Fase 2, luci e ombre sul decreto di Conte

Fase 2 o fase 1 e mezzo? Alcune osservazioni su un decreto ancora troppo stringente, che mette insieme le regioni dove il contagio è ancora forte e quelle dove lo è molto meno

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di Francesco Amato

Tutti aspettavamo il 4 maggio per riconquistare un po’ di quella libertà di cui siamo privi da due mesi a questa parte a causa dell’epidemia di coronavirus. Le aspettative sembravano buone: i dati hanno già da giorni cominciato a scendere, e alcuni esponenti del Governo, tra cui lo stesso Conte, si erano lanciati in interviste che facevano ben sperare. Ci si aspettava una notevole ripresa per quelle attività commerciale che il 9 marzo hanno dovuto abbassare la saracinesca e una maggiore mobilità per i tanti cittadini costretti in casa.

Questo ci si aspettava dalle parole che Conte avrebbe pronunciato nella conferenza stampa annunciata per domenica sera. E invece il Presidente del Consiglio ha annunciato delle misure che per molti sono risultate quantomeno sorprendenti. Da un discorso pieno di retorica ed esercizi di stile forse un po’ fuori luogo, sembra che la fatidica fase 2 altro non sia che una “brutta copia” della fase 1. Una fase 1 e mezzo, insomma: forse sarebbe stato più onesto chiamarla così. Del resto, servirà ancora l’autocertificazione per spostarsi – attraverso un modulo che, sorprendentemente, non cambiava da più di un mese – e molte attività dovranno aspettare ancora qualche settimana per ripartire. Tutto ciò è confermato dal DPCM (l’undicesimo dall’inizio dell’emergenza) pubblicato nelle ore successive.

Un decreto, questo, che ha suscitato non poche polemiche, in particolare per la poca chiarezza e l’ambiguità di alcune delle norme prescritte nelle sue 70 pagine. A partire dalla parola “congiunti”, ai quali è ora possibile dedicare “visite mirate” purché si trovino all’interno della stessa regione. Ma chi sono i congiunti? Solo i parenti “di sangue” o anche quelli acquisiti? Solo marito e moglie o anche i fidanzati? Palazzo Chigi ha confermato l’indomani che si intendono per congiunti anche “i fidanzati e gli affetti stabili”. Forse, però, precisare sin da subito a quali categorie di persone si potesse ricominciare a far visita avrebbe semplificato le cose e reso più chiara la norma.

In sintesi, il nuovo decreto fa soltanto delle piccole modifiche alle restrizioni già in vigore. Oltre alle visite ai parenti, potranno essere riaperti i parchi, e tornerà ad essere consentito l’allenamento individuale anche oltre i 200 metri dalla propria abitazione. Anche se non specificato nel decreto, fonti governative hanno chiarito che rimane vietato anche spostarsi nelle seconde case. Rimangono chiuse le scuole e sospesi gli eventi e le manifestazioni. Continuano ad essere vietate anche le Messe con il popolo – scelta contestata dalla CEI -, ma saranno ora consentiti i funerali, purché si osservino le distanze di sicurezza e sia consentito l’accesso ad un massimo di 15 persone. Dal 4 maggio, inoltre, potrà ripartire il commercio all’ingrosso e l’attività manifatturiera e delle costruzioni. Bisognerà aspettare il 18 maggio per la riapertura delle altre attività economiche.

Un’osservazione che è possibile fare su queste nuove norme che guideranno le nostre giornate nelle prossime settimane si basa sui dati relativi al contagio. In Italia, a ieri sera, ci sono verificati 201’595 casi casi di coronavirus, pari allo 0,33% della popolazione. Attualmente, però, i contagiati risultano essere 105’205, lo 0,17% della popolazione. Di questi, la metà (51 mila) sono distribuiti tra Lombardia e Piemonte, il resto nelle altre 18 regioni italiane. Appare evidente che ci, quindi, che ci sono situazioni molto diverse nel territorio. Lo stato del contagio in Lombardia non è uguale nel Lazio, come quest’ultimo non è uguale in Sicilia o in Basilicata. Lo dimostra chiaramente il grafico, aggiornato con i dati di ieri sera.

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Attuali positivi al coronavirus nelle regioni italiane – Nostra elaborazione su dati della Protezione Civile del 28/04/2020

Non si capisce per quale motivo, allora, le restrizioni debbano continuare ad essere valide per tutti indistintamente. Sarebbe stato auspicabile un piano di riapertura che tenesse conto delle situazioni così diversificate. Tanto più che in molte regioni l’incremento quotidiano dei positivi rispetto al giorno precedente non supera la decina, e – esclusa qualche regione del Nord (Lombardia in primis) – si attesta comunque su valori molto bassi.

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I dati dell’epidemia di coronavirus in Italia diffusi dalla Protezione Civile il 28 aprile 2020

È giusta, e più che ragionevole, la prudenza. Ma, di fronte ad un piano del genere, forse sarebbe meglio non fare di tutta l’erba un fascio. In Sardegna, come in Basilicata, in Umbria o in tutte le altre regioni in cui il numero dei positivi è ormai basso, si sarebbe potuto dare vita ad una fase 2 un po’ più ampia. Adottando – sia chiaro – le dovute precauzioni.

Sarebbe una boccata d’ossigeno per tutti quegli imprenditori, in particolare nel settore della ristorazione, del commercio al dettaglio e della cura della persona, che sono stati costretti a chiudere le saracinesche a marzo e da allora non percepiscono alcuna entrata. Una boccata di ossigeno che permetterebbe di evitare situazioni spiacevoli, come quella documentata in Veneto. E invece no. Ne avranno ancora per altre settimane; molti per un altro mese. E intanto devono comunque pagare affitti, tasse, mutui e balzelli di tutti i tipi, in attesa dei 600 euro una tantum che l’INPS non riesce nemmeno a versare in tempi brevi.

Una boccata d’ossigeno, inoltre, che aiuterebbe anche riguardo ai risvolti psicologici della quarantena. Alla salute psicologica dei milioni di persone costrette a rimanere lontano dai propri affetti, o a non poter compiere quelle azioni che rappresentavano una “valvola di sfogo”, o, ancora peggio, a trovarsi in condizioni di solitudine. Ma anche a non lavorare, e quindi a vedere un futuro incerto per sé e per la propria famiglia. Tutte situazioni che possono portare a conseguenze devastanti: il rischio dei suicidi è molto alto di questi tempi, per esempio. E rischiano di diventare causa di morti ancora più che il coronavirus.

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