Mediterraneo: davvero Mare Nostrum?

10 Ottobre 2019, Barcellona. Dal palazzo Pedralbes il responsabile stampa dell’Unione per il Mediterraneo annuncia un nuovo accordo tra i ministri degli affari esteri dei 48 paesi membri dell’organizzazione internazionale, 15 stati mediterranei extraeuropei e i 27 stati membri dell’Ue, più la Gran Bretagna. Nuovi impegni sul clima, sulla sicurezza, sulla cooperazione tra i paesi membri, sul controllo del fenomeno migratorio che ha sconvolto le coste settentrionali del nostro mare, e tanto altro. Ci sono tutti i ministri degli esteri dei paesi membri, o almeno tutti quelli che nel Mediterraneo vogliono contare, quelli che vedono in questo mare un’occasione da non perdere, da un punto politico, economico o geopolitico. Manca però Luigi di Maio, il grande assente della riunione, che a poco più di un mese dall’inizio del suo mandato come ministro degli affari esteri della nostra repubblica, con questo gesto ha voluto mettere in chiaro una cosa: nell’agenda di governo il Mediterraneo non ha la priorità, tanto da non mandare nemmeno il sottosegretario agli esteri Manlio Di Stefano, compagno di partito dello stesso Luigi di Maio.

L’8 ottobre, il giorno della grande riunione d’apertura, il nostro ministro era forse troppo impegnato per partecipare a quel summit?!Doveva forse prepararsi per l’apparizione serale al “Dimartedì” su La7? Un impegno squisitamente politico, a cui sembra che non potesse rinunciare, soprattutto in vista delle elezioni regionali in Umbria, poi andate come tutti sappiamo. Una rappresentanza formale, dunque, quella dell’Italia a Barcellona. L’unica figura politica italiana di rilievo è la Mogherini, che però apre la conferenza a titolo di Alto Rappresentante degli affari esteri e della sicurezza europea, ad indicare che il Mediterraneo è più un affare europeo che dei popoli che ne abitano le coste. Invero sono i paesi europei, ed in primis quelli non rivieraschi, come la Germania e la Gran Bretagna, ad interessarsi di più a questo mare che un tempo usavamo chiamare Nostrum, nostro, di noi Romani.

L’Unione per il Mediterraneo è una creazione del presidente francese Nicolas Sarkozy, che nel luglio 2008 riuscì a riunire a Parigi 43 capi di stato e di governo con l’obiettivo di dare vita ad un organismo multilaterale mediterraneo sotto l’egida francese, e a farne firmare all’unanimità l’atto costitutivo ai paesi invitati alla conferenza. Il nuovo organismo aveva come fine formale quello di ridare vita e attuazione agli impegni di Barcellona del 1995 in tema di costruzione di uno spazio di gestione condivisa delle decisioni e delle responsabilità in tema di politiche ambientali, economiche e di sicurezza. La Germania, e a farne da scia i vertici di Bruxelles, espressero subito i dubbi per quella che poteva diventare una reale alternativa all’Unione Europea, con un proprio grande mercato di sbocco per le merci dei paesi rivieraschi, che poteva avere un enorme potenziale economico, un altissimo valore geostrategico e geopolitico e una base storico-culturale più solida di quella che accomuna i 27 paesi dell’Unione.

Preoccupati dal pericolo di una scissione dall’Unione del gruppo meridionale dei paesi Ue, la cintura di stati dell’Europa continentale, Berlino in testa, ha voluto fare dell’UFM (Union for the Mediterranean) un progetto europeo in cui includere tutti i paesi del blocco di Bruxelles, limitandone così il potenziale rivoluzionario che esso avrebbe rivestito per i paesi mediterranei. Ma se anche gli stati dell’Europa continentale ne fossero rimasti fuori, l’UFM sarebbe comunque stata, come in parte è stato per un periodo, una creatura francese tesa principalmente a bilanciare il ruolo preponderante che il vicino germanico andava assumendo nell’Unione e a creare un circuito multilaterale utile ad allargare l’influenza d’oltralpe in tutta la regione. Infatti, fin dalla presidenza Chirac, il Quai d’Orsay si è adoperato per assumere le redini del destino dei popoli mediterranei, a volte tramite la via diplomatica, altre volte con la spada. È infatti Jacques Chirac a cercare per primo un’intesa politica, economica e ambientale con i popoli del Grand Bleu, come lo chiamano i francesi, raggiunta nel 1995 a Barcellona, ma poi rimasta lettera morta a causa dell’ostilità mitteleuropea per un progetto che avrebbe potuto ostacolare la buona riuscita del progetto Schengen e l’entrata in corso dell’euro.

Allo stesso destino sembra oggi condannato l’UFM di Sarkozy, questa volta anche a causa delle divisioni interne al mondo arabo e tra quest’ultimo ed Israele, conflitti che i paesi europei hanno preferito alimentare al fianco di Washington invece che trovare soluzioni alternative, sintomo del fallimento della creazione di una politica estera e militare realmente europea. È stato lo stesso Sarkozy a prendere atto dell’impasse e della necessità di passare alla via della forza, tanto da fare da apripista all’intervento internazionale in Libia nel 2011, gettando centinaia di bombe sulla Tripolitania e sulla Cirenaica contro il suo ex-alleato Gheddafi, in un’operazione che lo stesso parlamento britannico ha definito atto “a servire gli interessi della Francia e a migliorare la sua (di Sarkozy, Ndr) situazione politica”. Holland non cambiò rotta: piuttosto che cercare di rianimare il dialogo inter-mediterraneo preferì bombardare ed intervenire militarmente, utilizzando l’ormai onnipresente carta jihadista, sia in Mali nel 2013 sia in Ciad nel 2014, entrambe ex colonie francesi su cui Gheddafi aveva cercato di estendere la propria influenza e di combattere quella di Parigi.

Emmanuel Macron supera tutti i suoi predecessori. Dapprima condanna l’intervento internazionale del 2011 in Libia e denuncia il colonialismo francese in Africa settentrionale come un crimine contro l’umanità, poi però nell’aprile 2019 vengono scoperti, tra il materiale bellico lasciato indietro dai ribelli della cirenaica, guidati da Haftar, missili statunitensi facenti parte di un pacchetto di armi vendute alla Francia. Iniziano così gli scandali: non sarà forse che la Francia, dopo aver riconosciuto ufficialmente, così come l’Italia e il resto del blocco occidentale, il regime democratico di Serraj, sta di nascosto finanziando e rifornendo di armamenti l’insurrezione del maresciallo ribelle? Questo violerebbe inoltre l’embargo delle armi decretato dall’ONU e potrebbe significare anche la presenza di forze speciali francesi a supporto dei ribelli. Sembra infatti che Macron si sia reso conto che le bombe fruttano più del dialogo, lasciando anche lui da parte l’occasione offerta dall’UFM.

Un’occasione per l’Italia dunque, che negli ultimi decenni ha solo incassato colpi nel teatro mediterraneo senza mai tentare un affondo. Abbiamo fornito le nostre piste di volo agli aerei che andavano a bombardare le coste libiche, settore vitale per la nostra sicurezza nazionale, senza battere ciglio. Abbiamo lasciato che paesi che si dichiarano nostri alleati dessero vita a vere e proprie politiche neo-colonialiste in ambito economico ed energetico in regioni in cui avevamo legami secolari e vitali. Abbiamo allineato la nostra politica estera a paesi che non hanno alcun interesse ad appoggiare le nostre battaglie (pensiamo solo al caso di Giulio Regeni). Viste le premesse non possiamo sorprenderci se le conseguenze della nostra politica lassista e passiva siano il ridimensionamento del nostro ruolo geopolitico nello scacchiere mediterraneo e una fiumana ininterrotta di immigrati che prendono il largo in direzione delle nostre coste, favorite da organizzazioni criminali nate dalle macerie delle città libiche. Macerie causate dalle bombe europee e americane sganciate da aerei che decollavano dalle basi del Sud Italia. Criminali però che operano incontrastati oggi più che mai a causa di una guerra civile che lacera il paese e impedisce il ritorno alla normalità istituzionale e legale. Una guerra che sono gli stessi nostri “alleati” a favorire, scaricando su di noi l’onere da pagare.

Aprire i portelloni dei vani bombe sulle città libiche, favorendo l’immigrazione di massa di profughi da tutta l’Africa, che nel caos libico trovano il principale punto di imbarco, per poi chiudere il confine a Ventimiglia, equivale a pugnalare il nostro paese alla schiena, e non è la prima volta. Occorre reagire. Ma non come fa Luigi di Maio che, dimostrando una totale mancanza di fiuto politico e di amor patrio, ha disatteso l’importante meeting dell’8 ottobre, occasione per rilanciare il ruolo dell’Italia come faro del Mediterraneo. Occorre invece che l’Italia si ponga alla guida, approfittando del vuoto lasciato dalla Francia, di un meccanismo di cooperazione teso a stabilizzare, tramite il ruolo della diplomazia, i paesi mediterranei sconvolti dalle crisi politiche e militari, cause prime delle invasioni migratorie. Dopo aver disinnescato la crisi del Mediterraneo centrale, si potrà poi rilanciare l’idea di un mercato libero mediterraneo, senza dazi né dogane, che si allarghi al settore energetico e delle tecnologie, creando così un’alternativa realistica e concreta al mercato europeo e alla moneta unica, che proprio negli ultimi anni hanno mostrato tutte le loro criticità.

Il Mediterraneo non è un’alternativa, l’Europa lo era. I governi che si sono alternati in Italia nell’ultimo settantennio hanno scelto di ignorare un mare che da quando se ne ha memoria è stato fonte risorgente di vita e di civiltà per i popoli italici. Ma come è possibile ignorare un mare che ci circonda per tre quarti, che ci dona mobilità spaziale dove altrimenti saremmo limitati dalla rocciosa catena alpina, che da sempre ci dà di cosa vivere e prosperare con le sue acque calde e cristalline, ricche di risorse ittiche ed energetiche? Non è possibile, dunque, seppur si intenda continuare l’esperimento europeo, ignorare la via del Mediterraneo, come fa il nostro ministro degli affari esteri e il nostro presidente del consiglio Giuseppe Conte; si dovrà invece perseguire, con uguale o maggiore determinazione di quanto si fa con gli obiettivi europei, il destino Mediterraneo, inciso nel DNA del nostro popolo.

Leonardo Maria Ruggeri Masini