Acciaio: memorie di un fallimento – parte 2

Gli affari andavano così bene che nel 1961 le acciaierie di Cornigliano vennero acquistate dal gruppo (Finsider, ndr) e nel 1965 venne aperto il mega impianto di Taranto, il più grande di Europa (primato che mantiene anche oggi) con i suoi 15.450.000 metri quadri di superficie. I due stabilimenti, insieme a quello di Bagnoli, furono raggruppati nell’Italsider, che faceva sempre parte della Finsider. Taranto fu scelta come quarto polo anche per le sue caratteristiche morfologiche (pianeggiante, vicino al mare, ricca di calcare e materiali strategici), ma soprattutto per usufruire dei fondi per le attività a sostegno del Mezzogiorno, fondi cospicui con cui pagare i più di 40000 lavoratori impiegati nell’impianto fino agli novanta.

Il grande polo siderurgico di Taranto spiccò fin da subito come la punta di diamante del gruppo, in testa a Cornigliano, Piombino e Bagnoli. Purtroppo però proprio alla metà degli anni sessanta iniziarono a manifestarsi in Italia le conseguenze del trattato di Parigi del 1951, istitutivo della CECA, la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio, che si sommavano alla sempre maggiore competitività dell’acciaio americano e asiatico, in particolare indiano e cinese. Il trattato tra i Paesi del Benelux, Francia, Germania e Italia, se aveva come obiettivo ufficiale quello di superare i conflitti politico-territoriali tra i Paesi europei, prevedeva però anche l’abolizione delle dogane e la creazione di un mercato libero nel settore carbo-siderurgico. Una grande occasione commerciale per le avanzate e sofisticate industrie del settore del nord-Europa, ricche di miniere, reti di distribuzione e di una cultura di produzione all’avanguardia. Meno per l’Italia, che alle grandi aziende private di questi Paesi contrapponeva una pletora di colossali impianti con un debole e arretrato sistema di produzione e, soprattutto, con una finalità politico-elettorale piuttosto che industriale. Come pocanzi ricordavo, lo stabilimento di Taranto, come quello di Bagnoli, nascono come soluzioni ad un problema politico e non direttamente economico e sociale, come spesso si cercò di far credere.

I grandi impianti di Napoli e Taranto dovevano infatti rappresentare la risposta che i governi davano alla gravissima questione meridionale, prima quello liberal-progressista poi quello democristiano. Il primo impegnato nel frenare una crisi di consenso apparentemente insostenibile, il secondo nel tentativo di legittimare il proprio governo monocolore. Migliaia di posti di lavoro, nuovi quartieri, aumento dei redditi e dei risparmi, nell’ottica così di aumentare i consumi e di attivare la dormiente economia del sud Italia. Ma un’impresa è un’impresa, e senza un obiettivo di guadagno economico, un piano commerciale chiaro e lungimirante, una continua opera di sviluppo e ammodernamento, una componente manageriale di professione che punti agli introiti e non ai voti, un meccanismo di tutela e di svago del lavoratore, il tutto rischiava di trasformarsi in una catastrofe, e così infatti è stato.

Si lasciò correre sulle morti e sugli incidenti sul lavoro, solo negli anni cinquanta sono state registrate una media di 25 morti annue negli stabilimenti della società, e sui livelli di inquinamento delle acque marittime e delle aree di Cornigliano, Piombino e Bagnoli, dove strati di berillio, cobalto e nichel, estremamente tossici per umani ed animali, si sono sedimentati in profondità, mentre livelli elevati di piombo, stagno e zinco, dannosi sia per gli esseri viventi che per le colture, si sono depositati in superficie. A pagarne le conseguenze erano in prima battuta i lavoratori, continuamente a rischio di traumi letali e non, e le loro famiglie, che vivevano a contatto con le aree inquinate, ne respiravano l’aria viziata e consumavano i prodotti tossici coltivati nel territorio, ma in parte le conseguenze sono arrivate fino a noi.

Non bisogna dimenticare che infatti solo negli ultimi trent’anni si è iniziato a parlare di interventi di bonifica dei territori in questione, come ad esempio quello in atto a Bagnoli, dove l’assenza di interventi sostenibili preventivi da parte degli enti statali e territoriali ha condannato un’area di 126 mila metri quadri a essere ricoperta da più di 2 metri di materiale tossico per l’essere umano. Dopo più di cinquanta anni di attività i costi necessari per rimediare al danno sono cresciuti esponenzialmente, infatti si prevede una spesa di 13 milioni e 400 mila euro per il solo stabilimento campano mentre i tempi per la realizzazione degli interventi di bonifica si aggirano intorno ai 465 giorni. A Cornigliano il conto da pagare è ancora più salato, circa 20 milioni di euro solo per la costruzione del sarcofago che dovrà ricoprire la distesa di benzene lasciata in eredità da mezzo secolo di gestione scellerata dell’ex ILVA genovese.

Il fatto che la famiglia Riva sia alla sbarra da oltre dieci anni, insieme agli altri gestori che si sono alternati negli anni novanta, non cancella il fatto che nel comune ligure l’indice di mortalità è del 36%, un dato più che allarmante soprattutto se confrontato con l’1% di Sestri Ligure, il comune più sano del genovese. Per Piombino la situazione è più stabile, anche se le operazioni per lo smantellamento degli impianti compromessi, oramai inutilizzati, e la notevole quantità di amianto nelle acque portuali è pesato e continuerà a pesare sui cittadini sia in termini di salute che economici. Questo è nulla rispetto a cosa accadrà a Taranto, dove ora, in caso di chiusura definitiva, si dovrà mettere mano a una situazione drammatica, ma su questo torneremo tra poco.

Alla metà degli anni sessanta gli impianti dell’Ilva, con in testa la nuova colossale fabbrica di Taranto, producevano da soli quasi il 60% per cento della produzione nazionale di acciaio grezzo, che nel frattempo era passata dalle 394.756 tonnellate del 1945 alle 5.594.639 di tonnellate del 1955, fino alle 12.681.403 di tonnellate nel 1965. Nel 1974 l’Italia produsse da sola 23 milioni di tonnellate di acciaio, piazzandosi seconda in Europa, dopo la Germania federale. Nel 1977 l’Ilva supera la Tyssen, la maggiore ditta siderurgica in Europa, producendo da sola 13 milioni di tonnellate d’acciaio contro gli 11,5 dell’azienda tedesca. La crescita è sorprendente, ma sotto questi dati si nasconde però una verità inquietante.

Se è vero che negli anni cinquanta e sessanta del secolo scorso il numero di impianti siderurgici controllati dalla Finsider, così come la quantità d’acciaio prodotta dalla società e, di conseguenza, anche la manodopera impiegata, andò aumentando, è altrettanto vero che all’inizio degli anni settanta iniziarono a manifestarsi alcuni segnali di crisi. Per iniziare, contrariamente a quanto previsto dai politici e dagli economisti dell’epoca, gli anni di massima espansione dell’offerta italiana di prodotti siderurgici coincisero anche con il crollo dei consumi esterni e soprattutto interni al Paese, con la conseguenza di lasciare nei magazzini una grossa percentuale dell’output. Questo fenomeno normalmente avrebbe portato gli amministratori di un’impresa privata ad aggiustare la produzione e ad aumentare i costi dell’acciaio e dei suoi derivati per limitare le perdite, ma a causa della scarsa flessibilità e convertibilità dei giganteschi impianti dell’ILVA, questi non poterono adeguare i livelli occupazionali e produttivi all’aumento dei costi durante le fasi di depressione della domanda e si continuò così a produrre tanto, e perciò a perdere tanto.

Alla fine degli anni settanta si presentò inoltre agli occhi del mondo siderurgico italiano il pericolo derivante dalla sempre maggiore competitività dei produttori emergenti dell’acciaio, in particolare Cina e India. I paesi emergenti spesso, infatti, avevano dalla propria il vantaggio di poter costruire gli impianti in posizioni strategiche per il rifornimento dei materiali ferrosi o del coke e, a volte, di edificare direttamente al fianco dei giacimenti vitali per la produzione. Questi paesi disponevano poi di un grande bacino di manodopera a basso costo.

Caso emblematico fu quello delle due superpotenze asiatiche, ricchissime di materie prime, le quali all’inizio degli anni ottanta avevano un disperato bisogno di acciaio per sostenere il proprio sviluppo industriale. Tuttavia si trattava ancora di una minaccia remota perché la Cina, insieme ai paesi del blocco comunista, anch’essi ricchi di risorse ferrose e di impianti siderurgici (in particolare la regione ucraina e quella siberiana, parte dell’Unione Sovietica), facevano ancora parte del “blocco comunista”, isolato dal resto del mondo, e non potevano ancora pesare né sugli input né sull’output delle aziende siderurgiche italiane.

Non dobbiamo mai dimenticare che le materie prime costituiscono una conditio sine qua non per sopravvivere in questo mercato, se non le reperisci, o se te le procuri a prezzi eccessivamente sfavorevoli rispetto alla concorrenza per un periodo prolungato, il rischio è di non riprendersi più e di perdere definitivamente la propria quota di mercato a vantaggio di qualcun’altro. L’acciaio, lo ricordo, è una lega composta da ferro e carbonio che, necessita di coke o di altre forme di energia per portare i forni ad una temperatura di fusione. Tra i Paesi europei l’Italia era, ed è, tra i meno ricchi di queste risorse strategiche e questo rendeva l’industria siderurgica italiana costantemente dipendente dalle importazioni estere di materiali ferrosi, in particolare Australiane e Brasiliane, Paesi che ospitano grandi quantità di minerali ferrosi, ad altissimo contenuto di ferro, controllati all’inizio degli anni ’80 da grandi società (in primis l’australiana BHP) che, sull’esempio dell’OPEC in campo petrolifero, decisero di replicare nel settore dell’acciaio la strategia “dei cartelli”. Questa volta l’aumento esponenziale dei costi delle materie prime si sommò alla brusca caduta della domanda interna di acciaio (dai 26 milioni di t del 1980 ai 19 milioni di t del 1984), mettendo a durissima prova la Finsider. Per riaggiustare la produzione ed intervenire sui costi, in primis quelli del lavoro, dovette intervenire la Commissione europea che nel 1981 emanò un piano di aiuti per sostenere l’industria siderurgica italiana, in gran parte pubblica e sotto l’ala della Finsider.

Il prezzo da pagare per gli aiuti? L’adeguamento delle strutture produttive nazionali al piano di risanamento strutturale predisposto da Bruxelles.

Leonardo Maria Ruggeri Masini

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