Intervista di Pietro Fiocchi

C’è l’emergenza di un virus da sconfiggere, attuale, quotidiana, e quella della salute mentale di tutto un popolo da proteggere e curare. Quest’ultima ci impegnerà tanto quanto la prima, se non oltre. Vinta una battaglia, il rischio è di trovarci a essere un popolo afflitto da depressione più o meno latente, non del tutto preparati a gestire emotivamente i postumi di una pandemia. Ne parliamo con lo psicologo Stefano Gentili. Una lunga e impegnata carriera, iniziata come Cultore della materia presso la cattedra di Psicofisiologia dei processi mentali, interessandosi degli effetti dello stress sul comportamento, poi come Professore a contratto di Psicologia del lavoro e di Psicotecnica.

Il dott. Gentili ha all’attivo numerosi incarichi di insegnamento sul tema della gestione delle risorse umane e dell’Organizzazione. Opera dal 1988 all’interno di un proprio studio di consulenza. Proprio in qualità di consulente fornisce da anni i propri servizi per un elevato numero di grandi, medie e piccole aziende. È esperto di dinamica delle relazioni umane e autore di diverse pubblicazioni nel campo della psicologia del lavoro e delle conseguenze dello stress sul comportamento.

Per i sentimenti di sconforto, di disperazione, che ora riguardano tutti noi, e gli effetti diquesti sulla tenuta di una società, c’è un punto di non ritorno? E rispetto a questo dove siamo? 
Ogni volta che c’è un cambiamento quello che era prima, rimane nelle nostre memorie fisiche e intellettive e segna il domani. Voglio dire che le lancette indietro non vanno. Tutto ciò che ci accade diventerà la conseguenza di quello che ci succederà ma se sappiamo governare la risposta probabilmente riusciremo a disegnare il futuro che desideriamo. La fortuna è che il genere umano, ha le risorse per superare tutte le tragedie. Il suo desiderio di sopravvivere, va oltre anche la morte che è una condizione sulla quale non abbiamo nessun potere.
L’ansia dell’ignoto e della possibilità di non controllare l’evento possono condurre alla
disperazione, al sentimento del vuoto, ma ci si deve difendere e questo porta spesso a trovare spiegazioni che ci indichino almeno un colpevole contro il quale combattere. Indietro non si torna ma il domani, proprio perché esiste solo quando si presenta, lo possiamo dominare. Oggi siamo in un momento epocale, ad un appuntamento con la nostra storia e con la convalida o meno delle nostre certezze. I complottisti diranno che se lo aspettavano, che conoscono il nemico, gli ottimisti che da tutto ciò usciremo migliori; chi ha sempre pensato che le cose andassero fatte da chi le sa fare, punterà il dito sulle incompetenze, sulla improvvisazione. In un momento di disperazione c’è terreno per tutti.
Io credo che tutto quello che abbiamo davanti comunque si possa ricondurre ad una parola che descrive bene il sentimento globale: perdita.
Abbiamo vissuto il nostro tempo con chi aveva e chi aveva poco, ma pur sempre possedendo un ricco o misero avere. Oggi tutti perdiamo, libertà, tranquillità, lavoro, sostentamento, sogni. Ecco io credo che siamo qui, in questo stato interiore che è il senso di perdita, che produce tristezza o rabbia, ma che ci modifica fino ad esaurirsi.

Rispetto alla comunicazione dell’emergenza dall’inizio in poi e all’impatto sulla psiche collettiva, le istituzioni e i media come hanno operato? Hanno commesso errori? Quali suggerimenti a riguardo vorrebbe dare?
Con il senno di poi, tutti noi avremmo saputo come fare. Ognuno ha una risposta che non è però collettiva ma solo individuale. C’è chi avrebbe preferito avere le notizie la mattina piuttosto che in tarda serata e con ritardi sulla programmazione, chi a cose fatte, chi avrebbe voluto comunicazioni solo istituzionali e non tramite dirette da profili social, chi solo dagli esperti.
In realtà la comunicazione del rischio e dell’emergenza, delle notizie che non si vorrebbero mai comunicare, è un tema consolidato, accompagnato da studi internazionali che ben descrivono quali sono i modi migliori. Proprio per questo non possiamo accettare che qualcuno ci dica che siccome non è mai successo è normale che si compiano degli sbagli.
È stata scelta, mia opinione, la comunicazione progressiva: si fa accettare inizialmente un piccolo sacrificio, facendolo diventare poi abitudinario per poi chiederne uno ulteriore e con maggiori regole, fino ad arrivare alla richiesta di comportamenti totalizzanti. L’individuo è più portato ad accettarli poiché non li mette a confronto con quanto faceva all’inizio ma con il precedente. Il sacrificio sembra così minore e più accettabile.

Se poi vogliamo ricordare qualche regola:
– Ogni informazione va data con tempestività senza lasciare il vuoto nel quale si creano congetture e poi false verità;
– Le informazioni devono essere comprensibili e dirette, anche qui per evitare interpretazioni;
– Niente dibattiti tra esperti che producono solo verità diverse, ma una sola voce
– Il politico di turno che dà le informazioni potrebbe risultare affidabile per il suo popolo
elettorale e al contrario rifiutato da chi non lo ha votato.
– Dare poi le informazioni solo attraverso canali fruibili facilmente per tutti.

Quello che ci resta adesso è solo spuntare dalla lista cosa è stato o non è stato fatto.

Quali strategie a livello nazionale sarebbe opportuno realizzare per assistere i cittadini, con particolare attenzione ai bambini e agli anziani, ad affrontare il dopo emergenza e ricominciare?
Come dicevo è secondo me il sentimento di perdita quello con il quale avremo a che fare. Per i bambini, non credo ci saranno eccessivi problemi: si distraggono con facilità, piangono ma poi ridono quasi contemporaneamente e poi hanno i loro sogni e le loro fantasie. Sono aiutati dall’immaginazione. Per gli adulti il discorso è ben diverso. Innanzitutto per capire cosa poter fare in futuro è importante stabilire qual è il punto di partenza. Raccogliere e monitorare in queste settimane lo stato di benessere psicologico della popolazione italiana ci potrebbe permettere di capire davanti a che cosa ci troviamo oggi e a quel punto stabilire come comportarci successivamente. A tal proposito ho già notato che diversi gruppi di ricerca si stanno attivando in tale direzione.
Le implicazioni che questa situazione potrebbe avere sul benessere psicofisico delle persone sono varie e si muovono su più livelli: si parla di disturbi dell’adattamento, difficoltà a ritrovare dei corretti cicli di sonno-veglia e a ridisegnare nuovamente le proprie abitudini; con il continuo bombardamento delle informazioni di queste settimane che puntano i riflettori sull’emergenza economica che stiamo affrontando e ci ritroveremo a fronteggiare, e con la previsione di un vaccino contro il Covid-19 in non meno di 18 mesi, sarà importante fornire alle persone degli strumenti per ritrovare fiducia nel futuro. Per non parlare poi di come potrebbero cambiare i rapporti sociali in seguito al distanziamento adottato in questo ultimo mese.
Sicuramente lo scenario è complesso, ma sensibilizzare già a partire da adesso le persone al riconoscimento dei propri stati emotivi e alla possibilità di richiedere un supporto psicologico, anche online, dispiegando tutti i nostri servizi, potrebbe aiutarci a controllare e contenere il problema. Studi in letteratura, inoltre, indicano come il personale sanitario durante queste situazioni riporti a livello psicologico le ferite più profonde. Ecco, più avanti sarà il momento di supportare e sostenere coloro che sono in prima linea per salvare le nostre vite, esponendosi a continui rischi: toccherà a noi non lasciarli soli.

Quali saranno i tempi, i passaggi, per elaborare la paura e il senso di incertezza in cui stiamo vivendo, per riprendere fiducia in noi stessi, nella prospettiva di una vita il più normale possibile?
I tempi saranno variabili così come lo è la risposta di ciascuno di noi agli eventi stressanti. Allo stato attuale non ci sono studi titolati in letteratura sulle conseguenze delle pandemie in termini di effetti psicologici sulla popolazione in generale. Si dice che in queste settimane sia diffusa la sensazione di stare in guerra, tra divieti a circolare, le corse ai supermercati per gli ultimi rifornimenti o l’impossibilità di lavorare e dunque di produrre reddito per se e per gli altri. Quel che è certo è che ci saranno anche morti e feriti economici. Ma la generazione che ha realmente vissuto i tempi di guerra viveva con il suono della sirena e i rumori delle bombe e di disturbi postraumatici certamente ne ha subiti. Tra le nostre strade, invece, regna per ora solo silenzio. Passeremo, appena potremo aprire la porta di casa liberamente, momenti di vera euforia, aggregazioni spontanee, strette di mano che percorreranno tutta la penisola, e poi rumori, molti rumori.
Poi però c’è sempre un tempo per ragionare e progettare. Credo che poi, subito dopo, solo creando cultura organizzativa, imparando a decidere restringendo i tempi dell’analisi e dotandoci di visione strategica, noi tutti potremmo riavere fiducia.

Tragedie come quella che stiamo vivendo, ci rendono più umili, riconoscenti, ci responsabilizzano oppure fanno di noi persone più diffidenti, disilluse e negative? Cosa non tornerà più come prima?
Nulla tornerà come prima proprio perché era prima. Tutto quello che sta accadendo ad esempio ha dato una accelerazione alla tecnologia. Ha portato il nostro paese nel domani. Non dico per forza di dover vedere il positivo o di cercare qualcosa di buono, ma in tutte le cose si possono trovare i motivi per sperare o quelli per distruggere.
In ogni situazione di difficoltà ciascuno di noi mette in campo delle strategie di adattamento per fronteggiare i problemi e sono proprie queste che contribuiscono a definire gli effetti che ha su di noi una situazione stressante. Nella maggior parte dei casi le strategie messe in atto sono funzionali e, attualmente, alcune prime raccolte di dati mostrano come oltre la metà delle persone stia provando a leggere questa nuova realtà come una spinta a migliorarsi come persona. Quest’emergenza ci ha costretti a specchiarci dentro la nostra vita e a prendere consapevolezza di tutto ciò che facevamo nella nostra quotidianità dandolo per scontato. Oggi passeggiare in riva al mare, abbracciare un amico, entrare al supermercato in fretta e furia per non fare tardi ad un appuntamento non sono più azioni banali, ma un lusso che non può più permettersi nessuno. È il tempo del principio di realtà e non del piacere. Attendere ed essere felici con poco: forse dopo tutto questo, riusciremo davvero ad apprenderne il senso anche noi. (L’UNICO)

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