Sora, professoressa uccisa: imputato è seminfermo di mente, 20 anni

Ad Antonio Palleschi, sotto processo per l'omicidio di Gilberta Palleschi, insegnante di Sora, ma anche segretario regionale dell'Unicef, è stata riconosciuta la diminuente del vizio parziale di mente

E’ stata riconosciuta la diminuente del vizio parziale di mente per Antonio Palleschi, sotto processo per l’omicidio di Gilberta Palleschi insegnante di Sora, ma anche segretario regionale dell’Unicef, trovata morta nel novembre 2014.

La qualificazione ha portato a una sentenza di condanna a 20 anni di reclusione per omicidio volontario pluriaggravato.

La sentenza è stata emessa dalla I Corte d’assise d’appello di Roma, i cui giudici, valutando gli esiti di una perizia psichiatrica da loro stessi disposta, hanno rideterminato la pena dell’ergastolo inflitta a Palleschi in primo grado dal gup di Cassino a conclusione del rito abbreviato. Il riconoscimento della diminuente è stata ritenuta equivalente alle aggravanti contestate all’imputato (crudeltà, sevizie, violenza sessuale) e alla recidiva; a Palleschi, a pena espiata, sarà applicata la misura di sicurezza del ricovero per tre anni in una Rems (strutture sanitarie riabilitative per malati psichiatrici).

Era il primo novembre 2014 quando si persero le tracce di Gilberta Palleschi e l’allarme fu lanciato da un fratello dell’insegnante che segnalò la scomparsa della donna dopo essere uscita per fare jogging. Un mese dopo, in una cava a Campoli Appennino, nel frusinate, a una decina di chilometri da Broccostella, fu trovato il corpo di una donna, poi identificata nell’insegnante scomparsa. Era priva d’indumenti, era stata colpita con calci, pugni e una pietra. A portare in quel posto i carabinieri fu proprio Antonio Palleschi, muratore originario di Sora, subito dopo aver confessato di averla uccisa.

Secondo gli investigatori, uccise a calci e pugni e con una pietra la professoressa, dopo che lei aveva reagito a un tentativo di stupro; poi, l’aveva caricata su un’autovettura e portata in quella cava.

Il giorno dopo, secondo la ricostruzione accusatoria, l’omicida era ritornato in quella cava per un tentativo di rapporto sessuale.

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