Parisi fa sul serio, sull’esempio di Fillon

L’uomo non è “Nuovo”, ma “normale”. Non si propone come l'inviato della Provvidenza, come è stato da Tangentopoli ad oggi (vedi Berlusconi, Di Pietro, Renzi, Bossi, Salvini) ma opta per la specializzazione, la cultura politica intesa come cultura dell’organizzazione e dell’amministrazione

di Andrea Furetto Parisi

Parisi dopo il pieno a Roma del 18 gennaio, ha riempito anche la sala Sivori di Genova, città dove con tutta probabilità vuol correre alle prossime elezioni amministrative con un suo candidato. Ma appuntamenti locali a parte, il manager sta continuando a girare l’Italia in lungo e largo per incontrare gente. L’obiettivo è riaggregare l’elettorato liberal popolare italiano. Quello che – dopo il fallimento del Pdl e della rivoluzione liberale berlusconiana  – oggi è rintanato nell’astensionismo o, in alcuni casi, nel voto a Renzi o alla protesta di Grillo.

E’ certo che l’identità del liberale riformista italiano – da sempre maggioranza in Italia – oggi è in forte crisi.

E che sia Stefano Parisi il possibile rianimatore di questo malato grave in codice rosso è ancora da vedere, ma una cosa è certa. L’uomo non è “Nuovo”, ma “normale”. Non si propone come inviato della Provvidenza, come è stato da Tangentopoli ad oggi (vedi Berlusconi, Di Pietro, Renzi, Bossi, Salvini…) ma opta per la specializzazione, la cultura politica intesa come cultura dell’organizzazione e dell’amministrazione.

“Basta slogan” ripete Parisi. E via coi programmi. In controtendenza a un’epoca, condotta giocoforza anche dalla rivoluzione del web e dei social in cui il mito dell’azione politica (di stampo novecentesco) si è tradotto nel bluff della comunic-Azione. Un processo che dalla radio a internet, passando per la televisione, ha determinato la trasformazione del leader dal tipo carismatico di Weber al tele-venditore di Cologno Monzese.

Quando Alfano e Toti entrano a gamba tesa accusando di non aver chiaro il progetto politico di Parisi (le sale gliele ha riempite Forza Italia, dice il ministro degli Affari Esteri alle agenzie di stampa), dimenticano due cose. Primo che Parisi è stato scelto come candidato a Milano per le sue capacità manageriali, non per il suo pacchetto elettorale. Secondo che Alfano e Toti non sono stati affatto scelti, ma cooptati con logiche di corte.

Alfano è diventato ministro solo crescendo all’ombra di Gianfranco Micciché, che, per il tramite di Dell’Utri coordinava Publitalia in Sicilia. Toti è un ex giornalista proveniente dai Tg del biscione.

Entrambe uomini di corte senza voti propri. Tanto che Toti è diventato presidente in Liguria coi voti della Lega e Alfano alle ultime amministrative è stato sbaragliato persino nei suoi feudi siciliani.

Parisi può contare su un curriculum professionale, su una sincera cultura del lavoro, e può permettersi di parlare agli imprenditori, ai professionisti e a tutti gli italiani che lavorano dicendo  “sono come voi”. Resettando quella distanza siderale che ormai si registra tra rappresentanti e rappresentati. Quella distanza che Grillo cerca di colmare senza il criterio del merito e della preparazione, e che Parisi promette di voler colmare invece con un serio processo di selezione e formazione.

Perché una società migliore è quella che cura tutti ma che dà il comando solo ai migliori. Come avviene nelle aziende private. Dove i raccomandati alla Alfano durano poco e ancor meno gli impreparati.

La forza del Parisi-pensiero che sta emergendo dalle amministrative milanesi, è proprio questa visione liberale che mutua il meglio della cultura aziendale, alla luce però del socialismo cristiano per garantire il principio della giustizia sociale verso chi rimane indietro.

Parisi non vuole essere dunque l’uomo Nuovo del centro destra. Ma come qualcuno ha scritto e detto, la sua forza potrebbe essere proprio quella di essere l’uomo “normale”, che a differenza dei politici di oggi, abili parlatori o fortunati cooptati, conosce il lavoro e i suoi problemi alla stregua degli italiani normali.

Non ha la verve linguistica di Renzi né il carisma di Berlusconi, ma un’èra sta cambiando e gli italiani iniziano a capire che dietro uno slogan non c’è quasi mai una riforma.

L’ex amministratore di Fastweb non fa che raccontare la storia di Francois Fillon, ex primo ministro di Sarkozy, uomo di destra ultra cattolico, repubblicano, ormai dato per morto nella laicissima Francia, che “negli ultimi anni” dice nei suoi incontri – “ha girato la Francia con la sua auto, lontano dai riflettori e oggi ha vinto le primarie del centrodestra.” Sparigliando le carte e guastando i piani della sinistra, di Juppé, Sarkozy ma soprattutto di Marine Le Pen.

Quello che appare certo è che Parisi fa sul serio. A differenza di esperienze simili risoltesi come fuoco di paglia (vedì Samorì o lo stesso Marchini su scala locale, gente viva solo in campagna elettorale) l’azionista di maggioranza di Chili TV mostra uno sguardo più lungimirante, e promette di guardare oltre la prossima tornata elettorale. Per questo Toti e compagni lo temono riservandogli commenti al vetriolo. Sanno che Parisi è l’unico oggi in grado di poter sopravvivere a un infarto di Berlusconi. Che Dio non voglia comunque. E questo li destabilizza non poco.

Importante sarà la scelta degli uomini e delle donne. Da Roma a Milano e su scala nazionale ancora non esiste una struttura. Non è nei piani di Parisi creare un partito rigido, ma prima o poi una struttura dovrà esser data. A Roma, dove la scorsa settimana all’Hotel Donna Laura sono arrivati i quadri di Forza Italia rimasti esclusi dai consigli locali per il terremoto 5 Stelle, accanto all’ex candidato sindaco di Milano è apparso Francesco de’ Micheli, classe ’83. Nell’èra di Alemanno sindaco di Roma è il più giovane eletto del Pdl in Aula Giulio Cesare. Di quell’esperienza è uno dei pochi a non essere nemmeno sfiorato dalle vicende legate alla stagione di Mafia Capitale che travolgeranno il Comune, sia a destra che a sinistra. Se il progetto di Parisi manterrà pulizia e impermeabilità a vecchie logiche, la rotta è quella buona. (L’UNICO)

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