Caso Renzi: la vendetta di Montezuma

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E così anche il “rottamatore”, è, a sua volta, finito “rottamato”. Questo non vuole certo essere un articolo di compianto per Matteo Renzi, un personaggio di cui chi scrive non condivide neanche una delle scelte politiche che ne hanno caratterizzato il percorso. Ma, a causa di una specie di personale indisposizione dello spirito, chi scrive è sempre più portato a diffidare di inchieste, registri degli indagati o di affermazioni che mettano un qualsivoglia cittadino sotto accusa.

Sempre più si fa strada la balzana idea che possa esser considerato colpevole solo chi venga condannato da una sentenza e non prima, su basi puramente emotive. Senza entrare nel merito (o nel demerito…) delle accuse rivolte alla fondazione del nostro “rottamatore”, in questa ed in altre simili vicende giudiziarie, aventi i più disparati protagonisti, sempre più va facendosi strada una sgradevole percezione. È vero: stavolta Renzi l’ha fatta grossa. Dopo aver sobillato il Piddì a trovare un accordo con i pentastellati, pur di evitare un disastroso confronto elettorale, tanto per mettere i puntini sulle “i” e ridarsi un ruolo degno di tale nome, il Nostro ha fondato un suo partitino, mettendosi nella posizione di poter condizionare la vita del nuovo e, sempre più traballante, esecutivo.

I giochi sembravano fatti, Renzi era tornato a far sentire la sua inquietante presenza tra le fila del nuovo accrocco esecutivo, tutto intento a propinar tasse, manette e buonismi a gogò. Ad esser messi in dubbio, alcuni dei balzelli, freschi di proposta piddì. Il rottamatore-tassatore ora cambiava ruolo, fingendo di esser dalla parte dei poveri contribuenti ma, e qui viene la sorpresa, come un repentino mal di pancia, come uno di quegli striscianti malesseri post viaggio, magari dovuti all’indigestione di qualche cibaria avariata, che ti fa correre verso il primo bagno disponibile, il nostro è stato costretto a distogliersi dalla sua nuova ascesa, per dedicarsi ad una quanto mai improvvisa e sgradita rognetta giudiziaria.

Anche stavolta, puntuale, è arrivata la “vendetta di Montezuma”, quella sorta di dissenteria  giudiziaria che oramai, in Italia, colpisce tutto e tutti. Lo ripetiamo una volta di più: nessuno intende portare avanti difese d’ufficio, o impropri attacchi contro la magistratura e gli organi inquirenti, bensì un altro tipo di riflessione. Il normale svolgersi della dialettica politica di un paese democratico non può esser condizionato dall’azione della magistratura. Questo non significa impunità, né appoggiare un dannoso “laissez-faire”, piuttosto cominciare tutti a fare molta attenzione. Il ricatto rappresentato da un uso politico dell’azione giudiziaria, può divenire in una trappola in grado di strangolare la libertà di un paese e condizionarne in modo veramente negativo, le prospettive di crescita.

Tanto per rammentare un fatto. Il Pci-Pds-Ds-Pd di italica memoria, è sempre stato toccato da inchieste varie della magistratura, ma mai in modo diretto e definitivo, almeno per quanto riguarda i suoi quadri dirigenti, le cui magagne sono sempre state tenute sotto tono o archiviate de facto, nei bassi fondi della memoria collettiva, contrariamente a quanto accade per tutti gli altri. Mentre scariche di nefandezze vengono scaricate all’indirizzo degli altri partiti, accusati di atroci trame e connivenze, di Loro, Pci-Pds-Ds-Pd, mai si parla. Il gravissimo caso di Bibbiano è già stato parzialmente occultato dagli urli per le (presunte) minacce anonime contro la senatrice Segre. Si parla di banda della Magliana, di Vaticano, di Mafia, di DC e Psi, ma mai, stranamente, dei finanziamenti Urss al gloriso Pci di “Enrico” e di tante altre storie. Eppure la neonata Federazione Russa aveva messo a disposizione delle nostre autorità quel Dossier Mithrokhin, mai disvelato ed analizzato a dovere…

Chi fa politica non può continuare a vivere sotto il perenne ricatto psicologico di un’improvvisa ed inaspettata accusa, magari ispirata da forze politiche e da settori compiacenti di apparati di giustizia che, non accettando il gioco della democrazia, per il quale bisogna accettare il consenso delle urne, usano l’arma giudiziaria per condizionare il corso della politica. Un fenomeno, questo, che va accompagnandosi con la tendenza a comprimere quell’inedita prospettiva di spazi di libertà, offerta dalla Rete, con la scusa dell’uso di un linguaggio scurrile e violento che se, invece, viene praticato all’insegna del politically correct, passa inosservato e raramente stigmatizzato.  

I social media, da strumento ed arena di libera diffusione di idee, vanno facendosi strumento di controllo e censura delle più svariate opinioni dei cittadini. Un  fatto tanto più ingiusto ed anticostituzionale, visto che questi signori dall’uso collettivo dei social ottengono dei profitti da capogiro sui quali, oltretutto, pagano tributi non proporzionali al proprio giro d’affari (o addirittura evadono in toto…), contrariamente a quanto accade con i normali e vessati cittadini. Un passo indietro da parte di tutti ci vorrebbe. Una riflessione ed un dibattito franco ed aperto, sui confini tra l’obbligo dell’azione giudiziaria ed invece un suo uso fazioso e spregiudicato. Nessuno sconto di pena ad impiccioni e corrotti, per carità, ma neanche che la giusta lotta a corruzione e malaffare, diventi la copertura per colpire chi non fa comodo allo “status quo”. Ad oggi, l’Italia è una Repubblica a sovranità limitata. Ancora troppe violazioni della libertà d’espressione, ma anche di altri diritti dei cittadini, in tutti gli ambiti hanno luogo e rimangono sostanzialmente impunite. A noi, pertanto, il compito di vigilare e segnalare certi fatti, perché si possa tornar tutti ad essere cittadini e non vessati sudditi di una repubblica di banane.

Umberto Bianchi

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