Acciaio: memorie di un fallimento – parte 4

A Taranto la situazione non è così diversa dagli altri grandi poli tecnologici, salvo per il fatto che si sta parlando del più grande stabilimento europeo per la produzione dell’acciaio, con circa 8000 lavoratori (di cui 1.400 in cassa integrazione), ubicato in una zona sensibile con problemi di disoccupazione, criminalità e povertà, con un livello di inquinamento marino, atmosferico e terrestre considerato gravissimo, testimoniato da numerosi casi di tumore e complicazioni di salute, registrati negli ultimi anni nella Città pugliese. Dalla seconda metà degli anni ’80 la produzione è diminuita anno dopo anno, e con essa il numero di lavoratori impiegati. Erano infatti 20.000 gli impiegati ILVA nel 1980, diminuiti a 11.500 nel 2010, prima della chiusura dell’impianto a freddo, avvenuto nel 2013, che avrebbe causato così circa 4000 licenziamenti. La linea della produttività ovviamente è in linea con i dati occupazionali: se nel 2011 si producevano a Taranto 8 milioni di tonnellate, più di un terzo del dell’acciaio prodotto in Italia, nel 2016 se ne producevano 6 milioni, poi scesi a 4,5 alla fine del 2018, e per quest’anno sono previsti 4 milioni di tonnellate, al massimo.

Se nel 1995 i Riva avevano acquistato l’ILVA, comprendente anche i colossali impianti di Cornigliano e Taranto, come abbiamo visto, 17 anni dopo “a seguito di due perizie depositate presso la Procura della Repubblica di Taranto sull’emissione di sostanze nocive che avrebbero prodotto un innalzamento del numero di decessi e delle patologie a esse attribuibili, i vertici della società siderurgica sono stati incriminati per strage e disastro ambientale ed è stato disposto il sequestro degli impianti a caldo di Taranto” escludendo qualsiasi facoltà d’uso. In seguito al sequestro, avvenuto 4 mesi dopo, dei prodotti realizzati in violazione del fermo emanato dalle autorità giudiziari, l’azienda chiuse l’impianto a freddo, tagliando produzione e manodopera, e dichiarando la sospensione delle attività, vista l’impossibilità di vendere i prodotti. Segue nel maggio del 2013 il sequestro dei beni ILVA del gruppo Riva e la decisione del Consiglio dei Ministri, visto il ruolo strategico, economico, sociale e ambientale rappresentato dal “caso ILVA”, di affidare l’azienda alla gestione di un commissario straordinario per un tempo di 36 mesi, incarico prima affidato all’amministratore delegato uscente Enrico Bondi e successivamente all’ex presidente del consiglio di amministrazione dell’Enel Pietro Gnudi.

Lo stato decadente degli impianti, la subordinazione degli obiettivi economici e sociali di medio e lungo periodo a quelli di breve periodo in materia ambientale, portano inevitabilmente a risultati deludenti, in primis il taglio del personale e il calo della produzione. Intanto a Bruxelles si fanno sempre più pressanti le proteste dei cittadini per non aver tutelato la salute dei tarantini, soggetti a sempre più numerosi casi di cancro e malattie respiratorie. Contemporaneamente, organizzazioni di tutti i tipi si erano attivate nel territorio per protestare contro l’inattività del governo e dei commissari nell’attuazione delle misure ambientali richieste dalle direttive europee. Nel settembre 2013 la Commissione Europea ha avviato una procedura di messa in mora nei confronti dell’Italia, concedendo due mesi per rispondere, prima del deferimento alla Corte di Giustizia, con l’ipotesi che il Governo italiano non abbia garantito il rispetto delle direttive UE da parte dell’Ilva di Taranto, con gravi conseguenze per la salute e l’ambiente, ed in particolare per “la mancata riduzione degli elevati livelli di emissioni non controllate generate durante il processo di produzione dell’acciaio”.

Dunque, nonostante la crisi produttiva e occupazionale, anche la questione ambientale non pareva trovare alcuna soluzione. In pochi vogliono correre il rischio politico di sporcarsi le mani con l’Ilva. Nel 2015 l’Ilva è ammessa d’urgenza dal ministero dello sviluppo economico nella procedura di amministrazione straordinaria e Gnudi viene affiancato da altri due commissari. Il governo sembra forse accorgersi che si è ad un passo dal tracollo: la produzione è ai minimi storici (4.5 milioni di tonnellate) e gli 8.000 lavoratori, in parte precari, sono a rischio. Siamo lontani anni luce dagli anni in cui solo a Taranto si produceva il 79% della produzione di Italsider. Si punta a vendere l’Ilva, cioè a vendere il problema. Matteo Renzi, a pochi mesi dalle elezioni, vuole evitare a tutti i costi di doversi vedere giocare contro la carta Taranto, una carta di quelle che scottano. Intanto però l’Ilva, compresa Taranto, nonostante commissariata e portata al minimo delle sue possibilità produttive, continuava a risultare un buco nero per le finanze statali.

Nel 2012 l’Ilva aveva un patrimonio netto intorno ai 2,5 miliardi e nel 2014 il tribunale di Milano ne aveva dichiarato l’insolvenza (con una posizione finanziaria netta negativa per 1,5 miliardi). Da quando è stata dichiarata l’amministrazione straordinaria la società perde quasi 30 milioni di euro al mese. All’inizio del 2017 gli sforzi dei commissari non avevano portato ad una soluzione, ma solamente ad un peggioramento radicale della situazione. Erano infatti rimasti nelle casse dell’ILVA solo 60 milioni di liquidità degli 800 forniti dai vari governi, che si erano alternati dal 2012 per coprire le spese più urgenti.  Gli impianti erano in rovina per l’assenza di manutenzione e sono stati vari i casi certificati di personale costretto a svolgere funzioni estranee alle loro competenze e possibilità. Senza disponibilità finanziaria il gruppo ha anche dovuto ridurre ulteriormente gli acquisti di materia prima e la produzione è calata.

Nel marzo 2017, quando sembrava oramai impossibile evitare il collasso del gruppo, ecco che si profilò un vincitore del bando di gara indetto dal governo per salvare l’ILVA. Si trattava del gigante indiano-lussemburghese dell’acciaio Arcelor-Mittal, già proprietario di numerosi poli siderurgici europei. La compagnia giocava al ribasso dichiarandosi pronta ad assumere solo 10.000 dei 14.000 dei lavoratori diretti, oltretutto a salario ridotto ma, nonostante le aspre proteste dei sindacati e dei lavoratori, il governo non si poteva permettere di perdere questa opportunità di salvare il salvabile. Così palazzo Chigi, preferendo 10.000 occupati che 20.000 operai in strada dal Piemonte alla Puglia, si premurò almeno di strappare alla multinazionale l’impegno di passare dal carbone al gas, così da rispettare gli stringenti impegni ambientali presi con Bruxelles. L’accordo vedeva, come abbiamo visto, anche una legislazione favorevole alla compagnia, in primis lo scudo penale che proteggerà gli amministratori della compagnia dalle responsabilità derivanti dall’applicazioni delle misure ambientali che, data la vastità dei settori che ricoprono, si estendeva ad ombrello anche oltre le tematiche strettamente connesse alla riqualificazione.

Gli 1,8 miliardi di euro offerti da Arcelor-Mittal sono però quasi totalmente serviti a ripagare i creditori, soprattutto istituti bancari e fornitori di materie prime, mentre allo Stato è tornato nulla o quasi. Come c’era da aspettarsi in meno di 8 mesi di gestione, Arcelor-Mittal non ha invertito il trend negativo degli ultimi trent’anni e, anzi, ha contenuto volontariamente la produzione (come è accaduto anche nei suoi impianti in Spagna e in Germania) in molti comparti produttivi dedicandosi a precisi prodotti finiti, riducendo quindi anche il personale (8000 nell’ottobre 2019, 2000 in meno del 2017, passati in cassa integrazione). Ma ecco che il ministro del lavoro Di Maio, alla testa dei ministri pentastellati del primo governo Conte, nell’aprile 2019 decide di ritornare sulla questione ambientale dell’ILVA, che ovviamente non poteva essere risolta dalla sola azienda indiana, che in quanto azienda privata è finalizzata in primis al rientro degli utili e non alla risoluzione delle questioni sociali, e comunque non in pochi mesi.

Il piano dei 5 stelle prevedeva un disegno territoriale alternativo alla continuità produttiva dell’acciaieria, basato su un progetto di bonifica radicale anche a costo della chiusura degli impianti, un’idea che l’allora ministro del lavoro aveva partorito senza nemmeno consultare Matteo Salvini e gli alleati di governo della Lega. Il 22 giugno 2019 Di Maio venne accompagnato all’ILVA da 5 ministri, Barbara Lezzi (Sud), Giulia Grillo (Salute), Sergio Costa (Ambiente), Alberto Bonisoli (Beni Culturali) ed Elisabetta Trenta (Difesa), al fine di conferire con i dirigenti dell’azienda. Di Maio, già inimicatasi l’Arcelor con il decreto Crescita, che faceva cadere lo scudo penale, e sostanzialmente senza appoggio degli alleati della Lega, che si sono resi subito conto dell’assurdità del piano dei 5 stelle, ha puntato tutto sulla manovra. I risultati li stiamo vedendo, e non ci si deve sorprendere.

Il piano non solo violava gli accordi presi dal precedente governo con la multinazionale solo pochi mesi prima, ma dimostrava anche l’ignoranza di Di Maio riguardo le conseguenze, non solo economiche ma anche sociali, che l’eventuale chiusura dell’impianto e la rescissione dell’Arcelor-Mittal dall’accordo del 2018 avrebbe potuto avere per la Puglia e l’Italia Intera. Stranamente però il ministro non ha previsto nemmeno le conseguenze politiche. L’ostinazione di Luigi di Maio per la questione ILVA ha contribuito poi ad allargare le fratture con Salvini, fino a costringere il ministro leghista a sganciarsi da una nave destinata ad affondare a causa della mancanza di lungimiranza e pragmatismo da parte dei politici pentastellati. Inoltre l’Arcelor non ha esitato a far pagare a Di Maio il conto della sua manovra: da luglio infatti altri 1400 lavoratori sono stati messi in cassa integrazione, e infine, solo poche settimane fa, la compagnia Indiano-Lussemburghese ha dichiarato di volersi ritirare dall’accordo.

All’improvviso Di Maio che, testardo, aveva proseguito la sua assurda crociata tarantina anche sotto le vesti di Ministro degli esteri del secondo governo Conte, dividendo questa volta più equamente con il capo di governo le responsabilità del disastro, sembra accorgersi di essere andato troppo oltre. Il limite infatti è stato superato, i vertici Arcelor-Mittal si sono accorti che il loro investimento rischia di compromettersi e che le istituzioni italiane sono inaffidabili e prive di una linea di pensiero continuativa e comune. Ce ne possiamo sorprendere? No, questi sono i rischi che si corrono quando si affida ampia parte di un settore strategico del nostro paese ad un’azienda privata straniera, finalizzata all’utile in quanto privata e slegata, in quanto straniera, dalle tradizioni imprenditoriali, dal contesto legale e sociale, e dai costumi politici del nostro paese. Ma è tardi, ora si deve alzare la posta perché il big dell’acciaio sa bene che senza i suoi capitali, il suo know how e i suoi tecnici, che dopo quasi un anno di gestione conoscono l’azienda e i connessi aspetti ambientali come nessun altro, la crisi dell’Ilva rischia di rivelarsi fatale per il governo che sulla questione si gioca la credibilità e il suo stesso futuro. Ultima notizia è l’annuncio della Arcelor-Mittal di spegnere a dicembre la fornace Bo2 e a febbraio la Bo4, praticamente di fermare tutta la produzione, un incubo per Conte e i suoi. Ed eccoci allora qui a riparlare di scudi penali, di rinazionalizzare il settore, di salvaguardia e sicurezza dei lavoratori, che mostrano la confusione e la paura di un governo che è alla disperata ricerca di una soluzione temporanea che ritardi il collasso, pronti a cedere sempre di più per sopravvivere, come è accaduto nel 1994 e nel 2018. A pagarne il prezzo però saremo sempre noi, la nostra salute, i nostri risparmi, il nostro futuro.

Alla luce di quanto detto dobbiamo solo rallegrarci che i lavori del famigerato quinto polo siderurgico d’Italia, inaugurati il 25 aprile 1975 a Gioia Tauro dall’allora ministro per la cassa del mezzogiorno Giulio Andreotti, si arenarono da lì a poco. Vista la fine di Bagnoli e di Taranto probabilmente ci saremmo potuti trovare di fronte ad una catastrofe ancora più grave di quelle precedenti. Sono preferibili i miliardi di lire gettati al vento, i discorsi fumosi del politico democristiano, la delusione della gente per quella che risultò essere solo l’ennesima trovata elettorale, alla fine dell’Ilva, un tempo orgoglio del genio industriale italico, poi diventata vittima dell’incapacità di 4 generazioni di classi politiche di rischiare le proprie poltrone per il bene della nazione e poi assumersi le responsabilità del proprio fallimento.

Sarebbe forse stato chiedere troppo avere un processo di privatizzazione graduale del maxi-gruppo dell’acciaio? Magari senza abbandonarlo improvvisamente e completamente alle spietate regole del conflitto di mercato, tenendo conto del ruolo cruciale che esso aveva per decine di migliaia di lavoratori e di famiglie, del rischio che il capitalismo incontrollato rappresenta per l’ambiente, per la sicurezza sul lavoro e sociale? Forse lo Stato avrebbe dovuto rendersi parte attiva nel processo di privatizzazione dell’ILVA, dando vita ad un temporaneo intervento ibrido, dopo quasi un secolo di ininterrotta gestione pubblica della società, rendendosi responsabile di tutelare gli effetti che un brutale passaggio dal dirigismo al privatismo avrebbe avuto.

Al contrario, come abbiamo visto, gli esecutivi italiani hanno lasciato la carta bianca ai gestori privati, in gran parte stranieri, che negli ultimi vent’anni hanno diretto gli ex stabilimenti Ilva, tra cui spicca quello di Taranto, tutelandoli in ogni contesto, dal giuridico all’economico, con leggi e vantaggi di ogni tipo, mentre i lavoratori italiani dovevano rivivere quotidianamente una sorta di punizione dantesca, composta di ambienti di lavoro ben al di là della soglia di rischio per la salute e l’integrità fisica, salari bassi e turni di lavoro estenuanti, pena il rischio di essere gettati nel calderone dei disoccupati. Una cosa terribile in generale, ancor più quando si tratta di cittadini che hanno impiegato un’intera vita tra altiforni e barre d’acciaio, rischiando spesso molto più della salute, che risulta comunque compromessa alla fine di questo tipo di carriera, solo per garantire alla propria famiglia la sopravvivenza fisica e la soddisfazione dei bisogni primari. Queste persone non potevano e non possono permettersi di perdere il loro lavoro, hanno bisogno del supporto di Roma e di Bruxelles, delle istituzioni locali e dei partiti, che fino a pochi anni fa facevano del lavoro e della difesa dei lavoratori le bandiere delle loro campagne elettorali, ma che oggi, pressati da divisioni interne e sconfitte elettorali, sembrano interessati più a un guadagno politico derivante dalla tutela degli interessi di una multinazionale straniera piuttosto che al rispetto delle promesse fatte al proprio popolo. E, come la grande storia insegna, chi si mette contro il proprio popolo è condannato a scomparire.

Leonardo Maria Ruggeri Masini

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