Mafia capitale, mazzette in casa di Turella: “Non credo nel sistema banche”

"Sa, non credo nel sistema banche, per questo tenevo tutto questo contante a casa". Le dichiarazioni di Claudio Turella, nel corso della 174esima udienza di Mafia Capitale. Tassone invece afferma: "Buzzi? Io l'ho visto due volte in tutto"

“Sa, non credo nel sistema banche, per questo tenevo tutto questo contante a casa”. E’ la risposta di Claudio Turella, il funzionario del X Dipartimento arrestato per corruzione nell’inchiesta Mondo di mezzo. Cinquecentosettantaduemila euro in contanti nascosti in buste del Comune di Roma sono stati trovati nella cassaforte a muro della sua villa. La sua affermazione fa sorridere anche il suo difensore. Nell’aula bunker di Rebibbia, alla 174esima udienza di Mafia Capitale, il dipendente comunale continua a negare che tutto quel contante fosse il frutto di tangenti ricevute in cambio di favori dalle coop di Buzzi.

Turella giustifica così i 572mila euro in contanti: “Ho ricevuto donazioni dai miei genitori, poi lo stipendio di mio figlio, dipendente Ama, lo tenevo io lì, ho venduto case, e ci mettevo anche i soldi dell’affitto di una casa che ho nelle Marche”. Perché “non è che mi fidavo tanto delle banche”. Poi nel corso dell’interrogatorio, dopo aver affermato che “per me investire in borsa era un hobby”, si è scoperto che sui suoi due conti correnti aveva 300mila euro.

Turella specifica anche di aver eseguito negli anni “tanti lavori in nero”, lavori extra al suo impiego da funzionario pubblico “perché a Roma avevo un nome e avevo molte più soddisfazioni economiche dal privato che dal pubblico”. Ma, dato che, l’accumulo di contanti comincia nell’84, l’accusa gli domanda come abbia fatto a cambiare quel denaro dalla lira all’euro.
Turella a quel punto si agita. “Mi aiutò a cambiarli un amico ora morto e Antonio Passarelli di Ecoflora”. Il pm Luca Tescaroli si limita a un controesame breve ma pertinente: l’imputato ha già provveduto da solo a confermare, nel tentativo di salvarsi, il motivo per cui a oggi si trova agli arresti domiciliari.

Nella giornata processuale hanno espresso dichiarazioni spontanee altri cinque imputati: l’ex dipendente Acea, Mario Schina; “gli ‘ndranghestisti” (così li chiamava Buzzi), Ruggiero e Rotolo; l’imprenditore Pulcini; e l’ex presidente del X Municipio, Andrea Tassone.

Risultano pesanti le accuse che l’ex minisindaco di Ostia ha fatto in aula: “Ho letto nell’ordinanza che il Ros ha usato, come fonte per informazioni sul mio conto, cose scritte da due soggetti che lo stesso ex assessore Sabella in questa aula ha definito appartenere a finte associazioni antimafia. Mi avevano minacciato di combinarmi “un casino” se non avessi dato loro l’assessorato al Turismo quando sono stato nominato presidente del Municipio. Io mi opposi e li denunciai. Volevano il mio male e ci sono riusciti”.

Sono altre, però, le accuse che hanno coinvolto Tassone nel maxiprocesso, ovvero gare “ad hoc” per verde pubblico e pulizia delle spiagge per favorire Buzzi in cambio di soldi. Lui ha respinto tutto, dichiarando: “Mai preso soldi, ho sempre combattuto in quel difficile territorio che è Ostia contro le prepotenze e ho cercato disperatamente di trovare soldi per il municipio, visto che dal Comune non ci arrivava nulla. Con le gare che abbiamo fatto ho risparmiato 600mila euro per il municipio. Buzzi si rapportava con i funzionari della pubblica amministrazione, non con me. Lo dicono anche le intercettazioni. Io l’ho visto due volte in tutto”.

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