Al Quirino Lunetta Savino con “La Madre” di Zeller

Lunetta Savino e il dramma delle derive patologiche di un ossessivo amore materno in scena al Teatro Quirino con "La madre" di Zeller.

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Lunetta Savino e il cast de "La Madre" sul palco per gli applausi al termine della prima.

Ne “La Madre”, Florian Zeller indaga con estrema acutezza il tema dell’amore materno e le possibili derive patologiche a cui può condurre, fino a tradursi in una sorta di complesso edipico al contrario. La partenza del figlio, ormai adulto, viene vissuta dalla donna come un vero e proprio tradimento, come abbandono del nido, a cui si aggiunge una decadenza dell’amore coniugale in atto da tempo.

Il dramma, in scena al Teatro Quirino fino al 26 marzo. Accanto a Lunetta Savino, magistrale interprete di Anna, Andrea Renzi – dal 17 marzo sostituito, per motivi di salute, da Paolo Zuccari – nel ruolo del marito Pietro, Niccolò Ferrero e Chiarastella Sorrentino. Le scene sono di Luigi Ferrigno, per la regia di Marcello Cotugno.

Anna, la madre, è ossessionata da una realtà multipla, una sorta di multiverso della mente, in cui le realtà si sdoppiano creando un’illusione di autenticità costante in tutti i piani narrativi. Il mondo di Anna è un luogo in cui lei non si riconosce più, isolata da un ménage familiare che l’ha espulsa. Ma la responsabilità di questa solitudine non sta forse anche nell’aver rinunciato alla vita? Abdicare ai sogni, alle speranze e ai desideri unicamente per dedicarsi al proprio unico figlio maschio su cui riversare frustrazioni, rimorsi e ideali d’amore non è forse un cammino che inclina pericolosamente verso la disperazione?
Ma dai ricordi di Anna si può immaginare un risveglio?

Lunetta Savino in una scena de “La madre”.

Nella sua mente di madre si affastellano ora sequenze oniriche ora situazioni iperrealistiche che, alla fine, non sembrano essere né un vero sogno, né la banale realtà del presente, ma una vertigine ipnotica e crudele dalla quale risvegliarsi è impossibile. Il tutto è reso ancor più distopico dai giochi di specchi e di luci creati dalla scenografia, scarna ma di impatto, che rappresenta una cucina essenziale nella quale va in scena, come in un flusso di coscienza, la disperazione di Anna.

Nella società liquida e levigata di Zygmunt Baumann e Byung Chul Han il senso di colpa non basta più a tenere vicini i figli. Nel dolore del lasciarli andare, per una madre, c’è tutta l’accettazione della vita nel suo divenire, c’è del lasciar andare una parte di sé per rinascere nel distacco.

F.A.

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