Raggi commossa nel giorno della Memoria: “Ricordare è l’antidoto contro l’oblio”

Virginia Raggi si commuove all'incontro con gli studenti nella sala Protomoteca del Campidoglio per la giornata della Memoria: "Ricordare significa rendere omaggio a tutti gli uomini, donne e bambini torturati e uccisi nei campi di sterminio". Mediano e Terracina: "Testimoniare è doloroso, ma sentiamo il dovere di farlo perché il nostro passato non deve tornare".

“Il giorno della Memoria è un ulteriore tappa nel cammino che abbiamo iniziato mesi fa, un percorso del ricordo che abbiamo voluto iniziare quest’anno affinché non sia solo qualcosa che studiamo sui libri di storia ma un qualcosa che viviamo dentro di noi e che è parte di noi”. Così la sindaca Virginia Raggi commossa, nella sala della Protomoteca in Campidoglio in occasione dell’incontro con gli studenti romani per il Giorno della Memoria. Insieme a lei il vice sindaco Luca Bergamo e l’assessore alla Scuola Laura Baldassarre, oltre a Sami Modiano, Piero Terracina e la moglie di Shlomo Venezia, sopravvissuti dei campi di concentramento, e il presidente della Comunità Ebraica di Roma Ruth Dureghello e il presidente della Fondazione Museo della Shoah Mario Venezia, invitati come relatori. “Ricordare significa rendere omaggio a tutti gli uomini, donne e bambini torturati e uccisi nei campi di sterminio – ha detto Raggi – e ricordare e ringraziare chi si è opposto e chi è riuscito a sopravvivere e ogni anno rivive quelle ferite per farci capire e raccontarci tutto quello che è successo. Ricordare è l’antidoto più forte contro l’oblio e l’indifferenza e lo strumento più importante per tracciare una nuova strada”.

Quindi la parola è passata ai sopravvissuti. “Ho visto cose che nessuno dovrebbe vedere. Io ero un ragazzo di 13 anni. Quando ce l’hai fatta ti chiedi perché, come è possibile uscire vivi dall’inferno. Allora ti chiudi nel silenzio, cerchi di dimenticare ma non puoi: questi occhi hanno visto morire, è impossibile da cancellare – ha raccontato Modiano –. Pensavo che non sarei stato creduto ma 11 anni fa grazie al mio amico Piero Terracina ho fatto l’esperienza di tornare ad Auschwitz, un dolore enorme. Ogni passo aveva un significato, sentivo le parole di mio padre e vedevo i gesti di mia sorella. Ogni tanto mi giravo e vedevo che nelle mie lacrime c’erano anche le lacrime degli studenti. Questo mi ha risvegliato, questo mi ha dato un impulso, è stata la scintilla, mi ha fatto capire “perché io”. Allora ho giurato di continuare e non fermarmi mai, il Padreterno mi aveva scelto. Questa nuova generazione mi dà la spinta a continuare. Io da 11 anni a questa parte sono l’uomo più felice del mondo, quando me ne andrò via ci saranno loro a parlare al posto mio”.

“Io e Sami abbiamo avuto la fortuna di passare la selezione – ha continuato Terracina –, noi non dovevamo stare nel lager, dovevamo andare direttamente nella camera a gas. Quando ci salutavamo la sera non era una certezza ma una speranza. Birkenau era la fabbrica della morte, si entrava solo per morire. Invece il 27 gennaio aprii la porta della baracca e vidi un soldato che non era un tedesco, e mi fece cenno di rientrare subito. Annunciai ai miei amici che erano arrivati i sovietici. Non ci fu nessuno che disse una parola. Come si poteva gioire? Il campo era pieno dei corpi di quelli che non ce l’avevano fatta. Mi sono trovato a 17 anni solo e disperato. Ebbi la grande fortuna di aver ritrovato gli amici, i miei cugini che mi protessero e ho ricominciato a vivere. Ora ci dedichiamo alla testimonianza nei confronti dei giovani. Ogni volta che lo facciamo proviamo dolore – ha concluso – ma sentiamo il dovere di farlo perché il nostro passato non deve tornare. Ci sono sempre delle minoranze a rischio, vanno protette e non vessate. Questo è il mio messaggio per il futuro”. (L’UNICO)

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