A cavallo di Italexit, Gianluigi Paragone ci vede lungo

Agli italexisti resta solo, verosimilmente, Gianluigi Paragone. Che alla fine, farà comodo anche a Salvini e alla Meloni, perché intercetterà quei voti che il Capitano e  Giorgia non potranno più intercettare con il sovranismo-soft di chi vuol cambiare l'Unione Europea dall'interno

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Gianluigi Paragone sta lanciando un partito per portare l'Italia fuori dall'Euro

Nel mese di Aprile, mentre sul gruppo Facebook #StopEuropa si iniziava a mettere in atto iniziative atte a sdoganare la moneta di popolo e la sovranità monetaria, con iniziative politiche e metapolitiche – e grazie alla collaborazione di diversi intellettuali, economisti e scrittori – in molti avevano pensato di spronare Gianluigi Paragone. La proposta era di lanciare una “cosa” politica intorno al cavallo di battaglia comune: l’Italexit.

Pensare a Gianluigi Paragone, per un progetto del genere, è fisiologico. Il giornalista ex direttore della Padania, ora senatore ex 5Stelle, è certamente tra i parlamentari quello col profilo più naturale per rappresentare coloro che rivendicano l’uscita dall’Euro. Anche la Lega sovranista di Matteo Salvini, che volò dal 3,5 al 32%, deve tantissimo a Gianluigi Paragone, che fu il primo a portare in Rai e poi su La7 dei talk politicamente scorretti, all’interno dei quali si misero in evidenza diversi economisti che poi ebbero fortuna in politica o in televisione. Dagli economisti Claudio Borghi ad Alberto Bagnai, dall’Europarlamentare Antonio Rinaldi al filosofo marxista Diego Fusaro. Paragone è stato senza dubbio il giornalista degli ultimi 20 anni più ribelle e coraggioso. Arrivò a dimettersi da direttore di Rai 2, carica guadagnata in quota Lega Nord, pur di preservare il diritto di dissentire da Umberto Bossi.

Il suo programma Rai “L’Ultima parola” verrà sospeso nel 2013 dalla dirigenza Rai, anche se il CDA di Viale Mazzini smentirà l’epurazione. Troverà con il programma La Gabbia, in onda su La7, la possibilità di continuare ad esprimersi contro il sistema economico imposto dall’Unione Europea e dall’Euro, ma la crociata contro il neoliberismo alla lunga preoccuperà anche l’estroso Urbano Cairo. The end anche per La Gabbia.

Paragone si butta allora in politica con i Cinque Stelle. Confidando troppo nella coerenza rivoluzionaria del movimento guidato da Grillo e Di Maio. Diventa Senatore ma mal digerisce la nascita del Governo Conte Bis con l’inciucio abominevole tra Pd e 5S. Al voto di fiducia per il governo si astiene. La crepa con il Movimento diventa frattura quando bisogna votare contro la Legge di Bilancio 2020 che definisce “conforme alla logica della gabbia di bilancio imposta da Bruxelles”. La Casaleggio SPA lo caccia. Entra allora il 1 gennaio 2020 nel gruppo misto del Senato fino a quando, arrivato il lockdown per l’emergenza Covid19, le azioni sovraniste, il malpacismo per l’ordoliberismo, e i vizi del modello economico legato all’Euro, salgono alle stelle. Nessuno in parlamento cavalca l’onda.

L’Italexit è una prateria enorme da cavalcare. Come le lande americane ai tempi del grande West. Paragone lancia l’OPA al tema. Uscire senza salutare è il primo articolo del suo nuovo partito, dice all’Adnkronos. Qualche giorno prima di lui, in verità, ci ha provato il generale Antonio Pappalardo. Ma l’ex Carabiniere non è credibile. Recita la parte del rivoluzionario. Ma all’inizio degli anni ’90 era sottosegretario alle Finanze di Carlo Azeglio Ciampi, l’uomo che nel 1981 svendette Bankitalia staccandola dalle dipendenze del Ministero del Tesoro, complice Andreatta, e nel ’92 assecondò il Gran Bazar Italia partecipando a quell’aperitivo  sul panfilo Britannia dove gli “invisibili” della finanza mondiale si papparono l’80% delle partecipazioni pubbliche statali. Crimini contro l’Italia battezzati col termine di privatizzazione.

In parlamento, tra gli eletti, a poter interpretare un programma di uscita dall’Euro, non bastano più nemmeno Matteo Salvini e Giorgia Meloni. I due sono troppo vicini dal governare. E tutti sanno che per un premier in pectore il solo pronunciare la parola “USCITA” scatenerebbe la clava degli spread, ponendo fine al sogno di varcare palazzo Chigi. Salvini e Meloni hanno troppo da perdere. Non possono permettersi di pronunciare Italexit. Farebbero la fine del Berlusca nel 2011. Quando il Cavaliere passò la campanella a Monti senza nemmeno passare per la sfiducia. E questo lo sa bene Giancarlo Giorgetti che in casa Lega, ormai, ha imposto la linea europeista. Checché ne dicano Borghi e Bagnai, la linea è questa.

Una discreta vetrina se la sta creando Sara Cunial, la lady No-Vax, una laurea in ingegneria chimica, anche lei epurata dal Movimento 5 Stelle per non aver onorato gli ordini di scuderia. Ma la Cunial è ancora troppo sconosciuta e acerba per poter prendere sotto braccio l’Italia e portarla “senza salutare” fuori dalla gabbia europea. E poi crede un pò a tutto, pure alle scie chimiche. Tra i candidati Italexit c’è poi il Dibba. Che prima di finire a scrivere reportage per il FattoQuotidiano prometteva da politico. Senza dubbio un bravo ragazzo, che però mostra buona lingua ma non troppo coraggio. Ricorderete che lasciò l’onere a Virginia Raggi di candidarsi sindaco di Roma, e l’onore a Di Maio di candidarsi Premier. Alcuni dissero fosse fair-play ma in verità era timore.

Agli italexisti resta allora solo, verosimilmente, Gianluigi Paragone. Che alla fine, farà comodo anche a Salvini e alla Meloni, perché intercetterà quei voti che il Capitano e  Giorgia non potranno più intercettare col sovranismo-soft di chi vuol cambiare l’Unione Europea dall’interno.

Riccardo Corsetto

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