Putin e Trump, protagonisti nella nuova èra del bipolarismo

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di Paolo Dragonetti

Nel mondo multilaterale nato dalle ceneri del Muro di Berlino, una ferita aperta nel cuore della-Europa dal 1961, e in questi giorni si celebra il trentennale del suo crollo, il ruolo predominante sullo scacchiere delle relazioni internazionali dei presidente Vladimir Putin e Donald Trump sembrano rievocare sempre più un ritorno a quel bilateralismo che torna in auge nei momenti delle decisioni massime.

Il ruolo della Cina, come potenza mondiale, e degli organismi internazionali come le Nazioni Unite non sembrano eclissare questo bilateralismo e neppure avere un ruolo predominante decisivo. Il paese asiatico è un attore di primo piano nella sfera economica, in quel silente espansionismo delle sue aziende soprattutto in Africa, e nei disgraziati episodi di violenza inaudita per frenare l’autonomia dell’isola di Hong Kong, ceduta nei scorsi decenni dalla Gran Bretagna. Più che di superpotenze nell’era del disgelo, si può intendere come protagonismo dei loro presidenti, in particolare quello americano che ci ha abituati al suo linguaggio poco diplomatico.

Per bilanciare gli eccessi, in politica internazionale, trumpiani l’altra voce è quella del presidente russo, in contrasto all’intervenzionismo sovietico, sembra difendere l’equilibrio e la moderazione ovunque. Non è il caso della Siria dove il suo sostegno al governo Assad ha probabilmente evitato una escalation dell’Isis ridotto in quel paese ai minimi termini, oltre ad evitare l’anarchia che ormai padroneggia in quei paesi dove è nata la c.d. “Primavera Araba”, in primis la Libia. Quindi il primo piano della Russia e degli Stati Uniti è dovuto non tanto alle armi nucleari o ai dati economici, bensì ai rispettivi presidenti. Le loro vite sono così diverse da rappresentare quasi due mondi incompatibili. Vladimir Vladimirovich Putin nacque a Leningrado (oggi San Pietroburgo) negli Anni 50’ in una famiglia operaia di modeste origini. La Seconda Guerra Mondiale ha stravolto la vita della sua famiglia in quel tragico assedio di Leningrado che è costato la vita a tanti pietroburghesi e ha segnato la svolta fatale per le truppe della Wehrmacht. Nell’assedio perse la vita suo fratello, mentre il padre rimase invalido.

Probabilmente il segno della guerra lo porta nei rapporti internazionali ad assumere il ruolo di mediatore più che di guerrafondaio, a meno che non siano in gioco gli interessi vitali del suo paese, come nel caso della Cecenia o dell’Ucraina. In questi casi si comporta più da patriota che da paciere. Invece è indubbio che nei casi più emblematici dell’escalation militare, ad esempio la Corea del Nord e la Turchia, agisce da tampone al rischio di una guerra da conseguenze imprevedibili. Il culmine di gravità si raggiunse con l’abbattimento di un Su-24 russo nel 2015 a opera di due F-16 turchi. Infine la sua più grande virtù è quella di non essere un guerrafondaio, avendo vissuto in prima persona gli effetti della guerra in ambito familiare. Per questo invita alla prudenza il suo omologo americano nelle situazioni di crisi. E la povertà. Finita la guerra i Putin abitarono in un appartamento condiviso (kommunalka), la cucina era condivisa e l’acqua fredda, per lavarsi bisognava andare ai bagni pubblici (Banja). Nonostante le privazioni furono sempre una famiglia unita, come ricordano i testimoni, dove regnavano l’amore e l’armonia. La sofferenza per la perdita dei due figli portò la madre di Vladimir Vladimirovic, Maria Ivanovna, a partorirlo in età adulta. Ormai divenuto parte dell’apparato nelle fila del KGB, venne trasferito a lavorare alla Prima Direzione Generale del KGB e, in seguito, alla Rappresentanza dell’Intelligence nella Repubblica Democratica Tedesca. Qui, a Dresda, lo colse la caduta dell’URSS. Un paese in disfacimento lo portò a ricostituire l’identità nazionale e la potenza russe, prima come premier di Boris Yeltsin, poi da Presidente.

L’ultimo è l’unico punto che accomuna il presidente russo a quello amreicano: la risposta identitaria nazionale a un mondo globalizzato senza più parametri. Una risposta di politica internazionale ed interna. Donald Trump è fautore di un protezionismo economico, mentre in politica estera ha le idee meno chiare: mentre in un caso minaccia una guerra nucleare senza esitazione, la Corea del Nord, in altri si disinteressa apertamente, quando afferma che gli Stati Uniti non possono essere la cassa della NATO e l’Europa deve badare alle proprie spese. Donald Trump nasce in una famiglia agiata newyorchese, è figlio del boom economico americano. Il padre, Fred, un costruttore di successo che riesce a imprimere il marchio familiare nel settore immobiliare, eredità lasciata al figlio. In seguito alla formazione educativa lavora nella Trump Organisation, l’azienda di famiglia, dove si occupa di affitti nei quartieri di Queen’s, Brooklyn e la State island. Dopo il successo dello Swifton Village nel Cincinnati torna nella sua New York dove intraprende diversi investimenti di successo, dal Grand Hyatt per finire come proprietario, negli Anni Ottanta, del prestigioso Hotel Plaza ed con l’estensione delle attività della Trump Organisation nei mondo dei casinò, dei quali il gioiello diviene il maestoso Taj Majal.

Nel tempo diviene un personaggio mediatico, con diversi matrimoni alle spalle, sempre con donne di grande fascino. La più nota ai rotocalchi Ivana, dalla quale si è separato per iniziare la sua relazione con Melania Knauss. La sua carriera imprenditoriale, all’insegna del suo nome come identificazione della sua ricchezza, lo porta finalmente a scendere in campo come outsider sul fronte repubblicano. La sua politica ha l’impronta dell’economia, agisce come a volte come uno spregiudicato investitore, come quando minaccia di fare sparire dal mondo la Corea del Nord per obbligarla a negoziare. Nondimeno una politica interna marcatamente protezionista per rilanciare l’economia del suo paese, in funzione del mercato internazionale. La visione economica del mondo di Donald Trump incontra quella geopolitica di Vladimir Putin. Il primo vuole lo scontro e la provocazione, come a Gerusalemme e contro la citata Corea del Nord, il secondo invita alla moderazione, mentre in alcuni casi per bilanciare l’influenza americana assume posizioni imbarazzanti, di sapore sovietico, come nel caso dell’appoggio al presidente del Venezuela, Nicolas Maduro. In conclusione i caratteri, e le vite, diversi sono alla base della instabilità attuale nei rapporti internazionali, come già in passato a parti invertite tra Nikita Krushev e John Kennedy.

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