L’occupazione è più importante dell’inflazione, la nuova strategia della FED che sigilla Trump

Il Presidente della Banca Centrale Statunitense, Jerome Powell, annuncia la svolta storica mentre in Europa si continua a perdere tempo con il Recovery Fund.

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stefano mastrillo
Stefano Mastrillo è editorialista per L’Unico. Economista e consulente finanziario, è laureato in Analisi economica delle istituzioni internazionali

L’economia globale sta affrontando una crisi finanziaria senza precedenti dalla storia del Dopoguerra. L’effetto domino che è scaturito ha fatto si che la crisi economica abbia ampliato i suoi effetti negativi sull’economia reale scatenando due shock: uno dal lato dell’offerta, facendo chiudere diverse attività produttive e riducendo la richiesta di forza lavoro. Il secondo dal lato della domanda, con i consumatori che hanno modificato le proprie abitudini di spesa, complice il fatto che le aspettative, sia presenti che future, sono decisamente buie. Proprio qualche giorno fa, le previsioni economiche degli analisti sono state confermate: ad esempio gli USA, prima economia al mondo ha visto precipitare il proprio PIL al -31%. Un numero da bollettino di guerra che implica un deciso cambio di rotta se si vuole evitare la catastrofe.

Nell’ultima conferenza stampa Jerome Powell ha ribadito il seguente concetto: l’inflazione può superare tranquillamente il 2%, dato che l’occupazione viene prima dell’inflazione; le parole del Presidente della FED devono essere lette come un segnale di rottura rispetto al passato: cerchiamo di capire gli obiettivi di politica monetaria degli ultimi 30 anni.

La politica monetaria degli ultimi 30 anni, una breve sintesi

In sintesi, le Banche Centrali hanno condotto la politica monetaria focalizzandosi sul cosiddetto Inflation targeting, ossia la stabilità dei prezzi come obiettivo finale. I Governatori delle Banche Centrali erano intenti a mantenere un tasso di disoccupazione minimo sostenibile che, secondo loro, non avrebbe generato spinte inflazionistiche e che qualora fosse diminuito non avrebbe fatto altro che aumentare il livello generale dei prezzi senza alcun beneficio per il sistema economico in generale. Questo concetto, che prende il nome di NAIRU, è uno dei pilastri della dottrina monetarista, madre del neoliberismo moderno, che considera lo Stato come un qualcosa che non dovrebbe esistere, che considera i cittadini come clienti e i diritti come servizi. Insomma, per tenere bassa l’inflazione qualcuno doveva rimetterci il posto di lavoro, detta in maniera nuda e cruda. Dal 2008, dato che questo modello economico già iniziava a scricchiolare, si è passati ad una politica monetaria non convenzionale ossia non prevista dagli Statuti delle singole Banche Centrali per provare a nascondere la polvere sotto al tappeto.

Le armi spuntate delle Banche Centrali: i tassi di interesse

Le banche Centrali hanno risposto alla precedente crisi finanziaria abbassando a zero i tassi ufficiali di riferimento per stimolare l’economia e approvando piani di acquisto di titoli di Stato nazionali per calmierare il livello dei tassi di interesse sui titoli sovrani per uscire dalla deflazione: nonostante questo l’inflazione è ben lontana dal 2%. Ma ora che i tassi di riferimento sono a zero, quali armi sono rimaste? Bella domanda.

Serve ripensare la politica monetaria, speriamo che anche l’UE se ne accorga…

Mentre negli Stati Uniti qualcosa sembra muoversi, in Europa si perde tempo a discutere del Recovery Fund, un fondo che oltretutto sarà un creditore privilegiato poiché debiti contratti nei suoi confronti posseggono una seniority più elevata rispetto agli altri creditori, insomma… non proprio un gran successo. Per contrastare la crisi economica servono provvedimenti straordinari: uno fra questi è sicuramente la deroga dell’art. 123 comma 1, del TFUE che permetterebbe l’acquisto di titoli di Stato da parte della BCE sul mercato primario finanziando direttamente gli Stati. Altra possibile soluzione potrebbe essere una valuta parallela che darebbe respiro ad un’economia, soprattutto quella italiana, stremata dall’emergenza economica e sanitaria. Oppure permettere agli Stati di emettere titoli di Stato che poi la BCE acquisterà depennando i titoli che compra essendo la Banca Centrale il monopolista della valuta.

Altre soluzioni che non guardino alla sovranità monetaria servirebbero soltanto a ritardare la morte politica ed economica del Paese, schiacciato dalla crisi e da un debito che potrebbe arrivare a toccare il 160% del PIL. Speriamo che anche l’UE se ne accorga, perché servono soldi, tanti e subito.

Stefano Mastrillo

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