Acciaio: memorie di un fallimento – parte 3

Se avete presente le conseguenze dei famosi piani di risanamento strutturale imposti dal FMI ai paesi emergenti richiedenti prestiti urgenti, potrete già immaginarvi quello che accadde al mercato siderurgico pubblico italiano in seguito all’intervento europeo. Sì, perché ovviamente alle imprese private (che negli altri paesi europei costituivano la quota maggiore dei produttori), di minori dimensioni, con obiettivi economici e non politici, con modelli e piani di produzione razionali ed efficienti e facilmente convertibili, fu più facile reinventarsi con il sostegno dei fondi europei, come fece ad esempio la Falck che già all’inizio degli anni novanta era passata totalmente al settore delle energie rinnovabili.

Per la Finsider invece fu un disastro. Anzi lo fu soprattutto per le decine di migliaia di lavoratori che lavoravano nei cantieri controllati dalla finanziaria pubblica. Dalla Liguria alla Puglia, più di 50.000 persone persero il posto tra il 1984 e il 1994, ossia la metà della manodopera impiegata nel settore, favorendo così il diffondersi del malcontento nella classe operaia del siderurgico, al cui interno si ebbero anche casi di passaggio alla lotta armata di matrice estremista. Ovviamente anche la produzione crollò dai 27 milioni di tonnellate dell’inizio degli anni ottanta ai 19 del 1994, ma allo smantellamento di parte degli impianti, il settore pubblico riuscì solo in parte a far corrispondere una radicale razionalizzazione della catena di produzione, tanto che, dal 1985, nonostante tutti i tagli effettuati, il saldo della bilancia commerciale italiana alla voce siderurgia diventò passivo.

A parte qualche annata “fortunata” il settore non si riprenderà più. Nel 1988, in seguito allo sforzo del governo De Mita di eseguire le linee dettate da Bruxelles e di risanare la Finsider, si fondò ufficialmente a Roma l’Ilva S.p.A. (per semplicità mi sono spesso servito di questo nome per parlarvi del gruppo, ma è solo in questa data che la società assunse propriamente questo nome, ndr), dove si concentrarono tutti gli impianti competitivi in grado di produrre in modo efficiente e razionale, mentre il resto dell’ex patrimonio Finsider fu destinato alla demolizione o all’abbandono. All’incapacità della siderurgia pubblica di riprendersi e trovare un nuovo corso si sovrappose però una nuova minaccia proveniente dall’oriente. Nel 1989 era infatti crollato il muro di Berlino e 4 anni dopo l’URSS si frantumò. La cortina materiale ed ideale che divideva l’Europa orientale da quella occidentale non esisteva più.

Per quanto ancora i confini comunitari che tenevano lontano l’acciaio ucraino e russo dal protetto mercato europeo avrebbero tenuto contro la febbre europeista che sembrava aver contagiato tutti i paesi del vecchio sistema comunista? Ma in economia spesso non servono i fatti per dare il via a grandi eventi, bastano le sensazioni. Ed è così che nel 1994 la paura di un’invasione di acciaio slavo a prezzi altamente concorrenziali inflisse un colpo mortale al prezzo dell’acciaio europeo, tra cui quello italiano, che crollò del 30%. La paura non era esagerata, ma diretta verso i soggetti sbagliati. Infatti i paesi dell’est, o del secondo mondo, tra il 1990 e il 1994 avevano avuto nel settore siderurgico una flessione di produzione da 248 a 222 milioni di tonnellate, completamente in linea con quella registrata nello stesso periodo dai paesi del primo mondo, da 402 a 377 milioni. Cosa invece doveva preoccupare era il boom della produzione cinese, che se nel 1981 produceva 36 milioni di tonnellate, nel 1994 era salita del 89%, con tassi di crescita sempre maggiori (arriva a 128 milioni nel 2000, 500 nel 2008, 779 nel 2013 e 928 lo scorso anno, la metà della produzione mondiale). Queste condizioni, sommate all’abbattimento dei costi di trasporto e al prezzo ridotto (grazie alla manodopera sottopagata, agli incentivi statali e alla legislazione del lavoro finalizzata al profitto e non alla tutela dei lavoratori) dell’acciaio cinese e di altri paesi emergenti − in primis India, Corea del Sud, Turchia e Russia − diedero il colpo mortale al settore pubblico italiano dell’acciaio.

Per la gestione pubblica del siderurgico, già duramente messa alla prova dai vincoli del piano di aiuti europei, il varo di un nuovo programma di ristrutturazione e di razionalizzazione della produzione, adottati per contrastare la crisi di settore, risulterà fatale. Vista infatti la necessità di tagliare ulteriormente la produzione, e di conseguenza di chiudere parte degli impianti e di ridurre così i lavoratori, si decise di privatizzare l’Ilva, dividendola in due tronconi, quello di Terni addetto agli acciai speciali, ceduto nel 1994 alla tedesca Thyssen-Krupp, e quello dei laminati piani, comprendente Taranto, che venne acquistato nel 1995 dal gruppo Riva, già proprietario di numerosi impianti in Italia e all’estero, tra cui Cornigliano (che i Riva avevano già acquistato nel 1988). Lo stabilimento di Piombino invece, su cui inizialmente si voleva procedere con un massiccio intervento di bonifica e di riqualificazione, poi cancellato a causa dell’instabilità politico-economica di quegli anni, venne alla fine acquistato nel 1992 dal gruppo Lucchini. Il complesso di Bagnoli infine, l’unico su cui nella seconda metà degli anni ottanta si era investito considerevolmente nella modernizzazione degli impianti, era stato chiuso nel 1989, denotando la totale incapacità della classe politica dell’epoca nella gestione di settori economici strategici per la nazione, oltre che un notevole disinteresse per il destino del denaro proveniente dalle tasche dei cittadini.

Nel 1995 gli impianti vennero acquistati a prezzi irrisori (20 miliardi di lire) dai cinesi e dagli indiani che smontarono, con propria manodopera, altiforni e macchinari portandoseli a casa via nave, lasciando dietro di loro una distesa immensa ricolma di eternit e altre sostanze tossiche, oltre a migliaia di disoccupati. Con quella cifra non si riuscì a finanziare che una minima parte del processo di bonifica, a cui era necessario sottoporre quel territorio straziato da un secolo di scellerate politiche industriali. L’allora Presidente del Consiglio, Lamberto Dini, stanziò all’epoca 390 milioni di lire per la bonifica dell’impianto e della spiaggia, e i lavori sarebbero dovuti durare tre anni. Tutto si conclude invece 24 anni dopo, quando i 14 ex amministratori ed ex dirigenti dell’ente incaricato della bonifica, Bagnoli Futura, finiscono sotto accusa (oggi sono sotto processo) per disastro ambientale e truffa ai danni dello stato. Con l’articolo 33 del decreto “Sblocca Italia” del governo Renzi, ribattezzato in “Campania sblocca Bagnoli”, approvato a novembre del 2014, il governo affida bonifica e riqualificazione dell’area a un commissario e stanzia 50 milioni di euro per il progetto. Ne nasce immediatamente un contrasto con il sindaco De Magistris.

I risultati di questi maldestri tentativi sono sotto gli occhi di tutti ed è sufficiente una passeggiata sul lungomare di Bagnoli per rendersi conto della gravità della situazione. L’analisi della disfatta di Bagnoli è la chiave di lettura di quanto sta per accadere a Taranto, dove ancora una volta la classe politica non è stata capace di affrontare in modo strutturato i problemi economici e sociali in un’ottica scevra dagli interessi elettorali, non assumendosi la responsabilità di risolvere gravi problemi ambientali e occupazionali nel momento in cui si manifestano, rimandando invece il problema a coloro che gli succederanno. Le modalità con cui i politici italiani si sono affrettati a privatizzare un settore pubblico, che da quasi un secolo era gestito da mano pubblica (con modelli di produzione antiquati e dotati di scarsi livelli di dinamicità ed imprenditorialità, più simili ad un serbatoio di sfogo per la disoccupazione meridionale e per il consenso elettorale, piuttosto che ad un asset importante per l’economia del paese) ci mostra la superficialità, o addirittura il disinteresse di questi nel prevederne le conseguenze. Un’impresa, in un’economia capitalista e di libero mercato, ha come obiettivo l’utile, il profitto, e dunque la prima vittima della privatizzazione furono gli operai, che in seguito alla chiusura, anche per ottemperare alle direttive di Bruxelles, delle strutture economicamente meno redditizie, vennero licenziati a centinaia. Basti pensare che a Taranto, dove negli anni ‘70 lavoravano 40.000 operai, nel 2016 ne sono rimasti 13.000, nel 2018 solo 8.000, di cui molti precari. Anche la sicurezza dei lavoratori finì presto per risentirne.

I nuovi proprietari, in cerca di guadagni concreti e pressati dalla competitività asiatica ed est europea, richiesero sempre più spesso ai propri dipendenti di svolgere esasperanti ore di lavoro straordinario in ambienti apocalittici, creando così i presupposti per incidenti anche mortali, come il caso recente dell’operaio dell’Ilva schiantatosi in auto dopo 12 ore continue di lavoro a causa di un colpo di sonno. Se poi andiamo a parlare di quanti sono morti all’interno degli impianti, sommersi da getti di ghisa liquida e colpiti da fiammate, si rischia uno shock. Eppure, nonostante gli incidenti si siano sempre verificati nelle acciaierie dell’Ilva, fino al decennio scorso la sicurezza sul lavoro era, quanto meno, tutelata da una legislazione all’avanguardia, come lo statuto dei lavoratori (L. 300/70), la legge sulla sicurezza nei luoghi di lavoro (L. 626/94) ed il “Testo Unico sulla salute e sicurezza sul lavoro” (Dlgs 81/08), ossia le più grandi conquiste ottenute dalle organizzazioni sindacali dalla nascita della repubblica. Recentemente invece, proprio in seguito alla crescente pressione esercitata dai grandi proprietari privati nei confronti dei ceti politici, tali conquiste sono state svuotate del proprio significato. Basti ricordare il “Jobs Act”, che ha introdotto la possibilità da parte del datore di lavoro di licenziare un dipendente con contratto a tempo indeterminato pena il pagamento di un indennizzo, e il “Decreto Semplificazioni” che, fra le altre cose, riduce i controlli dell’Inail nelle aziende, sostituendoli con autocertificazioni del datore di lavoro.

Nonostante la legislazione favorevole, i tagli dei costi, la parziale razionalizzazione degli impianti, gli incentivi europei e il protezionismo comunitario, nel 2013 si ebbe un’ennesima flessione di produzione, passando a 24 milioni di tonnellate di acciaio dai 27,2 prodotti l’anno precedente. Il motivo del collasso era stato il sequestro, senza facoltà d’uso, dell’Ilva di Taranto ai Riva (arrestati poco dopo) da parte dello Stato per reati di inquinamento e danno ambientale. Era infatti scoppiato, con un ritardo di più di 50 anni, lo scandalo ambientale, che portò gli italiani a chiedere, con forza, un intervento incisivo del governo per la salvaguardia della salute e del territorio nelle aree circostanti gli impianti siderurgici. Naturalmente né i commissari straordinari incaricati della gestione dell’Ilva dopo lo scandalo Riva, né gli amministratori delle altre aziende intendevano assumersi gli oneri degli incalcolabili danni causati da decenni di politiche pubbliche scellerate.

Pertanto nel 2015 arrivò in loro soccorso lo “scudo penale” (art. 2, comma 6, del D.L 1/2015), che esenta da responsabilità gli amministratori dell’Ilva di Taranto ed i loro delegati per l’attuazione del Pacchetto ambiente, in modo da evitare che i nuovi amministratori siano chiamati a rispondere di responsabilità precedenti il loro arrivo. Tuttavia spesso si è parlato di quanto questa misura “eccezionale”, soppressa lo scorso settembre, rischiava di fare “da scudo” anche ad atti di cui i gestori degli impianti e delle società erano effettivamente responsabili.

Gli aiuti agli imprenditori italiani non sono stati pochi insomma, ma probabilmente non così incisivi, perché proprio nell’ultimo ventennio il settore siderurgico italiano è stato vittima di una manovra di vendita, o spesso svendita, delle aziende siderurgiche italiche a società straniere, per di più extraeuropee. Questo è grave, anche perché si tratta di un fenomeno che si è dispiegato per un lungo arco di tempo (trent’anni), che avrebbe dovuto consentire alle istituzioni italiane di intervenire radicalmente, sia all’interno del Paese sia a Bruxelles, per elaborare soluzioni serie per un comparto produttivo strategico per la nazione quale quello dell’acciaio. La tutela dei lavoratori, dei comparti produttivi nazionali, della nostra tradizione industriale, della nostra sovranità non sono agnelli sacrificali da innalzare sull’altare della globalizzazione. Si potrebbe combattere, anzi si dovrebbe combattere.

Come vedremo, non solo non si è combattuto, ma spesso lo Stato italiano ha sostenuto il fenomeno della vendita di imprese italiane a società straniere, pugnalando alla schiena in primis i lavoratori e poi gli stessi interessi produttivi e commerciali nazionali. Tutto questo per evitare di intaccare la base politica dei partiti al governo, di non dover mettere la faccia in operazioni di intervento rischiose, ma necessarie per il benessere nazionale. Si è preferito corteggiare imprese straniere per lasciare a loro, in cambio di un atteggiamento di benevolenza, la patata bollente da gestire, salvo poi spesso accorgersi che un’azienda multinazionale, finalizzata all’utile economico e non certo a quello sociale e ambientale, se non opportunamente accontentata, non ci pensa due volte ad abbandonare il campo lasciandosi alle spalle una scia di disoccupati e disastri ecologici.

Per certi settori, localizzati in aree geografiche depresse e con funzioni occupazionali importanti, come i beni pubblici (acqua, strade, ferrovie ecc..), se si vogliono tenere in vita, è necessario che lo Stato dialoghi con aziende italiane, inserite nel contesto commerciale e legale del Paese, sicuramente più sensibili ai problemi connessi alla gestione, e ne sostenga parte dei costi, nel rispetto dell’ambiente e della sicurezza dei lavoratori. Se lo Stato non interviene e non vigila almeno in parte su questi settori, essi rischierebbero, a causa del loro alto valore sociale e del loro alto costo economico, di non generare profitti. Potreste obiettare che il metallo non è certamente un bene pubblico come l’acqua, ed è vero, ma, sia in virtù del problema ambientale e occupazione connesso al settore, sia in virtù dell’importanza dei prodotti in questione per l’economia nazionale, sia in virtù del tempo e delle spese necessarie per elaborare, in autonomia o con Bruxelles, un piano di risistemazione del settore siderurgico italiano, sarà necessario iniziare un esperimento a capitale misto pubblico-privato così da tutelare tutti gli interessi in gioco. Questo finché, a differenza di quanto è avvenuto trent’anni fa, si possano analizzare e individuare attentamente le nicchie di mercato strategiche su cui puntare, e selezionare, di conseguenza, le strutture da mantenere, la quota di lavoratori da impiegare, i criteri di sostenibilità ambientale, le buone pratiche di processo, la gestione e la tutela del lavoratore da adottare, in modo da favorire un passaggio non traumatico e razionale, come è invece avvenuto all’inizio degli anni novanta, alla completa privatizzazione.

A prova di quanto detto, la brusca operazione di privatizzazione del settore siderurgico condusse già dopo pochi anni all’indebitamento delle principali aziende sul mercato e al loro collasso, nonostante lo Stato cercasse in tutti modi di rallentare il fenomeno. Nel 1995 le acciaierie di Terni e gli stabilimenti di Torino erano state le prime a passare in mano straniera, acquistate dal colosso tedesco dell’acciaio ThyssenKrupp, che le ha mantenute fino ad oggi. Dall’acquisizione ad oggi la produzione è drasticamente calata toccando, all’inizio degli anni 2000, il suo minimo storico di poco più di 1,2 milioni di tonnellate, e registrando perdite ininterrotte fino al 2016, anno in cui si è registrato un utile di 3,3 milioni di euro. Famosi sono gli scandali riguardanti la scarsa attenzione della società tedesca per la sicurezza dei lavoratori italiani, in primis le vicende che hanno riguardato 8 operai dell’impianto di Torino, investiti da un getto di lava che ne ha uccisi 7. Scioccanti sono stati i tentativi dell’azienda di azzittire l’ultimo testimone, Antonio Bocuzzi, per vie legali. Tentativi poi scoperti dalle forze dell’ordine e utilizzati nel processo che si è concluso con la condanna delle figure chiavi dell’azienda.

Tra il 2005 e il 2010 la società russa Severstal’ acquistava l’80% del gruppo Lucchini SpA, fortemente indebitata, che possedeva, tra gli impianti, il complesso di Piombino, e poco dopo, per risanare il forte debito contratto, i russi vendevano il 51% a una società cipriota. Alla disperata ricerca di un compratore, alla fine la società fece domanda per la concessione dell’amministrazione straordinaria al Ministero dello Sviluppo Economico, che venne accordata, e venne dichiarata insolvente. Il commissario preposto alla guida del processo di riqualificazione concordato con la regione Toscana e il governo Renzi, trovò un compratore, il gruppo algerino Cevital, e nel 2015 si finalizzò l’accordo. Nel 2018 ci fu un nuovo passaggio di consegne, dalla Cevital all’indiana JSW, per favorire l’accordo e scongiurare una crisi del settore, così il governo e la regione offrirono finanziamenti rispettivamente per 15 e 30 milioni di euro. Per ora rimangono 2000 dipendenti in cassa integrazione e innumerevoli dubbi sul destino del comparto preposto alla produzione dell’acciaio, sembra infatti che la JSW sia interessata a puntare solo sui laminati e sui prodotti finali, danneggiando così ulteriormente il peso strategico del nostro Paese in questo importante settore e dando il via libera all’invasione dell’acciaio di matrice straniera.

Leonardo Maria Ruggeri Masini

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