Referendum. Qualche consiglio per votare consapevolmente

L'unico motivo per cui varrebbe la pena votare Sì al Referendum costituzionale è l'eliminazione della legislazione concorrente che costa soldi e crea inefficienza. Ma la fine del bicameralismo è una farsa

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di Riccardo Corsetto

In questi giorni siamo tutti tirati per la giacchetta a votare Sì o No al referendum per la riforma costituzionale del 4 dicembre prossimo. Un Referendum, come sempre accade, tragicamente viziato dall’italica tendenza a trasformare un momento di partecipazione democratica in un plebiscito ad personam sul Premier di turno. Fu così nel 2004, quando l’Italia per far dispetto a Silvio Berlusconi fece dispetto a sé stessa.

Chi possiede il lusso di spendere il proprio tempo per leggere da capo a coda il testo integrale della riforma costituzionale (gli italiani che lavorano, a differenza di politici e giornalisti non l’hanno, ma se volessero ecco il link) si accorgerà che alla fine della lettura non c’è verso di uscirsene con una conclusione netta. Chi afferma il contrario fa propaganda. Anche costituzionalisti di professione – quelli seri e non al soldo della politica – ammettono che il testo contiene aporie, insieme a vantaggi e controindicazioni. Partiamo dai vantaggi, ovvero dai punti del testo di riforma che è lecito aspettarsi possano portare benefici. Perché almeno uno c’è e bisogna dirlo.

SI ALL’ELIMINAZIONE DELLA LEGISLAZIONE CONCORRENTE

Il vantaggio per cui varrebbe di votare SI è l’eliminazione della legislazione concorrente tra Stato e Regioni i quali, dal 2001 ad oggi, finiscono in tribunale (un ricorso ogni tre giorni secondo le stime) per aggiudicarsi la competenza su materie contese e su cui non è chiaro nemmeno ai giudici chi diavolo abbia la precedenza.

Ma lo Stato che porta in tribunale sé stesso costa a noi contribuenti e distrae i tribunali amministrativi da faccende più importanti.

Su questo aspetto dunque votare Sì metterebbe fine alle incertezze sulle competenze generate dalla riforma del Titolo V del 2001.
Votando Sì chiedete dunque che lo Stato riporti sotto la propria esclusiva competenza materie d’interesse nazionale fino ad oggi devolute malamente alle Regioni. Parliamo di materie importanti come le banche locali, la previdenza complementare, il commercio internazionale, l’energia, ecc.

Cosa resterebbe da fare alle Regioni allora? Presto detto. Continuare a concentrarsi su trasporti locali, sviluppo del territorio, servizi socio-sanitari, formazione professionale, ambiente e turismo, e quindi su ciò che in realtà ha rappresentato fino ad oggi la loro spesa. Più che di un ridimensionamento delle competenze, come accusano i federalisti, è più giusto parlare di ‘discernimento’ delle competenze. Votando sì sapremo meglio chi deve fare cosa. Senza che a dirlo debbano essere i giudici.

NI AL BICAMERALISMO ASIMETTRICO MA MANCO TROPPO

Ma veniamo ora al NI. Ovvero a quel punto che la propaganda del Premier presenta come rivoluzione e invece è la solita farsetta all’italiana: siamo al passaggio cool della riforma: l’introduzione del ‘bicameralismo asimmetrico’, con netto depotenziamento, non solo numerico, (da 315 senatori eletti si passerebbe a 95 eletti + 5 nominati dal Capo dello Stato) del Senato della Repubblica.
Un Senato che non fa più a ping pong con la Camera facendo perdere mesi e mesi agli italiani per decidere il nulla o, peggio, una miriade di leggi pastrocchiate di emendamenti inutili, dannosi e snaturanti l’idea del legislatore firmatario.

Dice il detto: troppi galli che cantano e la gallina non fa l’uovo. Un Senato dunque che non pone la fiducia al Governo e non vota la legge di bilancio dello Stato. Fin qui varrebbe certo di votare SI, anche solo per risparmiare sugli stipendi di 315 senatori (molliche nel bilancio dello Stato ma va bene il principio) e per evitare il ping pong da bicameralismo perfetto che ormai odiano anche i Padri sacri della Costituente dalla loro tomba e persino Benigni che, dopo aver intascato parte del Canone Rai per difendere romanticamente l’eternità di De Gasperi, Togliatti e Saragat, alla fine s’è convinto che cambiare la Costituzione non è peggio di bestemmiare. Un traguardo non facile per un toscano.
Ma al di là delle motivazioni di ciascuno è al fine che dobbiamo guardare: e se il ping pong finisce allora l’attività legislativa dell’Italia prende il largo.
La verità purtroppo è che il Senato rimane abbastanza simmetrico su molte materie:
funzioni di garanzia come le leggi costituzionali, elezione del Presidente della Repubblica e dei giudici della Consulta, recepimento delle leggi internazionali e su molte altre materie dette concorrenti.
E un bicameralismo tutt’altro che asimmetrico resterebbe sulle materie d’interesse nazionale su cui la Camera sarebbe sì il decisore finale – secondo la riforma – ma non prima di aver respinto, a maggioranza assoluta dei membri, gli emendamenti del Senato.

Un dettaglio che – calcolando maggioranze risicate alla Camera e gli impegni dei deputati di governo – renderebbe il potere del nuovo Senato tutt’altro che asimettrico, come invece pubblicizza la reclame istituzionale dei TG Rai e i TG-Renzi.

C’è di più. Il Senato mantiene potere d’iniziativa legislativa – badate bene –  su tutte le materie purché approvata a maggioranza assoluta dei membri e può esaminare ogni proposta di legge della Camera. E’ vero pure che può farlo soltanto con potere consultivo, ma detenendo in questo modo un certo potere di ostruzionismo. Un potere ostruzionistico accresciuto dal fatto che il Senato – a differenza della Camera – non scadrebbe con la fine della legislatura parlamentare, ma durerebbe relativamente alla durata dei consigli regionali. Senatori dunque in grado di sopravvivere elettivamente ai deputati.

NO AL SENATO FATTO DI SINDACI E SENATORI A MEZZO SERVIZIO

Dopo un SI e un NI adesso veniamo ai NO decisi. Un senato così pensato prevedrebbe 95 senatori eletti – leggiamo dal testo – “in conformità alle scelte espresse dagli elettori per i candidati consiglieri”, senza chiarire se il sistema si riferirà alla distribuzione dei seggi o alla distribuzione dei voti dei vari partiti. Un elemento non di poco conto considerando che i sistemi elettorali regionali non sono uniformi. Insomma un pastrocchio su cui si dovrà mettere la toppa, in caso passasse il Sì, per capire come diavolo saranno assegnati questi seggi.

Il Senato preconizzato da Renzi non sarà mai rappresentativo pertanto di maggioranza e opposizione usciti dalle elezioni politiche, ma sarà tutt’altra cosa.

C’è un altro NO che riguarda i 21 sindaci che andranno di diritto in Senato. Scommettendo che si dedicheranno di più al territorio, dove giustamente sono stati direttamente eletti dal popolo, è logico supporre che disertino Palazzo Madama per il Municipio di provenienza. Il sottoscritto non vorrebbe mai avere un sindaco che se ne sta tre giorni alla settimana a Roma a fare la dolce vita. Risultato? Da 100 Senatori, contando i 21 sindaci più altri assenteisti vari, ci ritroveremo con un Senato presidiato da 50, 60 senatori attivi.

E che faranno? Difenderanno il territorio o gli interessi del partito? E soprattutto: come pagheremo i rimborsi di trasferta, vitto e alloggio nella città eterna? Di scontrini-gate non vorremmo più sentir parlare.

Il candidato Verdone direbbe: Sto Senato così pensato ce serve o nun ce serve? Perché se ce serve tenemoselo, ma se nun ce serve… e io dico che nun ce serve… Levamolo.
Asfaltamolo… Peccato che il testo del Referendum del 4 dicembre dica altro.

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