Scuola e pandemia, tutto quello che non si è fatto

Se la scuola funziona, cercando di non soccombere definitivamente, è grazie al lavoro di chi sta a scuola tutti i giorni e cerca in ogni modo di sopperire alle mancanze di un governo inefficiente

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Dopo quasi tre mesi dall’inizio delle attività didattiche, è opportuno fare il punto sulla situazione sulla scuola italiana in questo periodo di pandemia. Sono più di 30 anni che nella scuola ci lavoro come docente, e sono passata fra riforme e riformette che hanno avuto come punto in comune il fatto di cercare di affossarla definitivamente. Da quando poi il Ministero dell’Istruzione è stato preso in mano dalla signora Azzolina, la situazione si è fatta a dir poco grottesca. E pensare che con il suo passato da insegnante e sindacalista avevo quasi pensato che qualcosa di buono l’avrebbe potuta fare, ma i fatti mi hanno portato immediatamente a ricredermi.

Sarebbe scontato parlare dei banchi a rotelle che servirebbero “a fare didattica innovativa, rispetto a quella tradizionale con cui alcuni alunni si annoiano” (quindi la noia dipende dal tipo di banco?), o della soddisfazione di Arcuri per la consegna di circa 2,3 milioni degli stessi banchi in scuole ormai chiuse. Come sarebbe inutile commentare l’ipotesi del nostro Presidente del Consiglio che vorrebbe far tornare gli alunni sui banchi il 14 dicembre, giusto in tempo per permettere al virus di mettere tutti in quarantena da Natale alla Befana.

Purtroppo, chi prende decisioni sulla scuola a scuola non ci ha mai messo piede. Evidentemente, non ha neanche mai usato del tempo per ascoltare dirigenti, docenti, alunni, personale di segreteria, bidelli che nella scuola “ci vivono”, conoscono ogni problematica e cercano di sopperire alle mancanze dello Stato. Non ha pensato alla messa in sicurezza degli edifici scolastici, che in molti casi sono fatiscenti e non rispondenti alle norme di sicurezza: questa non è stata considerata una priorità. Con la pandemia avrebbe potuto ridurre le cosiddette “classi pollaio”, dimezzando il numero di alunni per classe, ma sarebbe stata una soluzione troppo semplice, e perciò è stata scartata.

Le scuole non sono sicure, e ciò è dimostrato dalle centinaia di migliaia di contagi fra studenti e personale scolastico. Si sarebbe potuto dotarle di sistemi di aerazione in grado di purificare l’aria e diminuire la diffusione del virus nelle aule, senza dover tenere aperte porte e finestre a discapito della salute e della concentrazione di tutti. Anche questa una soluzione è stata ritenuta troppo semplice per essere perseguita, come quella di distribuire tamponi rapidi per le scuole, che si sono persi fra i meandri della burocrazia.

Vista la difficoltà a tutt’oggi nel reperire supplenti si sarebbe potuto stabilizzare i tanti precari che da anni svolgono il loro servizio spostandosi su e giù per l’Italia per coprire i posti vacanti, ma anche questa sarebbe stata una soluzione troppo facile e si è preferito ricorrere ad un “concorso farsa”. E i tanti neolaureati che potrebbero insegnare, perché devono superare un concorso abilitante che a partire da quiz assurdi e prove improponibili, tutto fa, meno che accertare la preparazione all’insegnamento e a rallentare le immissioni in ruolo?

La scuola da ambiente di apprendimento è diventata un ambiente dove le “scartoffie” hanno più importanza degli alunni, che ormai sono solamente dei numeri. Dirigenti e docenti sono burocrati che passano le giornate a segnare nome, ora, minuti di tutte le uscite per il bagno degli studenti; a controllare febbre, tosse, starnuti; a compilare rendicontazioni settimanali di malattia per Covid di docenti e alunni, di quarantena preventiva o fiduciaria; a incrociare i dati dei possibili contatti in caso di positività di qualcuno, per informare la ASL. Dati dei contagi che il Ministero ci richiede periodicamente, ma che poi ha mancato di inviare al Cts.

Le norme emesse, poi, non sono mai chiare e ogni ASL le interpreta a modo suo. In caso di positività di un alunno, la classe automaticamente va in quarantena, mentre i docenti sottoscrivono una dichiarazione che hanno usato correttamente la mascherina e seguito tutte le norme previste per evitare il contagio e vanno al lavoro (non sottoscriverla significherebbe dire che non si è seguito il protocollo ed essere passibili di denuncia). Viceversa, se è positivo un’insegnante, tutti gli alunni delle classi in cui è entrato per più di 15 minuti vengono messe in quarantena. Eppure anche gli alunni indossano diligentemente e per tutto l’orario la mascherina. E già, la mascherina… Chi ha figli a scuola, in particolare alla primaria, ha visto che genere di mascherine il governo manda alle classi: materiale scadente, troppo grandi per il viso dei bambini e con elastici talmente larghi che in molti casi è necessario fare dei nodi per cercare di farle indossare in modo corretto.

In caso di quarantena, poi, inizia il vero e proprio incubo: la didattica a distanza. Il nostro è un Paese dove per andare da Milano a Reggio Calabria ci vuole più tempo che per arrivare a New York, e la Ministra ha pensato di risolvere il problema scuola con la didattica a distanza. In moltissime scuole, la connessione non arriva in tutte le aule e, se ci sono più di due docenti connessi in videolezioni, il terzo deve sperare in un miracolo.

Non tutti gli alunni hanno un computer o un tablet a disposizione, perché anche molti genitori lavorano da casa, e così devono seguire le lezioni dal cellulare. Il risultato? La connessione è ballerina, la lezione si interrompe continuamente, gli alunni perdono la concentrazione, i docenti si spazientiscono, i genitori imprecano. Ma la signora Azzolina, nel pieno dei suoi poteri e della sua presunzione, afferma ad ogni intervista-monologo, che la scuola funziona e che non avremmo potuto avere Ministro migliore di lei.

Cara Ministra, se la scuola funziona, o meglio cerca di non soccombere definitivamente, non è certo per il suo operato o per quello del suo governo, ma per il lavoro di chi sta a scuola tutti i giorni e cerca in ogni modo di sopperire alle vostre mancanze rimboccandosi le maniche, facendo molto più di ciò che stabilisce il contratto di lavoro, perché nel valore della scuola ci crede e non può permettere ad un branco di “scappati de casa” di distruggerla.

Natascia Paselli

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