Cassia, paura per l’arrivo degli zingari

In diecimila per sventare il campo rom. Elettori di destra e di sinistra insieme. Così gli zingari mettono d'accordo tutti. La vera piaga è chi non sa usare il vocabolario confondendo l'inclusione col sadismo. La verità è che non vogliamo gli zingari perché loro non vogliono noi

Cassia, 10 mila firme per fermare l'arrivo dei rom

di Riccardo Corsetto

In questi giorni è tornato d’attualità, nell’agenda del parlamentino di via Flaminia 876, il sempiterno tema dei Rom. Come sappiamo anche Roma Nord ha da sempre la sua colonia di nomadi sedentari, che il vocabolario perbenista vieta ormai di chiamare ‘zingari’.

Un argomento che appassiona sempre meno e tedia sempre più. Del quale mal volentieri scriviamo, perché per chi si occupa di notizie non c’è condanna peggiore che scrivere di cose che odorano di vecchio. Di cui si parla e si scrive da sempre. Invano. L’ultimo che ci provò seriamente fu l’ex sindaco Gianni Alemanno. Non storcete il naso, gli va dato atto che l’ex missino ci provò. E se una cosa buona fece in quel mandato la pagò con la crocifissione di una magistratura amministrativa che sostituì – come non raramente accade –  il potere delle toghe a quello dei delegati.

Il piano dell’ex sindaco doveva ridurre a sei mila le presenze rom nella Capitale, ma il Consiglio di Stato, mai dal popolo votato, giudicò “discriminatorio” quel progetto in nome di un buonismo che da sempre i cittadini di Roma pagano socialmente ed economicamente.

La vicenda del possibile spostamento del campo nomadi River di Prima Porta, in qualche luogo più centrale e urbanizzato della Cassia, è solo lo spunto per tornare a trattare un argomento che ormai è divenuto insopportabile e tedioso.

Nessuno si accorge più delle ore sprecate che talk, giornalisti e giornalai dedicano all’argomento. Come una vecchia notizia che è sempre attuale. Come i Tg d’estate che mandano in onda il servizio sulla tintarella pescando nel repertorio di qualche estate prima. Rom che tornano come le stagioni. Ma una cosa va detta: gli zingari oggi mettono tutti d’accordo, non proprio come avveniva qualche decennio fa, dove una certa sinistra ‘filantropobuonista’ resisteva.  Oggi elettori di destra e manca  hanno firmato insieme, gomito a gomito, per dirgli ‘no’ allo zingaro. Perché questo è il fatto: Nessuno li vuole sotto casa. Esattamente come i rifiuti urbani e le centrali nucleari. La pancia dell’italiano medio, popolare e d’elite è intonata sullo stesso karma: “hanno diritto pur di esistere, ci mancherebbe, ma non vicino casa.”

Così diecimila abitanti di Roma nord hanno firmato la petizione per impedire al sindaco Raggi di spostare il campo di Prima Porta fin sulla Cassia: da una zona dove i rom sono oltre 400 e i romani 150. Dove i rom hanno utenze e servizi e i romani non hanno fogne né acqua e né bus.

E’ il famigerato River sulla via Tiberina, dove tempo fa ragazzini rom di quindici anni si selfavano con banconote e pistole (finte?) a bordo di auto guidate rigorosamente senza patente. Un campo gestito da cooperative finanziate dai soldi di quegli stessi contribuenti di via Tenuta Piccirilli che pagano le tasse e guidano solo dopo aver superato un esame. Gente che lavora, paga e a cui non torna indietro nulla dall’amministrazione.

Per questo nessuno vuole gli zingari. Non perché romani e italiani sono razzisti: la storia insegna di un popolo che non sa ritrarre la mano quando qualcuno in difficoltà la tende. Un popolo che è anche la patria della lingua più bella del mondo, dove ‘generoso’ non vuol dire ‘coglione’, dove ‘accoglienza’ non vuol dire ‘sadismo’.

Ecco perché nessuno li vuole sottocasa. Non certo per il colore della pelle né per la scelta di disertare il sapone. Non li vogliamo perché loro non vogliono noi. Le nostre regole basilari. Perché noi li nutriamo mentre loro ci derubano. Perché mentre noi cerchiamo di istruire i loro figli, loro li mandano a razziarci.

Perché mentre noi proponiamo il lavoro come valore antropologico cardinale, loro ostinatamente lo rifiutano. Antropologicamente sono quanto di più distante dal concetto di integrazione, assimilabili al nostro sistema solo attraverso un rapporto di parassitismo sociale. E certo che sono persone! Degne di vivere e di umano rispetto. Ma non in casa d’altri. Chi oggi parla ancora di coesione vive fuori dal senso delle parole.

 

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