Italia nuova via della seta? Parola a Ettore Minore

Ettore Minore a L'Unico: "La Via della Seta è un’opportunità per l’Europa intera. Se vogliamo il bene dell'Italia, dobbiamo essere pronti a competere con tutti".

Ettore Minore, palermitano, è tra i massimi esperti in Italia di commercio con l’Asia, in particolare la Cina, dove, per la sua attività professionale, è presente da venti anni. Ha fondato e dirige società che hanno uffici a Roma, Hong Kong e Tianjin (a mezz’ora di treno da Pechino), realizza progetti Italia-Cina ad altissimo livello, che vanno dalla formazione all’elettronica, dalla finanza alle infrastrutture, senza tralasciare la nautica, settore di punta della nostra Italia, e il calcio. È anche organizzatore e relatore di seminari e conferenze sulla Cina di oggi, sul come rapportarsi culturalmente e professionalmente con questo gigantesco enigma, nonché autore di cinque pubblicazioni su fiscalità, impresa e investimenti nel settore bancario, sempre relativamente alla Cina.

Intervistato da L’Unico, Ettore Minore fa il punto su una questione tanto attuale quanto fondamentale: noi e la Cina, stato dell’arte e opportunità in divenire.

Il “sistema Italia” è pronto per andare incontro alla Cina sulla Nuova Via della Seta?

Secondo me siamo ancora molto in ritardo. La Via della Seta è un’opportunità non solo dell’Italia, ma dell’Europa intera. È un’occasione da sfruttare. Il “Sistema Italia” è in ritardo perché non abbiamo fatto sistema, perché le associazioni di categoria si sono mosse sparutamente e in ritardo, perché non abbiamo avuto mai dei punti di riferimento a livello politico, perché abbiamo fatto in modo che i competitor a livello commerciale e industriale ci superassero nell’arco degli anni. Noi eravamo il primo partner della Cina all’inizio degli Anni ’70, adesso siamo il ventisettesimo.

C’è molto da fare e molto da capire della Cina perché ad oggi il nostro potenziale è ancora inespresso per quanto riguarda le relazioni con la Cina dal punto di vista commerciale, industriale e finanziario.

La Nuova Via della Seta è un’opportunità perché consente un rapporto ancora più stretto, ma bisogna analizzare vari aspetti del rapporto con la Cina. Quando il presidente cinese Xi Jinping di recente è venuto in Italia non è stata toccata per niente la questione di quello che le aziende soffrono nel sistema doganale cinese, che è molto confuso, di parte e spesso si va incontro a delle spese finanziarie molto forti e non giustificabili.

Dal Memorandum Italia-Cina in poi, quali strategie il nostro Paese dovrebbe perseguire per costruire una cooperazione concretamente vantaggiosa?

Una strategia di comunicazione e marketing dei nostri prodotti, che manca assolutamente. Le agenzie istituzionali preposte a questo non sono del tutto affidabili dal punto di vista commerciale e industriale. Noi imprenditori che operiamo in Cina, siamo più 5.000, soffriamo la mancanza di qualcuno che a livello politico ma anche manageriale ci consenta di fare quel salto di qualità rispetto ai competitor europei.

La cooperazione potrebbe nascere da questa strategia di comunicazione e marketing  ma anche da una strategia politica, per esempio definendo degli accordi con la Cina per quanto riguarda la penetrazione dei prodotti italiani in Cina e di quelli cinesi in Italia.

Il sistema doganale è al primo posto di questo aspetto, perché noi abbiamo un deficit nei loro confronti che va colmato. Colmando questo deficit si possono instaurare delle cooperazioni molto efficienti, che ancora adesso, quelle che vanno in porto, sono esclusivamente a merito degli imprenditori che spesso sono lasciati soli.

In questo nuovo e crescente assetto geoeconomico, quali sono i punti di forza dell’Italia?

Punto di forza dell’Italia è la manifattura. L’Italia ancora adesso è conosciuto come un produttore affidabilissimo dal punto di vista tecnico, di eccellente qualità, con un know-how eccezionale. Altri punti di forza dell’Italia non ne vedo, anche perché politicamente siamo molto instabili, perché finanziariamente non supportiamo determinate tipologie di penetrazione del mercato cinese. Soprattutto non supportiamo le aziende che veramente fanno impresa in Cina.

Se pensiamo a quello che è successo con il al fallimento di Piazza Italia a Pechino nel 2008 e considerando che non vengono finanziate società italiane che lavorano in Cina, allora capiamo che c’è una dicotomia tra come gestire politicamente un finanziamento e come gestirlo a livello manageriale.

Noi lo gestiamo ancora a livello politico. Non riusciamo a identificare quelle aziende che possono fare un salto di qualità, sia per il Made in Italy e sia per la penetrazione del mercato.

Per l’Italia, quali potrebbero essere nel lungo periodo le criticità di una sempre maggiore integrazione nella Nuova Via della Seta?

Il ritardo nelle infrastrutture. Noi partiamo con un handicap enorme nelle infrastrutture. Mentre tutti i paesi si sono adeguati con i porti, con centri logistici di ultima generazione, con una efficiente gestione manageriale. Noi abbiamo delle carenze di infrastrutture, come per quanto riguarda le strade collegate ai porti L’esempio classico è Genova. A Genova con il crollo di un ponte si è nettamente tagliato fuori il lavoro del porto. Questo è inconcepibile in una moderna organizzazione di logistica, di trasporti e di combinazione strategica.

I governi italiani di fronte alla Cina: tra esagerata diffidenza e, forse, troppo ottimismo. Quale attitudine l’esecutivo del nostro Paese dovrebbe avere per affrontare positivamente le attuali macrodinamiche economiche, politiche, culturali?

I governi italiani di fronte alla Cina si sono mostrati in maniera diversa ma allo stesso tempo in maniera non matura per quanto riguarda la politica. Passiamo da un Berlusconi, che alla Cina ha fatto una guerra aperta, per motivi anche personali. Passiamo alla Sinistra, che ha criticato la Cina per i diritti umani. Passiamo per il Centro, che ha criticato la Cina perché si contrappone agli Stati Uniti e noi siamo alleati degli Stati Uniti.

Io dico semplicemente una cosa: l’Italia è un paese sovrano e come tale dovrebbe fare gli interessi del proprio popolo e delle proprie imprese. Per quanto riguarda la Cina, che adesso è un paese con un capitale umano, industriale e finanziario molto forte, l’Italia deve pensare soprattutto al benessere delle proprie imprese e non può andare appresso agli alleati, che per scelte politiche o altro tipo di ideologia ostacolano ciò.

Concretamente è possibile fare questo?

Se l’Italia vuole bene all’Italia, sì. Nessuno ci toglie la nostra cultura e le nostre radici, ma dobbiamo guardare anche a quello che è la globalizzazione.

La globalizzazione ha permesso al Made in Italy di svilupparsi nel mondo. Questo è stato un fattore molto positivo sia per le maestranze che per le imprese italiane. Adesso noi dobbiamo fare un passo culturale molto più ampio, che è quello di poter fare affari con l’Oriente e con l’Occidente nella stessa misura e rapportandoci con tutti con il massimo rispetto verso la loro cultura, ma anche facendoci rispettare.

Il fatto che molte volte da oltre oceano ci dicano che non possiamo operare con la Russia, con la Cina perché ci sono gli embarghi, è molto limitativo e non è rispettoso nei nostri confronti. Altri paesi fanno lo stesso degli affari senza avere tutte queste dicotomie.

Il problema italiano rimane sempre quello, è un problema politico. Dobbiamo metterci in testa che se vogliamo bene all’Italia, se vogliamo fare il bene dell’Italia, dobbiamo essere in grado di competere con tutti e di avere rapporti con tutti.

Pietro Fiocchi