Stefano Parisi, ecco come il manager socialista ha fatto gli scarponi a Pirozzi, “traditore” della Meloni

I rapporti con Salvini e Berlusconi non sono dei migliori, ma Parisi ha un feeling con la Meloni, a cui la sua candidatura è stata utile per mettere definitivamente fuori gioco Pirozzi, sponsorizzato dai "parenti serpenti" di Fratelli d'Italia, Alemanno e Storace

Riccardo Corsetto 

Così Stefano Parisi torna ad essere, un po’ a sorpresa, l’uomo che mette d’accordo il centro destra. Che impersona, da ex dirigente CGIL, la sintesi tra Meloni, Salvini e Berlusconi. Eppure nemmeno un anno fa, quando il manager già candidato alle comunali di Milano, aveva  rilanciato le sue azioni sul mercato politico, fondando Energie per l’Italia – forte della visibilità offertagli dalla competizione con Sala, poi vincitore nella sfida per Milano – gli apprezzamenti, per lui,  nel centro destra erano a dire poco marginali. Parisi aveva iniziato all’epoca, a Roma e in molte province d’Italia, un tour di proselitismo tra gli scontenti del Cavaliere. Un po’ alla Fillon, come amava dire in quel periodo. Girando con la macchina privata in lungo e largo per incontrare persone. Ma pur se l’impegno c’era, aveva racimolato l’adesione di una parte minoritaria del fu PDL, per lo più gli scontenti rimasti senza cariche politiche all’indomani dell’implosione del Popolo della Libertà. Il progetto era lucido: attrarre l’elettorato moderato, che non avrebbe potuto più votare un centrodestra a trazione leghista. Ma il protagonismo di Parisi, poco collegiale in quella fase, non piacque molto né a Salvini, né a Berlusconi. I quali all’epoca accolsero tiepidamente quei comizi. Di un certo rilievo l’ostilità di Toti, presidente della Liguria, fedelissimo del Cavaliere, annotata dai cronisti politici all’arrivo di Parisi, a Genova, per il suo evento nel capoluogo ligure.

Il Cavaliere se l’era legata al dito, perché Parisi aveva rimarcato pubblicamente le distanze siderali con la Lega di Salvini – che pure lo aveva sorretto a Milano contro Sala – creando imbarazzi tra Berlusconi e il suo principale e turbolento alleato.

Se a questo si aggiunge che Parisi, di converso, non ha mai nutrito una particolare attrazione per il Cavaliere, bisogna chiedersi come allora sia rispuntato fuori, e con quali meccanismi, dopo un anno, venendo di fatto a rompere le uova nel paniere di Mister Pirozzi, allenatore di calcio dilettantistico e sindaco ad Amatrice, che già ormai pensava d’averla spuntata. Con uno scatto in avanti e forte di una notorietà tristemente riflessa dal cataclisma appenninico.

Il suo nome ufficialmente lo ha proposto Ignazio La Russa, e non è un caso che i diritti d’autore siano tutti in casa Meloni, che è l’unica con la quale Stefano Parisi non ha mai fatto mistero di riuscire ad avere un dialogo disteso e costruttivo, a differenza di Forza Italia e, men che meno Lega. Così Giorgia Meloni e Fabio Rampelli (dominus di Fratelli d’Italia), che a novembre avevano incassato il protagonismo individualista di Pirozzi come un vero e proprio tradimento, mai avrebbero fatto passare l’investitura del sindaco di Amatrice, il quale aveva non solo riconsegnato la tessera ai Fratelli – quando questi furono i primi ad arrivare ad Amatrice per sostenerlo negli aiuti umanitari e dagli attacchi politici che il sindaco subiva per i crolli (ancora al vaglio della magistratura, peraltro, e che potrebbero tornare a interferire con la vita politica di Pirozzi) – ma pretendeva di essere appoggiato dai partiti dai quali si era affrancato.

Se a questo si aggiunge che i principali sponsor di Pirozzi sono diventati Alemanno e Storace, parenti serpenti di Fratelli d’Italia, si capisce come mai la Meloni e Fratelli non potessero proprio ratificarne l’investitura.

Ma non basta questo a spiegare il ritorno di Parisi. La verità è che fatto fuori Pirozzi, il convento non passava granché. Era bastato dare in pasto all’opinione pubblica, per qualche giorno, il nome di Rampelli e Gasparri per capire che il primo, fondatore e storico organizzatore di Fratelli d’Italia, è però pressoché sconosciuto al grande pubblico dei non addetti, mentre Gasparri – già ministro dei governi Berlusconi, impregnato oltremodo di seconda Repubblica – gli è forse addirittura ostile. La Lega a Roma non può pretendere di fare nomi, ma può solo subirli. Mentre Forza Italia, non avendo candidati migliori, si è accodata alla proposta della Meloni, con l’avallo di Antonio Tajani, di fatto l’unico berlusconiano di un certo peso rimasto nel Lazio.

Ora la candidatura di Parisi offrirà due vantaggi: a differenza di Pirozzi, allargherà il consenso ai moderati, e a coloro che non hanno un’ispirazione post-fascista, ma anzi, Parisi può potenzialmente pescare voti anche nel serbatoio di Zingaretti; e in caso di sconfitta, si sacrificherà al posto dei partiti di centro-destra, che in fondo nel Lazio non pensano di farcela facile.

(L’UNICO)

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