Defender Europe 2020, Grandi manovre militari in Europa, perché?

Intervista di Orwell.live al generale Marco Bertolini che spiega come nasce questa esercitazione della Nato, quando il vero nemico è il virus e non la Russia

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di Marco Giorgetti – tratto da Orwell.live

Circa 40.000 uomini, di venti diverse Nazioni, parteciperanno alle prossime esercitazioni militari della NATO, previste tra la fine di aprile e gli inizi di maggio nel Nord dell’Europa. Una grande mobilitazione di uomini con molti mezzi sia terrestri che navali. Si sposteranno dalla Germania, attraverseranno la Polonia, fino ad arrivare nelle repubbliche baltiche: Lituania, Lettonia ed Estonia… A una manciata di chilometri dal confine russo.

Il generale dei paracadutisti Marco Bertolini ha ricoperto incarichi di grande prestigio e responsabilità sia in Italia che all’estero. La sua grande esperienza, maturata negli anni su vari fronti caldi del mondo, ci aiuterà a comprendere il significato di queste manovre militari, in un tempo in cui l’Europa martoriata da un’emergenza sanitaria non sente certo la minaccia della Russia.

Una grande esercitazione NATO sulla soglia di casa della Russia. Perché?

«Le esercitazioni militari, in larga scala, come questa, hanno diverse finalità. Al di fuori dell’esercitazione tecnica delle truppe c’è, soprattutto, quella che si chiama: “Dimostrazione di Determinazione”, dove si mette in evidenza la propria forza, preparazione, unità di intenti e di coordinamento. Si fa vedere al nostro ipotetico competitor, che ci sappiamo muovere bene con mezzi e uomini in un’ampia zona di territorio. Quella in programma, chiamata “Defender Europe”, come altre manovre in passato, in cui si spostano quantitativi ingenti di uomini e mezzi, facendoli venire in gran numero dagli Stati Uniti, sono state programmate e preparate nel corso di alcuni anni».

Perché però terminano proprio vicino al confine russo?

«Perché tutto viene inquadrato in un rapporto di “non amicizia” con la Russia, la quale continua a essere considerata dagli Stati Uniti – e quindi dalla NATO – ancora come un avversario. Certo, con sfumature e tonalità diverse tra i vari componenti dell’Alleanza ma il risultato finale è questo. Da non trascurare che proprio la Polonia e i paesi baltici (ex URSS) sono i più preoccupati nei confronti della Russia, per motivi storici e soprattutto strategici. Lettonia, Lituania ed Estonia hanno minoranze etniche russe al loro interno che fanno sentire il loro “presenza” nella vita sociale e politica dei rispettivi paesi».

Perché considerare la Russia ancora come avversario, visto che è stato l’unico argine alla politica espansionista di Erdogan, mentre l’Europa dormiva?

«Erdogan è ancora un membro della NATO. Non solo, è un membro di grande importanza strategica e lui questo lo sa perfettamente. Sa di essere molto importante per l’Alleanza atlantica, ha una posizione geografica di grande rilevanza su più scenari. La Russia ha avuto dei successi nel Mediterraneo, non indifferenti: prima di tutto è stata la protagonista nella sconfitta dello Stato islamico, che non è stato certo vinto dai nostri buoni sentimenti, ma da azioni militari russe. Credo sia importante sottolineare che dovremmo esserle grati per questo. La NATO, però, giudica con parametri diversi, in tempi diversi, con interessi diversi. Per adesso la Russia è considerata ancora un competitor, non certo un alleato».

Quindi è impensabile andare a svolgere l’esercitazione?

«Assolutamente impensabile, non si possono cambiare pianificazioni così complesse dall’oggi al domani. Primo, perché è stata preparata e pianificata anche in considerazione delle caratteristiche geografiche delle zone interessate. Secondo, perché questa esercitazione risponde a una “sensibilità” che, per la NATO, esiste. La NATO vuole mantenere il “fronte di attenzione” a Est mentre noi, con altri Paesi del Mediterraneo, membri dell’Alleanza, vorremmo che il “fronte di attenzione” fosse quello a Sud. Quindi la finalità politica di questa esercitazione è evidente».

La Nato non potrebbe cambiare i suoi competitor?

«La NATO è cambiata nel corso del tempo. Nata come forza militare che si contrapponeva al Patto di Varsavia, ha poi modificato la sua operatività intervenendo direttamente i diversi scenari caldi. È cresciuta e si è rinforzata mentre l’impero della ex URSS andava in declino, con la flotta del Mar Nero ridotta a un ammasso di navi arrugginite ancorate a Sebastopoli. Poi la politica di Putin ha determinato un cambio di rotta radicale, la Russia si è in gran parte rialzata da quello stato di profonda crisi in cui era caduta. Ha una leadership forte che si sta muovendo con determinazione su vari scacchieri. La Russia si vuol proporre in ambito internazionale come un interlocutore importante e non escludibile».

Muovere circa 40.000 uomini in mezzo all’Europa, con il coronavirus che imperversa, non è rischioso?

«L’ottica dell’Alleanza è quella del Paese di riferimento: gli Stati Uniti, che vedono le cose in maniera molto diversa da noi. Possiamo non avere con loro la stessa prospettiva, la stessa sensibilità ma questa è la realtà. Se loro vogliono, l’esercitazione si farà».

Potrebbero riportare un gran numero di contagiati all’interno della loro Nazione…

«Credo che la cosa sia preoccupante e non da sottovalutare. Probabilmente stanno preparando un protocollo per affrontare questa epidemia».

Nel manifesto dell’esercitazione, non si vedono le bandiere di Grecia e Turchia, due membri della NATO, assenti per il momento “poco amichevole” tra loro?

«Non saprei dire, mi sembra molto strano che manchino due Paesi, anche se non mettono unità militari in campo, dovrebbero avere rappresentanti di alto grado nelle unità militari che coordinano le manovre. Normalmente, sono presenti tutti i Paesi che compongono l’Alleanza».

Che opinione ha del grande silenzio dei media nazionali, su queste manovre?

«Al di là dell’ultimo periodo, dove la priorità sanitaria è comprensibilmente più importante, anche in passato, durante il mio servizio, c’era sempre stato un certo disinteresse per queste esercitazioni. Però, era da un po’ di tempo che non se ne vedeva una di questa portata, già il fatto di spostare tutti quei mezzi bellici dagli Stati Uniti all’Europa è un’operazione ciclopica, una dimostrazione di grande efficienza».

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