Scontro Italia – UE: alcuni economisti danno ragione a Salvini

Lo scontro Italia – UE non sembra placarsi. La Commissione Europea (CE) si prepara a dare filo da torcere all’Italia: secondo Bruxelles, le stime sull’output gap italiane non permettono politiche fiscali espansive.

Matteo Salvini ha recentemente dichiarato che serve uno “shock fiscale in pieno stile trumpiano” per far ripartire l’Italia, un argomento che ha acceso numerose polemiche: dalla sua parte il leader della Lega ha diversi economisti tra cui Olivier Blanchard, ex Chief Economist del FMI che non ha mai fatto troppi complimenti al nostro Paese.

Primo fra questi c’è Robin Brooks, Chief Economist dell’Institute of International Finance,  l’organizzazione che rappresenta le banche più grandi del mondo che bolla come “insensatezze economiche” le preoccupazioni della CE. L’output gap, oggetto di disputa tra l’Italia e l’UE, è calcolato mediante la differenza tra il PIL al suo livello effettivo e il PIL potenziale, cioè quel valore del PIL che non dà luogo a pressioni inflazionistiche. Questa differenza è espressa in punti percentuali rispetto al PIL potenziale.

Lo scopo è quello di cercare di capire quanto un’economia sia “surriscaldata”: se il livello del PIL effettivo è al di sotto del suo potenziale, allora c’è margine per una politica fiscale espansiva senza che quest’ultima generi pressioni inflazionistiche.

Questo aspetto era già stato ripreso dal Prof. Bagnai tempo fa che nel suo blog si chiedeva: “Per la Francia il PIL potenziale è maggiore di quello attuale, e ci sta vista la disoccupazione al 10%. Per l’Italia, con la stessa disoccupazione, il PIL potenziale è inferiore a quello che abbiamo adesso e quindi dobbiamo ridurre la ricchezza immessa per evitare inflazione”. La Francia si prepara a “sforare” il vincolo del 3% per l’ennesima volta senza che nessuno alzi minimamente la voce, mentre per il 2,04% (deficit/PIL italiano) ci hanno letteralmente fracassato i coglioni, tanto per usare un francesismo.

La Commissione Europea pensa che l’output gap italiano sia prossimo allo zero. Robin Brooks è molto perplesso sulla validità di questo indicatore, come ben evidente in questo tweet:

Ma scusate… se questo indicatore deve essere il pilastro della politica economica degli Stati membri dell’UE perchè ogni organizzazione internazionale “spara” un valore tutto suo? Perchè non sono tutti concordi? Perchè non è un qualcosa di incontroverbile? Mica stiamo giocando la schedina… Insomma, sembra una variabile molto instabile per improntarci su una determinata politica economica.

Olivier Blanchard ha dichiarato al Financial Times: ““Davvero non sappiamo se la disoccupazione italiana può scendere sotto, diciamo, il 6%. Penso che sia possibile, perché quando è successo l’ultima volta, non ci sono state pressioni inflazionistiche, e non vedo ragione perché le cose dovrebbero essere cambiate molto”. 

Altri accademici invece vedono questo indicatore come uno strumento di controllo politico, mentre altri, tra cui il Prof. Tommaso Monacelli, Assistant Professor of Economics all’Università Bocconi, sono molto scettici sulle critiche rivolte nei confronti della Commissione Europea.

La bassa crescita italiana, secondo il Prof. Monacelli, è da imputare alla scarsa crescita di lungo periodo dovuta ai pochi investimenti e allo scarso utilizzo di tecnologia e agli scarsi investimenti nell’innovazione tecnologica. L’innovazione tecnologica permette di far registrare tassi di crescita effettivi e potenziali nel medio-lungo periodo, ma se un’imprenditore riesce fatica a pagare le imposte, i suoi dipendenti, i suoi fornitori e a destreggiarsi con una burocrazia italiana fra le più asfissianti al mondo, come può pensare di reinvestire quei pochi soldi che ha in tasca in innovazione tecnologica? E se il livello dei consumi è fermo, chi gliela compra questa innovazione tecnologica?

Facciamo un esempio pratico. Andate in un negozio di scarpe e volete acquistarne un paio (avete pochi soldi in tasca e potete permettervene solo uno): entrate nel negozio e vi recate a pagare il vostro paio di scarpe. Quando vi recate in casa, il negoziante vi vorrà vendere non uno, ma ben 5 paia di scarpe, ovviamente facendovele pagare.

Voi lamenterete il fatto che avete i soldi solo per acquistare un paio di scarpe, ma lui nulla… insisterà dicendo che quelle scarpe sono prodotte in maniera innovativa e che riesce a produrne anche decine di migliaia in un’ora. A quel punto però la situazione è la seguente: voi acquisterete il vostro paio di scarpe mentre le restanti paia resteranno sul groppone del venditore. E’ evidente che l’innovazione deve essere accompagnata anche da una capacità di spesa dei consumatori che al momento non sembra essere delle migliori…

Forse sarebbe meglio rivedere i vincoli europei che tengono in ostaggio 60 milioni di persone, sostituendoli con parametri che premino la crescita. Ad esempio si potrebbe riconvertire il MES (ex FESF) in un Fondo Monetario Europeo che può concedere prestiti a tassi agevolati agli Stati che sono più in difficoltà per finanziare i loro investimenti pubblici (che poi faranno da traino agli investimenti privati nazionali). Prestiti a cui si può accedere senza cessioni di sovranità e senza manovre lacrime e sangue, che possono essere restituiti anche in periodi di tempo abbastanza lunghi.

Per quanto riguarda il Governo italiano dovrà adottare una strategia politica e non eccessivamente algebrica: lo sarà quando, come diceva Carl Schmitt, si riconoscerà il nemico e lo si distruggerà.

Il nemico in questo caso è un sistema legalmente costituito che ci impone di preferire un credito elargito per pietas da un’organizzazione internazionale a un investimento effettuato direttamente da una comunità, un nemico che vede il denaro come una merce da acquistare da soggetti che non hanno niente a che vedere con la politica, ma che si rifanno alle logiche della speculazione finanziaria… che non vede il denaro per quello che è: un mezzo di pagamento che serve per incentivare gli scambi tra i membri di una determinata comunità o tra più comunità.

Lo scontro Italia – UE sembra solo agli inizi, ma se questo è il trend, potremmo vederne delle belle.

Stefano Mastrillo