Conte salva il suocero Paladino: peculato non è reato

Un articolo del decreto rilancio di Conte ha salvato il suocero dall'accusa di peculato per non aver versato la tassa di soggiorno a Roma dal 2014 al 2018. Anche quelli che si dicevano contro casta e privilegi, ora hanno messo in atto lo stesso gioco

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La legge è uguale per tutti. Anzi no, non proprio per tutti. Persino questo, che è il più elementare principio di giustizia, viene meno se sei il suocero del Presidente del Consiglio. In questo caso puoi sempre contare su tuo genero, che crea un decreto legge e risolve i tuoi guai con il fisco. E così un articolo del decreto Rilancio – l’articolo 180, per la precisione – ha depenalizzato il reato di peculato, limitando ad una sanzione amministrativa la pena per un’evasione fiscale di oltre due milioni di euro.

È ciò che è successo a Cesare Paladino, padre di Olivia, la fidanzata del Premier Conte. Il proprietario del Grand Hotel Plaza di Roma vantava un debito di oltre 2 milioni di euro con il Comune di Roma, per aver trattenuto indebitamente la tassa di soggiorno tra il 2014 e il 2018. Per accedere al patteggiamento, Paladino aveva già restituito il denaro evaso, pagando anche un risarcimento, e alla fine dell’operazione era stato condannato a 14 mesi di carcere.

Poi è intervenuto Conte, che ha inserito nel decreto rilancio, approvato dalle Camere lo scorso mese di luglio, un articolo riguardante proprio le strutture alberghiere. In sostanza, oltre ad istituire un fondo per sopperire alla minore riscossione delle tasse di soggiorno da parte dei Comuni, l’articolo 180 depenalizza il mancato versamento della quota da parte dei gestori delle attività ricettive, limitando la pena ad una sanzione amministrativa. Insomma, per gli albergatori il peculato non è più reato, ma soltanto un illecito amministrativo.

La vicenda giudiziaria

cerare paladino
Il proprietario del Grand Hotel Plaza, Cesare Paladino, suocero del Premier Conte

Nonostante il decreto Rilancio, il pm Paolo Ielo della Procura di Roma aveva dichiarato che la norma introdotta dal decreto di Conte non dovesse essere applicata, poiché “non può dirsi integrativa della norma penale, non avendo inciso sulla norma incriminatrice“. Eppure il gup Bruno Azzolini ha deciso di accogliere comunque la richiesta di incidente di esecuzione presentata dal legale di Paladino, Stefano Bortone, qualche giorno dopo la promulgazione del decreto.

Per il giudice, infatti, l’articolo 180 ha valore retroattivo, e va dunque applicato anche per i reati precedenti alla pubblicazione del decreto in Gazzetta Ufficiale. E ci sono, del resto, precedenti al riguardo: il 10 novembre scorpo, un albergatore era stato prosciolto dal gup per la stessa ragione. Azzolino ha stabilito che il legislatore “non può dubitarsi che abbia compiuto una valutazione politica, privando di rilevanza penale la fattispecie” e ha legato la norma alla “gravissima situazione del settore alberghiero (che perdura da anni), portata al collasso di recente dall’emergenza sanitaria“. Tutto ciò anche se, nel caso di Paladino, il mancato versamento della tassa è cominciato nel 2014, quando l’emergenza sanitaria era del tutto inimmagginabile.

La scorta anche per la fidanzata

Sulla vicenda avevano provato ad indagare Le Iene e volevano chiederne conto ad Olivia Paladino. La compagna del Premier, però, si è rifugiata in un supermercato ed è stata assistita dalla scorta di Conte. Per questo episodio, Fratelli d’Italia ha presentato un esposto a seguito del quale il Presidente del Consiglio è indagato per peculato. Da Palazzo Chigi hanno precisato che la scorta era lì perché il Premier si trovava in casa della compagna, e che sia stata attirata dallo scontro tra la Paladino e la troupe della trasmissione televisiva. Ma sarà la magistratura ad accertare l’accaduto.

Insomma, gli stessi che per decenni hanno accusato Berlusconi per le leggi ad pesonam, ora sono caduti nella stessa trappola, negli stessi giochi di potere. E quello che si era presentato come avvocato degli italiani somiglia sempre più ad un avvocato di se stesso. Per coerenza, i ministri del Movimento 5 Stelle che lo sostengono, da sempre contrari alle caste e ai privilegi, dovrebbero dimettersi. Ma si sa, ormai hanno cambiato pelle: sono talmente attaccati alle poltrone che non lo faranno.

Francesco Amato

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