Il caso Sea Watch e la prima applicazione del decreto sicurezza bis

Il 15 giugno è entrato in vigore il c.d. decreto sicurezza – bis ovvero il decreto 53/2019 recante “disposizioni urgenti in materia di ordine e sicurezza pubblica” che ha trovato la sua prima applicazione nel noto caso della nave Sea Watch 3, appartenente all’organizzazione non governativa tedesca Sea Watch e battente bandiera olandese. 

Il decreto introduce numerose novità, incluse norme di contrasto all’immigrazione illegale, ordine e sicurezza pubblica e, più nel dettaglio, prevede che il Ministro dell’Interno, di concerto con il Ministro della Difesa e con il Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, previa informativa al Presidente del Consiglio dei Ministri, può limitare o vietare l’ingresso, il transito o la sosta di navi straniere (escluse quelle militari o in servizio governativo non commerciale) nel mare territoriale italiano quando il passaggio di una nave straniera è considerato offensivo. 

Il decreto, inoltre, specifica i presupposti di esercizio di questo potere chiarendo che il passaggio è offensivo ad una specifica condizione individuata nella Convenzione di Montego Bay ovvero nella Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti del mare. Infatti, il divieto opera quando il passaggio è pregiudizievole per la pace, il buon ordine e la sicurezza dello Stato costiero se, nel mare territoriale, la nave straniera è impegnata in attività di “carico o scarico di materiali, valuta o persone in violazione delle leggi e dei regolamenti doganali, fiscali, sanitari o di immigrazione vigenti nello Stato costiero“. Sotto il profilo sanzionatorio, la violazione del divieto comporta, a cura del prefetto territorialmente competente, l’applicazione di una sanzione amministrativa, da diecimila a cinquantamila euro, nonché la confisca dell’imbarcazione in caso di reiterazione con la stessa nave. 

Al di là dei commenti politici dei più diversi tenori, i fatti sono incontestabili e, di conseguenza, è da questi che occorre partire per poter correttamente inquadrare giuridicamente la vicenda. Altrettanto incontestabile è la vigenza e la conseguente applicabilità, al ricorrere dei relativi presupposti di legge, non solo delle norme del decreto sicurezza bis, ma anche delle altre norme di diritto italiano e internazionale rilevanti. 

I fatti 

Come ampiamente noto, il 12 giugno la nave Sea Watch 3 ha preso a bordo circa 50 migranti nella Search and Rescue Region libica, ovvero nella porzione di mare, identificata alla luce della Convenzione di Amburgo, in cui occorre prestare le attività di ricerca e salvataggio di vite umane regolate dalle convenzioni internazionali. L’imbarcazione si è allontanata avvicinandosi alle acque territoriali italiane e, il 15 giugno, è stato firmato e notificato al comandante della nave, Carola Rackete, il divieto di ingresso, transito e sosta nelle acque territoriali italiane. Nello stesso giorno, a seguito di un’ispezione volta a verificare lo stato di salute delle persone sull’imbarcazione, dieci migranti sono stati autorizzati a sbarcare proprio per ragioni di salute. 

Il 17 giugno, la Sea Watch 3 ha presentato ricorso d’urgenza al tribunale amministrativo regionale per il Lazio chiedendo la sospensione degli effetti del decreto ministeriale recante il divieto di ingresso, transito e sosta. Il TAR, due giorni dopo la presentazione del ricorso, lo ha respinto rilevando l’assenza delle condizioni di eccezionale gravità e urgenza che avrebbero consentito l’applicazione delle misure cautelari richieste. Il Giudice amministrativo, infatti, ha ritenuto che, da un lato, le persone vulnerabili, ovvero i bambini e una donna incinta, erano già state fatte sbarcare, e, dall’altro lato, la Sea Watch 3 non aveva indicato i soggetti appartenenti a categorie vulnerabili da far sbarcare. 

A seguito del rigetto del ricorso al TAR, il 21 Giugno, la Sea Watch ha presentato ricorso alla CEDU, la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, chiedendo – sulla base degli articoli 2 e 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo – di ordinare al Governo Italiano l’applicazione di misure provvisorie che, in questo caso, si sarebbero concretizzate nell’ordine di sbarco delle persone a bordo della nave. In sintesi, per la via di Strasburgo, si è tentato di ottenere la sospensione degli effetti del decreto recante il divieto, già richiesta e rigettata da TAR. Nel frattempo, e segnatamente nella notte tra il 21 e il 22 giugno, per ragioni di salute è stato fatto sbarcare un altro migrante. 

Il 25 Giugno, la CEDU ha negato l’applicazione delle misure provvisorie, dopo aver richiesto informazioni al Governo, sul numero di persone che erano state sbarcate, sulla loro vulnerabilità, sulle misure intraprese e sulla situazione a bordo, e alla Sea Watch 3, sulle condizioni fisiche e psicologiche delle persone a bordo. Infatti, la CEDU, in analogia con quanto già rilevato dal TAR, non ha ritenuto “un rischio reale ed imminente di un danno grave e irreparabileche giustificasse l’applicazione delle misure richieste. 

Il comandante della nave, quindi, il giorno dopo la pronuncia della CEDU, dichiaratamente consapevole della vigenza del divieto e delle intervenute pronunce, nazionali ed europee, che non ne avevano sospeso gli effetti, e nuovamente intimata al suo rispetto dalla capitaneria di porto, ha deciso di entrare nelle acque territoriali italiane. L’imbarcazione è stata subito avvicinata dalle autorità italiane, una motovedetta della Guardia di Finanza e una della Guardia costiera, e bloccata, ma, dopo circa 24 ore, ha forzato il blocco tentando di avvicinare il porto di Lampedusa

Nella notte del 29, quindi, la Sea Watch 3, forzando nuovamente il blocco, è entrata nel porto e al tentativo della Guardia di Finanza di arrestare l’ingresso, dopo il terzo alt intimato e inascoltato, ha anche urtato la motovedetta della Guardia di Finanza. 

Il decreto sicurezza bis e le altre violazioni oggetto di indagine 

La Sea Watch ha violato il decreto sicurezza bis contravvenendo, con l’entrata nelle acque territoriali italiane, ad un esplicito divieto applicativo del decreto. All’ingresso nelle acque territoriali italiane, la Guardia di Finanza ha proceduto con un’ispezione e una segnalazione alla procura di Agrigento, per effetto della quale la comandante Carola Rackete è stata iscritta nel registro degli indagati per i reati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, previsto dal Testo Unico sull’immigrazione come novellato dal decreto sicurezza bis, e il reato di rifiuto di obbedienza a nave militare, ex articolo 1099 del codice della navigazione. 

Appena attraccata la Sea Watch 3, la comandante è stata arrestata in flagranza di reato per un’ulteriore e diversa infrazione del codice della navigazione ovvero il reato di resistenza o violenza contro nave da guerra. Alle precedenti ipotesi di reato, inoltre, si aggiunge il tentato naufragio di cui al codice penale. 

Osservazioni conclusive 

La Sea Watch 3, nella persona del suo comandante, esperiti senza successo i rimedi giuridici offerti tanto dal nostro ordinamento quanto dalla Corte di Starsburgo per sospendere gli effetti di una norma vigente, ha deliberatamente e scientemente violato delle norme dello Stato Italiano. Non solo. Evidentemente nell’urgenza di ignorare il divieto, sulla base di ragioni umanitarie che, è chiaro, non possono giustificare “atti di inammissibile violenza” – per mutuare le parole del procuratore di Agrigento – si è probabilmente resa responsabile di ulteriori violazioni per le quali è al momento indagata. 

Non è in discussione, né da un punto di vista giuridico né tanto meno etico, il dovere di soccorrere chi si trova in stato di pericolo. Peraltro, lo Stato Italiano non si è sottratto a questo dovere, come dimostrato dai fatti, ovvero dallo sbarco di dieci migranti nello stesso giorno di firma del divieto di sbarco. 

Quanto è difficilmente accettabile per chi vive in uno Stato di diritto, rispettando le regole di ogni Stati di diritto, come quello olandese o quello tedesco per rimanere nei confini geografici che la Sea Watch ci offre, è la cosciente violazione delle norme che questo Stato si è dato. In uno Stato di diritto c’è chi scrive le leggi e chi verifica se sono state violate e, quindi, non si pretende in alcun modo di fare una prognosi sulle valutazioni che i magistrati compiranno. Non può però ignorarsi un concetto tanto semplice da essere quasi banale, ovvero che il presupposto necessario al buon funzionamento non solo di ogni Stato di diritto, ma anche di una società civile, è che chiunque sia destinatario delle regole le rispetti. 

Da chi poi dichiara che il suo essere “bianca, tedesca, nata in un Paese ricco e con il passaporto giusto” ha fatto scattare un obbligo morale di aiutare chi aveva avuto meno opportunità, ci si aspetterebbe un altrettanto impellente e concomitante bisogno di rispettare le regole. 

Francesca Zambuco, Avvocato in Roma*

*L’autore scrive a titolo personale senza rappresentare alcuna posizione dello studio di appartenenza né di ogni altro soggetto direttamente o indirettamente citato.