Acciaio: memorie di un fallimento – parte 1

Si definisce l’800 il secolo del carbone, il 900 quello del petrolio, mentre per ora ci si siede cauti su quello attuale, etichettandolo a volte come l’ultima fase dell’epoca del greggio, altre volte come il green century, in riferimento all’ampia diffusione delle tecnologie sostenibili, altre ancora come al secolo dei carburanti sintetici. Sono tutte fonti di energia, energia che poi sarà utilizzata per illuminare strade, muovere automezzi, alimentare i server di internet, ma soprattutto che andrà a sostenere le industrie e le loro catene produttive che rappresentano, ancora oggi, per la maggior parte della popolazione italiana ed europea, la fonte primaria di reddito, di investimento e di utili: ossia la triade su cui si basa il ciclo economico che, per uno Stato, equivale al suo sistema vitale.

L’industria moderna, troppo spesso lo si dimentica, nasce due secoli orsono, nelle grandi città dell’Inghilterra vittoriana, dove dall’incontro tra capitale, di cui disponevano i ricchi esponenti della classe borghese britannica, i nuovi ritrovati tecnologici nel campo della produzione tessile e manufatturiera e l’ampia offerta di lavoro a basso costo, nacque la così detta rivoluzione industriale. Il protagonista di questo evento epocale fu però la macchina, che permise la trasformazione dei laboratori artigianali, basati sulla produzione a mano, in vere e proprie catene di montaggio semi-automatizzate, capaci di una resa impensabile in precedenza, senza sacrificare la qualità. La trasformazione della produzione da artigianale a meccanizzata, per diventare profittevole, necessitava però di un materiale nuovo, capace di rendere le macchine economicamente accessibili anche ai medi capitali e capace di conferirgli durevolezza e duttilità. La risposta si trovò nell’acciaio, una lega di ferro e carbonio, scoperta secoli addietro, che aveva tutte le caratteristiche ricercate dai potenziali investitori e che, proprio a Sheffield, in Inghilterra, aveva il suo maggior centro di produzione con 80.000 tonnellate l’anno, più della metà della produzione mondiale.

Fu un successo. Dalla metà dell’800 l’acciaio diventò l’ossatura del progresso industriale europeo e mondiale: ci si costruivano le macchine, le parti di ricambio, parte dei treni, delle navi e dei trasporti in generale divenendo così di fatto il metallo più impiegato al mondo.
Nel 1885 l’inglese Henry Bessemer creò un metodo, che porta il suo nome, capace di produrre maggior quantità di acciaio, in tempi più rapidi e con costi limitati, ampliando così le innovazioni introdotte poco prima dal rivale Martin-Siemens: iniziò così il boom siderurgico europeo e nordamericano.

L’acciaio, inoltre, si scoprì che poteva essere facilmente arricchito creando così varianti utili ai fini più vari, in particolar modo all’utilizzo bellico. Più resistenti, leggeri e versatili del ferro, i pezzi di artiglieria, le armi d’assalto e i mezzi militari in acciaio reagirono positivamente alla prova sul campo. Già durante il primo conflitto mondiale tutte le medie e grandi potenze europee si erano affrettate ad avviare i propri impianti di produzione dell’acciaio, non fidandosi dei rigurgiti protezionisti che agitavano il globo in lungo e in largo. L’Italia, la prima delle medie potenze, aveva seguito le “grandi” già alla fine dell’800, sostenendo gli investitori nella scommessa siderurgica: tra l’unità e l’inizio del 900 nascono la maggior parte delle grandi aziende italiane dell’acciaio: la Falck, le ferriere della Fiat, le acciaierie di Terni, Il consorzio Breda e la Siac, tanto che se nel 1881 si producevano 4.200 tonnellate di acciaio all’anno, 8 anni dopo se ne producevano 157.899. Il sistema politico liberale sosteneva economicamente e politicamente questi grandi gruppi industriali, sia per il peso strategico che queste imprese avevano in riferimento a temi centrali per lo stato, come ad esempio la Breda in campo militare, sia per il ritorno che ne ricevevano durante le elezioni. La produzione continuò a salire.

Nel 1905 dal nucleo delle acciaierie di Terni nacque l’Ilva, poi costituitosi consorzio, che durante la prima guerra mondiale si allargò a dismisura acquisendo aziende cantieristiche ed aeronautiche così da controllare tutta la filiera, da monte a valle. L’obiettivo primario dell’ILVA era quello di creare un enorme impianto a Bagnoli, presso Napoli, nell’ambito dell’audace programma di riqualificazione del Mezzogiorno voluto dai governi liberali, in particolare dal meridionalista Francesco Saverio Nitti. Nel 1918 Massimo Bondi acquistò l’ILVA e i poli siderurgici liguri, trasferendo nella sua roccaforte di Piombino il fulcro nevralgico del gruppo. Questa operazione non evitò che l’ILVA fosse l’unico gruppo siderurgico ad uscire indebitato dal conflitto bellico a causa delle numerose operazioni di acquisizione, mentre la guerra aveva invece reso ricchissimi i big siderurgici italiani, proprio nel momento in cui Mussolini, salito al potere nel 1922, si apprestava a statalizzare i comparti produttivi strategici italiani nell’ottica di uno stato onnipresente e centralizzato. Nel 1921 la Banca Commerciale Italiana e il Credito italiano rilevarono il gruppo, oramai al collasso a causa sia delle spese di mantenimento per impianti esageratamente grandi sia della concorrenza crescente nell’esportazioni d’acciaio americane (non scordiamoci di questo aspetto, ne riparleremo tra poco).

Mussolini però vide nella gestione bancaria del colosso dell’acciaio un’occasione mancata per l’Italia fascista, bisognosa della spada per proiettare all’esterno lo spirito guerriero della nuova stirpe italica, e decise così di intervenire direttamente sulla questione. Nel 1929, attraverso l’Istituto di Ricostruzione industriale, Mussolini di fatto statalizzò l’ILVA, ponendo in un solo colpo sotto la sua direzione gli altiforni di Portoferraio e Piombino, in Toscana, di Bagnoli, in Campania, e di Cornigliano, in Liguria. Praticamente si trattava degli ultimi impianti a ciclo completo, quelli cioè capaci di trattare l’acciaio dalla fusione alla distribuzione. Un colosso quindi, ma più il gruppo si allargava, più si manifestavano problemi che ad occhio attento non appaiono poi così diversi rispetto a quelli dei nostri giorni.

Durante la seconda metà del ventennio infatti l’ILVA, posta nel 1937 sotto il controllo della finanziaria Finsider, assunse una fisionomia molto simile a quella a cui noi oggi siamo abituati e allo stesso tempo iniziò a manifestare, presso i suoi principali impianti, problematiche le cui criticità ottanta anni dopo sono ancora all’ordine del giorno. L’area di Bagnoli, un tempo perla del golfo di Napoli, venne letteralmente gettata nelle tenebre a causa delle nuvole di fumo che a getto continuo si innalzavano dal grande impianto e le acque costiere iniziarono ad assumere il colorito rossastro del ferro. A Cornigliano, a Genova, durante le opere per il riempimento delle aree marittime necessarie per allargare gli impianti del polo siderurgico ligure il danno ambientale era irreversibile e gli infortuni si contavano a migliaia. Drammatici i casi di coloro che, per poche lire, si calavano in blocchi di cemento cavi per scavare sul fondo e consentire così l’incastro di questi cassoni di calcestruzzo che avrebbero poi costituito le basi dell’impianto. Si dà lavoro, certo, ma finché non si muore. Sono infatti centinaia i caduti sul lavoro durante il ventennio presso gli stabilimenti dell’ILVA per sostenere il riarmo italiano e le sue guerre in Etiopia, in Spagna e infine nella Grande Guerra contro le potenze “plutocratiche” e quelle “comuniste”.

Colpiti pesantemente dalle bombe tedesche e alleate, gli stabilimenti dell’ILVA, rimasti in mano pubblica sotto la finanziaria Finsider, inizialmente soffrirono la competizione delle aziende private padane e lombarde, come la Falck. Queste ultime, quasi del tutto risparmiate dalla guerra, potevano vantare ottimi contatti nel campo del commercio delle materie prime (coke e ferro in primis) e una posizione geografica privilegiata per il rifornimento di energia elettrica necessario agli impianti.

Il quadro però mutò rapidamente: la Finsider, grazie a importanti investimenti statali, riuscì a riprendersi velocemente ed a cavalcare e contribuire al “miracolo” economico italiano dei primi anni ’50, che fornì alla società sbocchi importanti, in particolare nel settore automobilistico e cantieristico nazionale.

Leonardo Maria Ruggeri Masini 

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