Una truffa chiamata “Debito Pubblico”

La riconquista di una sovranità economica e politica completa, deve avvenire per gradi, smantellando pezzo per pezzo tutti gli elementi che, ad oggi, costituiscono il grande edificio istituzionale globale

di Umberto Bianchi

E’ da un po’ troppo tempo che ci sentiamo ripetere, a mò di ossessivo
“mantra”, che il debito pubblico è eccessivo, o che il suo sforamento può
portare a gravi conseguenze per l’economia del nostro paese o che, ancor
peggio, in virtù di tale debito siamo obbligati ad adottare delle politiche
all’insegna dell’ “austerity” e della stagnazione economica, attraverso odiosi
taglia alle spese sociali ed ai salari. L’immagine di un’Italia quale “sorvegliata
speciale”, non rende giustizia ad uno stato di cose conseguente ad un’ altra e
ben più scomoda, verità. Ma vediamo di procedere per gradi.
Cerchiamo, anzitutto, di dare una definizione di debito pubblico. Per debito
pubblico “strictu sensu”, in scienza economica si intende
il debito dello Stato nei confronti di altri soggetti sia nazionali che esteri – quali
individui, imprese, banche o addirittura Stati che, attraverso l’acquisto
di obbligazioni o titoli di stato (in Italia BOT, BTP, CCT, CTZ e altri) hanno
sottoscritto un credito a quello stesso Stato, destinato a coprirne il fabbisogno
monetario di cassa, ovvero l’eventuale deficit pubblico cumulato nel proprio
bilancio e la copertura dei relativi interessi. A questo punto, però, al di là di
una rigorosa, ma arida definizione, sorgono, immediate, due considerazioni
strettamente interrelate.
La prima ci pone dinanzi alla riflessione di ordine statistico per cui, a fronte di
un progressivo indebitamento pubblico, si ha una maggior crescita di reddito
e ricchezza tra i privati. E il fatto che l’Italia, con il suo tanto deprecato debito
pubblico, sia uno tra i maggiori paesi al mondo detentori di ricchezza privata
ce la dovrebbe dir lunga. Da questa prima considerazione ne deriva una
seconda, per la quale, le politiche di bilancio ed indebitamento ben coordinate
dallo Stato, hanno sempre finito con il creare occupazione, spinta al consumo
e, di conseguenza, benessere generalizzato. E siamo arrivati alla teoria
keynesiana ed alle sue più eclatanti applicazioni, dal New Deal di Roosvelt,
alla organizzazione delle economie degli Stati Totalitari presenti prima
dell’ultimo conflitto mondiale, quali Germania ed Italia e via discorrendo con
altri similari esempi.
La qual cosa potrebbe ingenerare un certo mal di pancia nei vari apologeti di
uno sterile politically correct che, in preda ad un mistico furore, ci
risponderebbero che quegli sciagurati esempi non dovrebbero far testo e che,
comunque, a lungo andare, tutte quelle economie successive al secondo
conflitto mondiale che hanno continuato a cullarsi in un ozioso keynesismo o,
comunque, in un rilevante interventismo pubblico, son finite male assai,
Grecia, Spagna ed Italia, con il suo abnorme debito, in primis. Per non
parlare di quelle economie di Paesi emergenti del Terzo Mondo, ove il

pubblico intervento, (sempre a detta di costoro…), ha ingenerato spirali
debitorie ed un susseguirsi di fallimenti a non finire.
La prima e più spontanea risposta sta proprio nel “come” il debito viene
gestito ed emesso. E veniamo ad un esempio di stretta attualità.

Il Brasile sta vivendo una tra le più pesanti crisi economiche della sua pluridecennale storia di alternanze tra momenti di subitanea ascesa ed di altrettanto
subitaneo ripiombare in ambasce ed esiziali difficoltà economiche. I
precedenti governi a guida PT (Partido dos Trabalhadores, Sinistra-quasi-
radicale..) a guida Lula da Silva e, successivamente Dilma Roussef, avevano
fatto leva su un indebitamento pubblico che nell’attingere direttamente dalla
Caixa Economica Federal (Istituto di Credito Pubblico) attraverso una
sconsiderata ed incontrollata elargizione di credito alle fasce più povere di
popolazione che ne andava ad aumentare, momentaneamente, il livello di
benessere individuale ,senza però, arrivare a creare nuove opportunità di
quel lavoro, i cui proventi, invece, avrebbero potuto determinare quel salto di
qualità necessario a determinare una duratura stabilizzazione economica.
Il tutto, accompagnato ad un regime di elevata pressione fiscale (la prima in
America Latina…) che non ha di certo contribuito alla riuscita delle politiche
“petiste”. Quell’elargizione ha determinato un debito mai rientrato nelle casse
statali e comunque non foriero di crescita nel medio termine. Ed alla fine,
come abbiamo potuto vedere, il conto si è presentato. La mala gestione del
debito, può costituire una sicura aggravante e pesare in modo determinante
sui destini di un paese ma, a ben vedere, non ne rappresenta certo il motivo
principale.
Quello del debito pubblico è un problema che ha la propria scaturigine in
motivi diversi da quelli legati al suo semplice palesarsi in quanto tale. E tanto
per fare un esempio sulla sua inanità e sulla sua assoluta solvibilità, senza
tante tragedie, riportiamo un rapporto della McKinsey Global Institute (MGI) a
firma di Richard Dobbs, Susan Lund, Jonathan Woetzel e Mina Mutafchieva
ed intitolato “Debt and (not much) deleveraging”, che afferma che ”il debito di
Stato detenuto dalle Banche Centrali (o qualunque altro ente governativo) in
un certo senso è solo un’entrata contabile, che rappresenta la rivendicazione
di una parte del governo verso un’altra. Inoltre, tutti i pagamenti dell’interesse
su questo debito sono tipicamente inviati alla tesoreria nazionale, quindi il
governo sta effettivamente pagando sé stesso”. Stiamo parlando,
praticamente, di una cosiddetta “partita di giro”: lo Stato, deve dei soldi a sé
stesso e pertanto non bisogna dare niente a nessuno.
Ipotesi questa, tranquillamente palesata negli anni passati su molti ed
influenti media internazionali. Tanto per citare un altro esempio. Nell’Ottobre
2012, Ambrose Evans-Pritchard del Telegraph cita il rapporto di due ricercatori del Fondo Monetario uscito l’agosto di quello stesso anno,
dimostrante con dati matematici che, se lo stato stampa moneta in misura
sufficiente, può eliminare sia il debito pubblico che il credito bancario con
risultati ampiamente satisfattori per PIL, reddito e via discorrendo.
Un altro studio, a firma degli esperti di Pictet Asset Management, Steve
Donzè e Hiroshi Matsumoto, “Helicopter money: credible irresponsibility in
Japan?” ci suggerisce che, anche in casi come quello dell’Eurozona, in cui la
Banca Centrale non è sotto il controllo del governo, si potrebbe “rimpiazzare il
debito governativo sul bilancio della Banca Centrale con una obbligazione
perpetua a tasso zero”, tramite l’acquisto di bond “zero-coupon” a scadenza
illimitata, cioè titoli del debito governativo che non generano interessi e che
non devono essere mai pagati in quanto non scadranno mai. L’ipotesi allo
studio dalla stessa BoJ (Bank of japan) prevederebbe inoltre la graduale
sostituzione dei titoli di stato con questi “perpetual zero-coupon”.

Con questa soluzione, a detta degli studi che abbiamo citato, il debito
verrebbe azzerato e cancellato dal bilancio statale. Anche se tecnicamente,
un fatto del genere comporterebbe un disavanzo di bilancio, dato che le
passività sarebbero superiori alle attività, essendo (teoricamente…) le
Banche Centrali non soggette a quei test di solvibilità previsti per le banche
del settore privato e non dovendo avere gli stessi requisiti patrimoniali in
quanto titolate della esclusiva potestà di creare denaro, non potranno mai
trovarsi prive di solvibilità. Sempre secondo lo stesso studio, quella di banche
centrali con un patrimonio negativo non è certo una novità: secondo quanto
riferito dalla Banca dei Regolamenti Internazionali (BIS), quelle di Cile,
Repubblica Ceca e Israele hanno operato per anni con capitale negativo.
Venendo alle cause all’origine del debito pubblico; a detta degli studi compiuti
da autori come Ferrero e Bersani, in Italia, il problema del debito, causato da
una sua ipertrofica e sproporzionata crescita, comincia a prender forma nel
1981 attraverso la scissione Tesoro-Banca d’Italia. L’indipendenza della
Banca d’Italia dal Ministero del Tesoro ha avuto implicazioni più che evidenti
sulle casse statali. Sino a quel momento, difatti, i titoli pubblici invenduti
erano comunque soggetti ad una garanzia da parte della Banca d’Italia che,
in tal modo, limitava le speculazioni.

A seguito di questa scissione si sarebbe
delineata la truffa del debito pubblico: lo Stato tramite il rialzo dei tassi di
rendimento degli stessi, avrebbe  pagato così interessi superiori rispetto al
tasso d’inflazione, al fine di vendere tutti i titoli non più coperti dalla Banca
d’Italia.
È da questo momento che il debito pubblico avrebbe iniziato una crescita
spropositata, lasciando il campo libero alla speculazione finanziaria italiana.
Secondo quanto riportato dall’analisi del Bersani, dal 1990 al 2015, gli italiani

avrebbero versato 700 miliardi in più allo Stato rispetto ai servizi
effettivamente ricevuti, contestualmente ad un aumento del debito causato
dagli interessi, praticati da quei mercati da cui lo Stato ha cominciato a farsi
finanziare. Così il nostro debito è passato dal 60% al 120% in pochi anni,
dando così il “la” all’introduzione delle prime misure di rigore e dei famigerati
ed indiscriminati tagli alla spesa pubblica.
Quanto sin qui detto, però, è frutto di una visione molto parziale e
“tecnicistica” di un problema che, a nostro parere, ha bisogno di esser
inquadrato in una più ampia prospettiva. L’emissione di bond a tasso zero, al
pari della scissione di Bankitalia dal Tesoro, rappresentano solo degli
interessanti spunti di riflessione di cui bisogna, però, ricercare la causa prima
ab origine, cioè analizzando il fenomeno Globalizzazione nel suo complesso.
Le ragioni che presiedevano allo sganciamento del 1971 da parte del Dollaro
Usa dal riferimento al valore dell’oro e, quindi, dal dettato- principe degli
accordi di Bretton Woods, troverà un suo decisivo ed ulteriore sviluppo nella
clintoniana abrogazione della Legge Steagall che separava l’attività delle
banche di Investimento da quelle di Risparmio, nella completa deregulation
per quanto attiene l’emissione e la gestione dei cosiddetti “junk bonds”/titoli-
spazzatura, nei vari accordi sul commercio internazionale WTO
successivamente siglati e nella progressiva perdita di sovranità monetaria da
parte delle varie banche nazionali dell’Eurozona in favore della BCE.

Tutti fatti questi, che amplificheranno e daranno maggior incisività alla pratica
del signoraggio bancario, ovverosia ad un aumento del costo di emissione del
circolante che, oramai emesso da istituti di credito privati sotto la copertura di
banche nazionali (o direttamente di una sola, come nel caso della BCE, sic!),
determinerà l’aggravamento e lo spostamento del nostro famoso debito
pubblico dalle casse dello Stato, direttamente alle tasche dei cittadini che, nel
ruolo di primi fruitori e portatori della valuta circolante, si troveranno, pertanto,
a dover pagare senza poter batter ciglio, oltre agli interessi del debito
pubblico, anche il costo del denaro posseduto.
Un problema non nuovo questo, ma ora amplificato ed esasperato da uno
scenario economico di tipo neoliberista, per il quale le soluzioni non possono
essere identificate se non in un decisivo cambio di rotta delle attuali politiche
nazionali e comunitarie, sia in ambito strettamente europeo, che in ambito
mondiale. La riconquista di una sovranità economica e politica completa,
deve avvenire per gradi, smantellando pezzo per pezzo tutti gli elementi che,
ad oggi, costituiscono il grande edificio istituzionale globale.
E questo proprio iniziando dalla dismissione del circo equestre di Bruxelles, a
favore di una Comunità di Stati Indipendenti, che lasci ai vari soggetti

nazionali, le mani libere nel gestire le proprie economie, a cominciare dalla
nazionalizzazione delle Banche Centrali a cui verrebbe restituita la possibilità
di creare moneta senza finanziamenti da parte di istituzioni privati (e quindi la
fine “de facto” del cappio del signoraggio, sic!), o quella di svolgere politiche
di bilancio libere da vincoli e catene comunitari, per favorire lo sviluppo
economico di un paese.
Premesso l’irrinunciabile abbandono della moneta unica (Euro…) in modo
graduale, attraverso un periodo caratterizzati da un regime di doppia
circolazione monetaria, per quanto riguarda il nostro paese, proprio a detta di
certi studi “fuori dalle righe”, vi sarebbero alcune mosse fondamentali da
realizzare per iniziare a smontare l’edificio globale. Anzitutto, andrebbe
nazionalizzata Bankitalia che, in tal modo, potrebbe fornire liquidità al sistema
bancario se necessario, (non senza rinunciare, da parte del Tesoro, alla
possibilità di nazionalizzare quegli istituti in “default”, sic!) assumendo, inoltre,
la funzione di prestatore di ultima istanza a supporto del fabbisogno pubblico
e agendo sul cambio, con l’obbligo di intervento in asta. Per ultimo, la rimessa
in campo dell’Iri, nel pieno delle sue funzioni di controllo e supporto.
Il secondo gruppo di iniziative necessarie, dovrebbe consistere in una totale
cancellazione e rinegoziazione degli accordi economici internazionali Gatt
(Uruguay Round e Doha…) , al fine di ritornare ad una sana forma di
protezionismo a favore delle singole economie nazionali, anche per evitare la
scandalosa svendita e cessione delle nostre migliori firme commerciali in
mani straniere. Il tutto, accompagnato da una radicale rivisitazione di tutti
quegli accordi di matrice politica, alle varie istituzioni sovranazionali.
A conclusione di quanto abbiamo detto, appare chiaro che quello del debito
pubblico è, in verità, un vero e proprio “non problema”, perché alle sue origini
sta un concetto distorto della gestione dell’economia pubblica, causato da
una codina subordinazione ai “desiderata” dei centri del potere finanziario
globale. Eppure, proprio in virtù del suo essere un “non problema”, quello del
debito pubblico è il primo, fondamentale tassello, per poter iniziare un
autentico percorso di ricerca e riconquista di quella tanto agognata “sovranità
perduta”, di cui, oggidì, tutti noi sempre più, sentiamo l’impellente necessità.