Luca Palamara

di Eques, tratto da Ofcs

L’arguta capacità dei cronisti nel confonderci le idee sull’ultimo scandalo che investe la magistratura è veramente diabolica.
Qualcuno ci ha capito qualcosa?
Avvocati pentiti, loschi faccendieri, migrazioni incontrollate di carte giudiziarie, omissioni, rivelazioni e finanche una loggia massonica denominata “Ungheria”. Un marasma di informazioni buttate lì senza nesso che ottiene il mirabile risultato di non farci capire una ceppa…ungherese.
E così, alziamo bandiera bianca e dirottiamo l’attenzione sulla Fedez-story: un piccolo episodio di piccoli cervelli, più insulso ma indubbiamente più comprensibile.

Eppure, la vicenda è meno complessa di quel che appare e sintetizza in maniera terrificante la malagiustizia che attanaglia il paese da decenni.
Tenterò di riassumerla usando la semplice logica dello sbirro di campagna.

Tutto inizia alla fine del 2019, allorquando tale avvocato Amara, un amabile personcina arrestata un anno prima per associazione a delinquere e corruzione in atti giudiziari, rivela ai magistrati della Procura di Milano l’esistenza di un loggia segreta composta da giudici e alti funzionari dello stato.
Un’associazione segreta nata con l’obiettivo di decidere le nomine dei vertici della magistratura e condizionare così le già tristi sorti del paese (sai che novità!).

Nel tritacarne ci finisce anche Conte, l’allora magnifico capo di Governo, che proprio in quel periodo sta ultimando la metamorfosi Kafkiana formando il governo giallo-rosso. A dire del pentito leguleio, Conte, grazie alla loggia, avrebbe beneficiato di consulenze d’oro.

Ebbene, stante la tanto sbandierata obbligatorietà dell’azione penale, era necessario avviare le indagini preliminari per accertare se il pentito era un gran cazzaro o meno. E per farlo era inevitabile iscrivere nel registro degli indagati i nomi citati da Amara. Nient’altro che il famoso “atto dovuto” che si esercita nei confronti di chiunque venga sospettato di un crimine (vero o falso che sia). Semplice!

Davigo

Ma i nomi dettati da Amara non sono “chiunque”. E la procura di Milano cosa fa? Ficca le carte in un cassetto e le lascia a fermentare per anni.

Per quale motivo lo fa? E’ lecito presupporre che non si dovesse creare intralcio al nuovo governo “amico” che esprimeva un ministro della giustizia garante dei privilegi togati?
A pensar male si fa peccato, però….

Fatto sta che tale Storari, uno dei magistrati milanesi titolari delle indagini, non ci sta a subire l’immobilismo dei vertici della Procura e decide di ribellarsi.
Bene, bravo, bis… Però, un magistrato che vede il proprio fascicolo insabbiato dovrebbe denunciare le omissioni rivolgendosi alla Procura Generale che ha il potere di avocarle. Semplice!

Invece, zitto, zitto e tomo, tomo, Storari impacchetta le carte e le porta al CSM, consegnandole in gran segreto a quel campione dell’integralismo giacobino che risponde al nome di Davigo.

Che cappero c’entri Davigo non è dato sapere, ma quel che è certo è che quegli atti, pur se insabbiati, erano coperti dal segreto istruttorio.
E chiunque riveli ad altri tali segreti commette un reato.

Ma né Storari, né tantomeno Davigo sono “chiunque”.

Beh, penserete voi, comunque sia, Davigo, integerrimo com’è, avrà fatto scoppiare il finimondo…Giusto?
No, sbagliato! Anche Davigo si converte alla fermentazione cartacea e le ficca nel cassetto.

Per quale motivo lo fa? E’ lecito presupporre che non volesse creare problemi ai suoi referenti politici pentastellati?

Dopo che Davigo se ne va in pensione a guardare i cantieri in costruzione, scatta l’ultimo colpo di scena.
La sua segretaria, tale Contrafatto (nomen omen), spinta da una indecifrabile furia distruttrice, decide di far scoppiare lo scandalo e tira fuori dal cassetto le carte che scottano per inviarle anonimamente ai giornali.

Ma, e qui viene il bello, a quali quotidiani li invia? …a Repubblica e al Fatto Quotidiano
(Che cavolo! Si è scordata “La Notizia” e Gaetano Pedullà sta incazzato come un jena).

Pm Storari di Milano per 6 mesi chiese fare iscrizioni su parole Amara +

Ora, qualunque giornalista degno di tale nome che riceva un’informazione del genere, cosa fa? Avvia un’inchiesta per verificare l’attendibilità di tali portentose informazioni. Semplice!

Ma Repubblica e il Fatto Quotidiano non sono “giornalisti qualunque” e, da bravi bambini, prendono le carte e le riportano al sen dal quale erano fuggite: la Procura di Milano.
Per quale motivo lo fanno? E’ lecito presupporre che tali testate, da sempre in connubio perverso con la giustizia politicizzata, non abbiano voluto, né potuto pubblicare quelle notizie?

Ma poi, benedetta segretaria di Davigo, ci sei o ci fai? Mandi le accuse su Conte proprio al Fatto Quotidiano che ha il suo mezzobusto in marmo all’ingresso? E’ come se Palamara per scrivere il libro sulla malagiustizia politicizzata si rivolgesse a…Travaglio!

E così, come nel più astruso gioco dell’oca, le carte sulla presunta loggia masso-togata ritornano alla casella iniziale.
Ma, sia perché anche in magistratura c’è un limite a tutto, sia perché il governo da giallo rosso è divenuto giallo-rotto (e anche Bonafede è andato a guardare i cantieri edili), la Procura di Milano si rende conto che non può più tenerle nascoste e finalmente, dopo quasi 3 anni, avvia la procedura.

E questa è la storia semplice che non si riesce (o non si vuole) raccontare.
Una storia dalla quale emerge tutta l’arroganza di un potere che si autogestisce senza dare conto a nessuno. Un potere fuori dall’alveo di qualunque democrazia, che opera in criminale simbiosi con il potere mediatico.
Una storia perfidamente lineare e tristemente comprensibile.
Ma, quando si tratta di raccontare storie di malagiustizia ad opera di personaggi potenti e temibili, la semplicità… non è cosa semplice.

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