Le prospettive geopolitiche e geoeconomiche di Trump

Sicuramente quella di Donald Trump, passerà alla storia come una delle presidenze più controverse. Iniziata con le peggiori aspettative dei buonisti e delle oche del “politically correct”, ha invece imboccato la strada di una crescita economica, quest’anno attestatasi sul 3, 2% e che “The Donald”, vorrebbe veder attestarsi su una media del 2,5%/3% almeno sino al 2024, ultimo anno in cui potrà rimanere alla presidenza degli Usa.

La ricetta vincente sembra esser quella di una forte defiscalizzazione, attuata senza alcuna copertura finanziaria, in barba alle prescrizioni dell’ufficialità macroeconomica, più inclini ad una pareggio dei conti pubblici attraverso manovre di contenimento del deficit e del debito pubblico. Cosa che Trump ha voluto puntualmente disattendere, accompagnando la propria politica economica ad una stretta sulle importazioni, andando ad inaugurare una politica dei dazi, tutta in controtendenza rispetto alla vulgata economica globalista che, dell’apertura dei mercati senza se e senza ma, aveva fatto il proprio mantra.  

Se da una parte, questi dati premettono all’amministrazione Usa di poter cantare vittoria, almeno rispetto ai disastrosi dati di alcuni anni fa, a seguito della crisi finanziaria del 2009, dall’altra però ci impongono una riflessione, determinata dalla presenza dall’analisi dei fattori economici che comportano quel +3,2% di crescita appena registrato. Cominciamo con il dire che i due terzi di quel +3,2%, sono dati dall’ incremento delle scorte, incremento della spesa pubblica locale e federale (nonostante lo shutdown) e dal succitato  miglioramento della bilancia commerciale dato da una sostanziale crescita dell’export e da una altrettanta riduzione dell’import.

L’incremento delle scorte, è un dato sicuramente molto controverso: esso può significare un aumento della produzione in previsione di un aumento delle vendite, ma anche una riduzione della domanda che fa accumulare le scorte invendute in magazzino. E questo probabilmente potrebbe rappresentare un segnale di imminente crisi per le aziende esportatrici, in vista di nuovi dazi alla Cina. L’incremento delle esportazioni del 3,7% e la riduzione delle importazioni per il medesimo valore, in virtù della politica protezionistica dell’amministrazione Trump, difficilmente potrà garantire gli stessi risultati nel lungo periodo, quando scatteranno identiche contromisure da parte di altri Paesi.

In ultimo, dovrebbero preoccupare maggiormente proprio i dati su consumi e investimenti. I primi, che rappresentano i due terzi della ricchezza americana, nel primo trimestre 2019 hanno registrato solo un +1,3%, (il valore più basso dal 2013 e comunque in forte contrazione rispetto al +2,6% di fine 2018…). Nonostante sia la mecca degli investimentii, la loro crescita risulta dimezzata rispetto all’ultimo trimestre dello scorso anno e passa dal 5,4% al 2,7%. Il tutto, considerando uno scenario di complessiva contrazione del volume dei commerci internazionali, diminuito dell’1,9% nello stesso periodo del 2019.

Tutti dati che dovrebbero porci di fronte alla domanda su come Trump e l’amministrazione Usa riusciranno a fronteggiare ed a compensare le previsioni sugli scompensi e la decrescita prossima ventura dell’economia del gigante nordamericano. E la risposta non può che venire dallo scenario geo politico e geo economico e dai suoi principali punti di frizione. Primo su tutto, gli Usa puntano, ora più che mai, al controllo delle fonti di approvvigionamento di materie prime, petrolio in primis e relativi contesti geopolitici.

Conferirsi una esclusiva assoluta, o quasi, sulla distribuzione dell’oro nero, significa poter pesantemente condizionare i competitor cinesi e russi. Estromettere l’Iran dalla penisola arabica con la guerra nello Yemen ed al contempo riuscire ad estendere la propria influenza sull’area tra Iraq ed il riottoso Afghanistan, forzando la mano con sanzioni e nuovi accordi (specie in tema di armamenti missilistici), garantirebbe agli Usa la possibilità di creare un formidabile contraltare geo politico ed economico alla Cina ed alla sua Via della Seta ed alla penetrazione della Russia nell’area mediorientale, attraverso il cuneo siriano.

Il controllo del governo (e del petrolio, sic!) venezuelano ridarebbe agli Usa una maggior libertà di azione in quell’area latino americana da troppi anni attraversata da fermenti populisti e sovranisti, (dal Brasile della gestione Lula, ai vari governi della sinistra populista, dalla Bolivia all’Ecuador…), permettendo di tornare a condizionare l’intera area sud del continente americano tramite l’oro nero venezuelano oltre a quell’area caraibica, da cui estrometterebbe qualsiasi influenza russa su Cuba che, del petrolio venezuelano ha recentemente fruito “ad abundatiam”, grazie al governo di Chavez e dei suoi successori.

Il governo chavista, a sua volta, ha sottoscritto nel corso degli anni una serie di accordi economici e militari con quell’Iran, di cui gli Usa di Trump vorrebbero pesantemente condizionare la politica. Le stesse prese di posizione sulla questione della Crimea e del Donbass, decisamente avverse alla Federazione Russa di Putin, sono intese a contenerne l’influenza su tutta quell’area compresa tra il Mar Nero ed i Dardanelli, di vitale importanza per il passaggio di navi e merci da e verso il Mediterraneo. In tutto questo, la politica di Trump e quella Usa in genere, nel puntare ad impadronirsi in modo esclusivo della gestione e della distribuzione degli approvvigionamenti di materie prime, attraverso la longa manu delle varie compagnie petrolifere, renderebbe, nel medio termine, molto problematica l’espansione economica del gigante cinese.

Nell’immediato, la politica dei dazi di Trump ha sortito l’effetto di un rallentamento della corsa della Cina, ma, come abbiamo sopra visto, anche di un complessivo rallentamento del commercio mondiale. E siccome oggi viviamo in un mondo “globalizzato”, ovverosia strettamente interconnesso, le ricadute negative sulle economie europee ed italiana in particolare, non tardano a farsi sentire, rimettendoci dinnanzi all’eterno quesito sul “come” ovviare alle umoralità ed alle instabilità geoeconomiche globali. A dover essere messo in discussione non è qui un provvedimento tecnico piuttosto che un altro, bensì un’intera impostazione economica e tutto quel che ne consegue, ovverosia quella liberal-liberista.

Di fronte alla sempre più frequente ricorrenza, di disastrose crisi finanziarie globali che, ad oggi lasciano i popoli d’Europa totalmente indifesi, sempre più vittime di un costante e generale impoverimento, consistente nella graduale perdita dei principali diritti sociali, accompagnati a degrado, carovita ed insicurezza senza precedenti, sempre più si da strada l’idea di un ritorno ad uno Stato “forte”, interventista in economia, in totale controtendenza con quanto sinora propalato dalle varie scuole economiche liberiste. Trump ci sta danneggiando perché ha ricominciato una virulenta politica economica protezionista. E noi dobbiamo trovare la capacità di rispondere parimenti.

Il moderato keynesismo che , qua e là potrebbe rispuntare, non è assolutamente sufficiente. I timidi tentativi di mantenere delle quote di partecipazione del Tesoro in alcune aziende nostrane oggi in difficoltà, quali Alitalia e Ferrovie, non è assolutamente sufficiente. Accanto alla  graduale uscita dagli accordi-cappio dei vari WTO e dalla gabbia dell’Euro, sarà invece necessario un programma di nazionalizzazione delle attività strategiche per il nostro paese. Gas, Luce, Energia, Trasporti e Telecomunicazioni, debbono ritornare sotto un controllo pubblico, spurgato dalle pastoie della nostrana, soffocante, burocrazia.

Creare assolutamente un meccanismo legislativo che permetta ai governi, in determinati casi, una forma di decretazione d’urgenza per far passare tutti quei programmi o proposte di legge o decreti che, in normali condizioni, dovrebbero passare tra i mille lacci e lacciuoli della burocrazia di cui sopra ed ingloriosamente arenarsi. Incentivare la piccola-media intrapresa e l’azionariato diffuso, con una politica di bassa fiscalità. Ridare potere alla Banca Centrale di emettere moneta, autonomamente da Bruxelles, senza la partecipazione delle banche private e pertanto ritornare ad una moneta emessa dallo Stato e non da queste ultime.

Ma, il punto centrale dell’intera questione sta in un aspetto, non ancora toccato da nessuno dei vari ed improvvisati “sovranisti” da strapazzo che oggi, agitano la scena politica italiota ed europea, urlando slogan, ma non proponendo ancora nulla di veramente risolutivo. Punto di forza degli Usa, al di là delle varie analisi sui possibili scenari geopolitici ed economici, sta nel fatto che essi detengono la maggior parte del circolante monetario espresso in dollari del mondo e questo perché, Lor Signori il denaro lo producono e lo esportano, al pari di una pregiata materia prima, grazie agli accordi di Bretton Woods, che hanno stabilito “de iure”, la supremazia del dollaro Usa, eletto a valuta di riferimento, sull’intero mercato valutario internazionale.

L’abbandonare unilateralmente questi accordi, in concordanza con i partner europei ed al maggior numero possibile di nazioni extra europee, costituirebbe per gli Usa un colpo durissimo, peggiore di quello rappresentato dall’uscita dalla Nato o da un altro disastroso attentato di Al Qaeda. Al contempo, andrebbe incentivata ed implementata la pratica di un azionariato diffuso, accompagnata da precise disposizioni normative avverse alle grandi concentrazioni economiche e finanziarie, tali da rendere difficile la creazione di cartelli e gruppi di pressione in tal senso.

Sempre in questa direzione, il ripristino in territorio italiano di un corrispettivo giuridico della legge Steagall, abrogata dalla famigerata presidenza Clinton e che prevedeva la divisione degli istituti bancari, tra quelli esclusivamente indirizzati al risparmio e quelli invece specializzati in esclusiva negli investimenti. L’ultimo colpetto all’edificio globale, infine, andrebbe dato al problema del costo del denaro, attraverso l’abolizione del meccanismo delle famigerate plusvalenze, che va a caricare l’interesse del danaro prestato di altri interessi e via discorrendo nel tempo, corrodendo inesorabilmente le economie dei risparmiatori e dei consumatori e conferendo, invece, all’ istituto bancario dei guadagni da capogiro.

In questo modo, la stessa alea di rischio degli investimenti azionari, ma anche la loro eccessiva fluttuazione andrebbero riducendosi notevolmente, con buona pace di speculatori ed affini. Come ben si può vedere, questa, al pari di altre, fasi di crisi e/o stagnazione è indotta e può ben essere superata, solo adottando certi semplici e poco costosi problemi. L’edificio globale da Lor Signori creato, è, ad oggi, molto più fragile di quel che potrebbe, a prima vista, sembrare. Se alcuni “rumors” possono creare crisi e contraccolpi a livello internazionale, non indifferenti, proviamo solo ad immaginare cosa ne sarebbe del Nuovo Ordine Mondiale, solo ad iniziare certi programmi…Il problema, al solito, è uno solo: chiarezza negli obiettivi e volontà di agire.

La marcia Europetta buonista è oggi in preda ad un forte mal di stomaco: populismi di varia estrazione e natura, trovano spazio d’ascolto e consenso sin qui inusitati, ma non basta. Vivendo in una società, per dirla con Baumann, “liquida”, di fronte a chiacchiere non corroborate da fatti concreti, i consensi potrebbero ben presto sfumare nel nulla, sancendo un altro trionfo della banalità del Politically correct. Per questo, chiarezza e volontà di agire, al di là di ogni schema, limite, appartenenza sono, oggi più che mai, fondamentali. E stavolta, statene certi, ne va della nostra sopravvivenza come uomini liberi.

Umberto Bianchi