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di MADDALENA RISPOLI
Dall’inizio della sua storia, l’uomo ha meditato sull’importanza del Tempo e ad esso ha rivolto la propria attenzione riflettendo se la sua natura possa essere considerata come un nemico da combattere, una sorta di autore di irreversibili nefandezze soprattutto fisiche.
Se il Tempo potesse essere sottoposto a giudizio sarebbe certamente accusato di omicidio di primo grado poiché scientemente conduce alla morte, ne seguirebbe immediata condanna; di strage, visto l’elevatissimo numero di assassinati; di truffa dal momento che illude la giovinezza sostituendola in un soffio con la vecchiaia; insomma l’elenco potrebbe proseguire ad libitum ma condurrebbe sempre al medesimo punto: il reo a piede libero in quanto eterno latitante. Io sono convinta che il Tempo non esista e posso assicurare che non è un comodo personale.
Se accomuniamo il Tempo assoluto con lo Spazio assoluto, ne discende l’Infinito che, come tale, non può essere contenuto nell’Essere finito- uomo. Pertanto il Tempo assoluto è pura astrazione senza principio né fine, è una sorta di fumo che riveste gli esseri viventi animali o vegetali che sono chiusi nella passività poiché inconsapevoli e privi di pensiero ragionato dunque solo vittime del Tempo mentre gli uomini, furbetti, non potendo far entrare il Tempo assoluto nelle loro menti dal contenimento finito,decidono di ricorrere al Tempo relativo quindi misurabile e adatto alla speculazione. Con questo puro artifizio abbiamo a disposizione secondi, minuti, ore ( grazie a chi per primo inventò il misuratore del tempo!) e così via insomma ci forniamo la possibilità di misurare l’immisurabile raggirando l’inaccessibilità dell’infinito. Ne discende che il Tempo relativo non esiste poiché da noi partorito ed anche il Tempo assoluto segue la medesima sorte in quanto puro “fumo” evanescente. Non si può assolutamente concepire la Storia se non si entra nell’ottica dell’inesistenza temporale, soltanto se viene acquisito questo concetto si avrà la possibilità di considerare imperituro il percorso umano. Seneca, grande amico mio personale, con cui ho piacere di avere frequentazione si è interessato del concetto Tempo ed a lui, come se fossi il suo discepolo Lucilio, ultimamente ho posto qualche domanda che di seguito riporto per meglio chiarificare quanto sopra esposto. Naturalmente Seneca non è un facile interlocutore, ma farò del mio meglio per navigare nella massima chiarezza. Lascerò come forma il dialogo poiché da lui espressamente richiestomi.
LUCILIO
Ave, magister optime (‘A Maestro, te saluto).
SENECA (con bonomia)
Ave, fili mi. Ave, mi Lucili.(Fijetto bello, come te butta?).
Lucilio (con aria dubbiosa)
Dic mihi, magister,(Te vojo fa ‘na domanda): che cosa è la gioventù e che cosa è il carro che porta con sé: (breve pausa) la vecchiaia? Gli uomini sanno che si nasce, si cresce, si muore. Si è belli, un tempo, dal viso roseo e liscio… poi, lentamente, i solchi tagliano come aratri la pelle ed ecco, (sospiro)si diviene maschere di se stessi.
SENECA (con simpatia)
Il tempo…il tempo. Noi apparteniamo al tempo, la vita è tempo, noi siamo ostaggi del tempo “suus nemo est”. Nessuno si appartiene(Fendendo l’aria con la mano). Vedi, o discepolo, ti voglio spiegare.(Con pazienza e saggezza malcelata) In tria temporum vita divìditur: quod fuit, quod est, quod futurum est. Ciò che fu appartiene al nostro passato, ciò che è al presente, ciò che sarà al futuro…
LUCILIO (con curiosità)
Dunque, optime, se nessuno si appartiene, se siamo prigionieri del tempo, se il presente è breve come una scintilla, se il futuro è dubbio e la certezza è solo in ciò che già vivemmo, vecchiaia e giovinezza non esistono ma solo il tempo che fluisce inesorabile, fugge e sottomette ai suoi voleri in rapida successione. Gli uomini, allora, nulla possono?
SENECA (con pazienza)
Si, figlio mio, fa così: Sii padrone davvero di te stesso, recupera e serba con cura il tempo che fino ad oggi era gettato o distrutto o perso. Non essere negligente ed incurante, non dedicare i tuoi momenti al nulla poiché ogni nulla vissuto ingrassa e distorce la gioventù in vecchiezza dello spirito, privandoti così dell’unico bene che la natura ci regalò per combattere la morte che ci corre dietro le spalle. Essa infatti non è nel domani ma nel passato trascorso ed ogni ora, ogni momento catapultato nel nulla appartiene ormai al dominio della morte.
LUCILIO (con curiosità)
Allora non è la vecchiaia la porta della morte?
SENECA (quasi stizzito)
No, no! Omnia, Lucili, aliena sunt, tempus tantum nostrum est. Siamo noi i padroni del tempo e noi soli possiamo prolungare la giovinezza o abbreviarla, a seconda di come sapremo utilizzare il nostro dono prezioso. Ma i mortali non comprendono (sospiro)e si fanno predare dalla futilità delle cose senza mai soffermarsi, senza mai riflettere, senza mai sorridere ai doni ricevuti, senza mai accontentarsi. E si vedono vecchi, una mattina, e stanchi e dalle membra macilente e dallo sguardo torbido e velato e dalle mani tremolanti .Allora rimpiangono il passato, Lucili mi (fijetto bello). Troppo tardi. Ricorda: gli anni trascorsi sono in mano alla morte. Rimandi, tralasci, abbandoni oggi, mentre la vita scivola sine sapientia.
LUCILIO(con deferenza)
Intellego tua verba, magister. Ho compreso la lezione e ne farò tesoro… Anzi…corro a divulgare la tua saggezza…
SENECA (con stizza e alzando le braccia al cielo)
Quo tu, turpissime? Dove vai, sciagurato?Ma‘ndo cori? Nun hai capito gnente?(cantilenando)…er saggio nun core, camina; er saggio… nun divulga, disserta; er saggio…ma tu che voi capì, core de mamma!? Che parlo a ffà…tanto nun ce senti. Che ce voi fa, fijetto bello, è che proprio la capoccia nun te tiene. E mo’ vattene, che me so’ stufato.(Con aria annoiata) Seneca s’è scocciato de fa er filosofo e dunque…va e se fa un quartino all’osteria der “Sorcione derelitto”.
LUCILIO (con insistenza)
A sor magistere,… che ce posso venì?
SENECA (movendo il palmo della mano per indicare di allontanarsi)
A discepolo…! …vedi d’annattene…Va.., e va. Te saluto core.
Roma, caput mundi; Roma, dominatrice di popoli; Roma, dispensatrice di civiltà…Roma, Roma, Roma!Quanto e che cosa abbia rappresentato la Città eterna nella costruzione e nella crescita del genere umano, ha fatto vergare pagine e pagine da parte di studiosi o semplici estimatori che ancora oggi tentano di comprendere come il consesso umano abbia potuto accettare, volente o nolente, il potere di un popolo che si impose con la forza delle armi sì, ma anche con il suo imperituro ingegno. La storia di Roma ci trascina indietro in un vortice e mostra un percorso tendente fin dall’inizio ad un solo obiettivo: la grandezza di sé. Sarà bene guardarsi intorno, quando la città era ancora neonata, ed osservare il territorio Italia che aveva già sofferto per conflitti di civiltà che si erano susseguite invadendo il paese con fare prevaricatore e crudele. Le prime società conobbero il lavoro della pietra ignorando ancora quello dei metalli, le selve circondavano gli uomini con ostilità ma anche con generosità dal momento che offrivano prede-cibo, colpite da frecce aguzze e poi condotte nelle spelonche per essere consumate in modo non di certo ortodosso. Certamente la vita doveva essere molto difficile ma per fortuna ad un certo punto qualcuno scoprì il fratello fuoco e dalla vita ferina si passò alla sopravvivenza meno amara( il cibo cotto è senza dubbio più gradito del crudo), il metallo fece capolino, il bestiame venne allevato, il caglio permise di gustare il formaggio,nei primi casolari agresti il fuoco fu offerto agli dei ed ai defunti mentre con l’aratro tirato dai buoi i campi fecondati cominciarono ad offrire di più. E la cosa era solo all’inizio. Sui colli i primi villaggi costituivano agglomerati umani in cui già si specchiava il consorzio sociale e ardimentosi percorrevano i fiumi che conducevano a qualcosa di ignoto ma attraente:il mare. La vasta pianura padana vedeva il fiorire di due popoli: uno di razza mediterranea proveniente dall’Asia occidentale o dall’Africa che aveva occupato le sponde dell’Europa meridionale, un popolo forte ma in decadenza: i Liguri. Era gente che aveva viaggiato a lungo e ,trotterellando , era discesa dalle Alpi occidentali alle Elvetiche; non contenta di ciò, dopo aver occupato la valle del Rodano, si era spinta fino alla linea del Tevere. L’accoglienza non era stata delle migliori anzi, secondo lo stile poco ospitale dell’epoca, Umbri ed Etruschi con una serie di pedate ben assestate li avevano ricacciati in Provenza di gran carriera e in Italia fino alle Alpi e al Varo. Dell’altro popolo le origini erano piuttosto oscure tranne il fatto che un bel giorno senza alcun passaporto (all’epoca non era ancora stato inventato) si erano stanziati provenendo dalle Alpi Giulie verso l’Adige, il Piave, lungo l’Adriatico. Come si suole dire: “Sta bene uno finché lo vuole un altro”e così fu per questa gente fino a quando vide profilarsi all’orizzonte un popolo ben più civile in cerca di comunicazioni con il Danubio e l’Europa centrale: gli Etruschi. Splendidi e misteriosi, dalla lingua che ricordava il lontanissimo Oriente tra l’XI e il X sec. a. C. si erano spinti dalle coste della Toscana liquidando Liguri e Umbri per giungere fino al Tevere.Chi era questa gente dal fascino forte e diverso che dimostrerà una civiltà di rango tanto superiore da non far resistere nemmeno Roma?Ebbe legami con lo splendore della città che diverrà faro di civiltà? Incontro a quale destino andò la gente etrusca? La Storia è in grado di rispondere ad ogni interrogativo se si ha la pazienza di indagare nel suo ventre.
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