tra la Lega secessionista di gestione bossiana e quella attuale, rimarcava come ora, per quanto paradossale la cosa potesse apparire, si fosse ritornati alla “Lega delle autonomie” delle primeve origini. Ma, evidentemente, il nostro sorridente ed incauto intervistatore, non prestava ascolto più di tanto alle parole di Speroni, puntando invece a rimarcare ed a riproporre una Lega in versione di un rozzo ed urlatore secessionismo, privo di contenuti ideali che non fossero l’odio per l’Italia e, come abbiamo già visto, una sinistra somiglianza con il nazifascismo. Nel tentativo di costruire un edificio di svarioni ideologici, all’insegna del politically correct, però, non ci si è resi conto (o sarebbe meglio dire non ci si è voluti render conto, sic!) che, a voler proprio fare un paragone tra il fenomeno dei totalitarismi (sia quello Fascista che quello Bolscevico…) e quello della Lega, non può non saltare agli occhi, una radicale differenza tra i due data, prima di tutto, da una sostanziale differenza di contesto epocale.

Ad onor del vero, andrebbe ricordato che i totalitarismi sorgono in Occidente quale prima risposta al problema dell’inarrestabile e progressivo insorgere della supremazia e del predominio della tecnoeconomia e dell’individualismo, in quello specifico contesto rappresentato dal produzionismo fordista e taylorista, sulla politica e sulle istanze comunitarie. Nel tentativo di irreggimentare e conferire un radicale cambio di rotta a questo fenomeno, ambedue le forme di totalitarismo si rifanno ad un modello di società e Stato omologati ed agglutinati attorno ad un unico modello, fascista o bolscevico che fosse, sulla falsariga di quella che fu la “totalizzante” impostazione giacobina, preparata dall’esperienza degli Stati Assoluti Mercantili del 17° e del 18° secolo e di cui i vari Althusius, Grozio e Jean Bodin, furono, in qualche modo, i teorizzatori. Come in ambedue i casi sia andata a finire lo sappiamo tutti e non credo occorra ritornarci su. Di converso in Italia, la Lega sorge in una fase avanzata della modernità, che ad oggi possiamo tranquillamente definire postmoderna, caratterizzata dalla quasi completa realizzazione dell’onnipervadenza del modello globale, non più imperniato sul produzionismo, ma sull’economia dei cosiddetti “servizi”, finanziari in primis, caratterizzati dall’emissione di denaro dal nulla. Con tutto il portato di gravi problemi a questa prassi, connesso.

La Lega, invece, sulla falsariga delle esperienze dei vari movimenti autonomisti europei, frutto della crisi di identità dei vari stati nazionali, nasce quale risposta “forte”, ripartendo inizialmente da un Dna regionalista per poi, invece, assurgere a vera e propria istanza nazionalitaria, di cui le autonomie vanno a costituire il momento fondante. Un’apertura al “molteplice”, pertanto, ad uno Stato visto come un organico assieme di libere entità locali, interagenti e coalizzate nel nome di uno scopo comune, proprio al contrario dell’idea di organismo monoblocco ed agglutinante, frutto dell’idea giacobina e globalista di quest’ultimo, tra l’altro oramai ridotto al ruolo di notarile esecutore dei “desiderata” dei poteri sovranazionali (Unione Europea e Fmi in primis…).

Quindi, in base a quanto sin qui detto, non esistono presupposti in base ai quali si possa, in qualche modo, accomunare la Lega ai totalitarismi del Novecento. L’evidente inconsistenza delle argomentazioni dei vari Gad Lerner o dei Canfora della situazione, non possono, però, non porci di fronte ad un’altra e ben più grave considerazione. Quella della demonizzazione, attraverso la criminalizzazione e l’ostracizzazione dell’avversario politico, è una pratica sin troppo ricorrente nel nostro Belpaese. Le recenti messe sotto accusa, per via giudiziaria, dell’operato del ministro dell’Interno e Vicepremier Matteo Salvini riguardo alla questione degli sbarchi dei migranti rappresenta un segnale preoccupante. Una forma di sottile ed implicita intimidazione in grado di colpire chiunque non rientri nelle coordinate di pensiero, prestabilite dal manuale Cencelli del “politically correct”. Un grave vulnus all’idea di libertà d’espressione, nel nome di una democrazia controllata, in cui i consensi sono preventivamente stabiliti e pilotati dall’alto.

E se, come nel caso della Lega, non si rientra in una delle categorie prestabilite, se si opera in un senso di trasversale oltrepassamento di queste ultime, magari nel nome di una rinnovata affermazione dell’eticità dello Stato e della Politica, allora sono dolori. La politica dovrebbe esser fondata sulle varie proposte e la conseguente prassi e non sul preventivo linciaggio e la criminalizzazione dell’avversario. Uno stato di cose del genere, non può continuare. L’intimidazione e la messa in silenzio di opinioni e prassi “non conformi”, deve essere denunciato senza esitazioni né tregua. Ne va della nostra libertà di cittadini e della possibilità di garantire, dopo decenni di raffazzonati governicchi, un futuro degno di tale nome, al nostro Paese.

Umberto Bianchi