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Il giallo di Avetrana e lo show di “zio Michele” PDF Stampa Email

Sabato 04 Giugno 2011 13:01

di FRANCESCA THEODOSIU (L'UNICO) - Il giallo di Avetrana continua ad arricchirsi di particolari, colpi di scena, dettagli impensabili, trasformandosi in un thriller, degno delle migliori sceneggiature, confondendo cronaca e finzione.

Una sorta di remake di “the Truman show”, il cui protagonista, però, è manipolatore consapevole dello spettacolo. Dopo aver rilasciato agli inquirenti ben sette dichiarazioni, più o meno discordanti tra di loro, Michele Misseri ha deciso di tentare il colpaccio, urlando la propria colpevolezza davanti all'obiettivo di una telecamera, ricordando, piangendo, mimando, come in un flashback a rallentatore, tutti i suoi gesti in quell'assoltato pomeriggio di agosto. Lo show di zio Michele diventa un colossal e lascia basiti anche i più attenti ed informati scrittori di gialli, i quali, nonostante la decennale esperienza, stentano ad individuare un finale plausibile. Michele Misseri difende ad ogni costo le donne della sua famiglia, continuando a dichiararle innocenti: uno dei rarissimi casi, se non l'unico, in cui un indagato grida a gran voce, già dal carcere, la sua colpevolezza, anziché fare il contrario.

 


Ma come può, colui che si professa assassino di un delitto così efferato, che ha l'audacia di ripercorrere, di fronte al giudizio inflessibile di un pubblico accorto, attimo per attimo, sequenza per sequenza, gli ultimi istanti di vita di Sarah, non lasciando trasparire alcun coinvolgimento emotivo, farsi sopraffare, poi, dai sensi di colpa, per aver, a suo dire, costretto in carcere due innocenti? La pantomima di Misseri non convince noi, ma neanche i magistrati, i quali, abilmente, hanno deciso di accantonare gli elementi emersi da questa assurda messinscena, recitata anche un po' male, e procedere autonomamente. Non convince la dovizia di particolari con cui Michele dipinge la scena del delitto, troppi, secondo il parere dei criminologi più esperti; non convince l'assoluta assenza di prove certe che testimonino la presenza di Sarah in garage o in casa in quel pomeriggio del 26 agosto. Tutti gli elementi addotti da Misseri, compresa la corda che asserisce di aver usato per strangolare la ragazzina, non riportano una sola traccia biologica della vittima, nulla che possa aprire uno spiraglio sulla veridicità delle sue dichiarazioni.


L'interrogativo inquietante che si apre, dunque, è: Michele Misseri è un mostro o una vittima? Se fosse lui il vero assassino, la sua ricostruzione lascerebbe comunque molti dubbi e lacune: ci dissuade la banalità del movente e che Misseri abbia potuto compiere tutto da solo. Ma se fosse una vittima, chi potrebbe essere il suo carnefice? La moglie Cosima, con cui ultimamente non andava d'accordo, al punto di aver smesso di cucinare per lui, di lasciarlo dormire su un giaciglio improvvisato, di lanciargli contro piatti da portata ed altri oggetti? Se così fosse, allora, perché vorrebbe scagionarla? Perché un uomo maltrattato, dimesso, succube, ma pur sempre un uomo, dovrebbe preferire di sacrificare la propria libertà per tutelare quella della sua aguzzina? Poco prima di essere tradotta in carcere, la stessa Cosima Serrano aveva dichiarato, durante un'intervista, di aver deciso di andare a trovare il marito dopo aver saputo il vero motivo per il quale Michele aveva incolpato la figlia Sabrina dell'omicidio. Qual è questa ragione? Quale la motivazione che trasformerebbe quello di Michele in un gesto quasi altruistico, tanto da far ricredere Cosima e farle apparire giustificabili le accuse del marito nei confronti della figlia? Da chi Michele starebbe cercando di difendere Sabrina? E se il delitto fosse tutto da rileggere? Se Sarah nella villetta di via Deledda non fosse mai entrata, ma fosse stata fermata prima, davanti al cancello, e portata direttamente da qualcuno nel campo della famiglia Misseri, dove è stato poi ritrovato il suo cadavere? Se questo “qualcuno” avesse cercato di abusare della piccola Sarah e, per bloccare il suo dimenarsi, le avesse stretto al collo la cintura dei pantaloni, che, secondo quanto decretato dal medico legale, risulta essere proprio l'arma usata per ucciderla?


Michele conosceva molto bene quel podere, perché proprio tra quegli ulivi aveva trascorso metà della sua vita, a lavorare, incessantemente, senza concedersi mai un momento di svago. Per questo motivo, forse, qualcuno potrebbe averlo chiamato in aiuto, dopo aver commesso l'omicidio, affinché gli indicasse un luogo in cui nascondere il corpo esanime della ragazzina. Questa ricostruzione spiegherebbe anche la ragione per cui, l'unica circostanza sulla quale gli inquirenti non hanno dubbi, è che Misseri abbia partecipato all'occultamento del corpo di Sarah, l'unica porzione del suo racconto che viene reputata attendibile. Potrebbe essere stato minacciato di non rivelare niente Misseri, costretto ad addossarsi la colpa, a depistare le indagini, pena la vita della sua famiglia. Visto in questi termini, il carcere per Sabrina non rappresenterebbe più una reclusione ingiusta, ma il luogo sicuro in cui un padre disperato ha condotto sua figlia per proteggerla.


Allo stato attuale sono ancora troppo pochi gli elementi a disposizione per stabilire da che parte stia la verità; può essere accaduto tutto ed il contrario di tutto. Il giallo di Avetrana, con i suoi intrecci, le omissioni, i depistaggi, resta, comunque, un complotto di famiglia, in cui possono essere considerati tutti assassini, indipendentemente da chi abbia materialmente tirato le estremità della maledetta cintura, stretta al collo della piccola Sarah. Tutti hanno ucciso, almeno la sua memoria.


 

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