Strage funivia Stresa Mottarone: ecco perché quel cavo si è rotto non per caso

Siamo il Paese di Schettino. Ecco perché va precisato che il cavo traente si è spezzato non per una tragica combinazione con il blocco dei freni, ma per una colpevole e volontaria conseguenza dell'azione cosciente dei gestori

101

di Riccardo Corsetto 

Riccardo Corsetto
Direttore L’UNICO

Povera Patria cantava il maestro appena andato. Il Paese di quelli che credono “che tutto gli appartiene”. E qui la politica non c’entra. Così come non c’entra se Franco Battiato fosse di destra o di sinistra. Qui c’entra la mentalità. La cultura. Che ci fa essere per mille motivi il miglior Paese nel mondo, ma per altri mille il peggiore. Oggi, prima della sentenza definitiva del tribunale, dobbiamo accettare la sentenza definitiva della nostra coscienza: Siamo il Paese di Schettino e di Nerini. “E questo mi fa male”. Mi fa male, da giorni, da quando ho visto il volto di quel bambino dell’età di mia figlia sui giornali, andato via per sempre coi suoi giovani genitori, durante una gita in famiglia, solo perché qualcuno ha messo l’egoismo e i soldi, sterco del demonio, prima della vita degli altri e propria.

Vittorio Feltri, dopo la strage del Mottarone, ha dichiarato di non prendere le funivie, perché l’idea di rimanere appeso a un filo dentro a una scatoletta di ferro lo terrorizza. Fobie a parte, le funivie moderne sono considerate oggi, il mezzo di trasporto in assoluto più sicuro al mondo. Morti zero in rapporto ai milioni di passaggi. Se ovviamente non si interferisce volontariamente con il loro funzionamento. Come hanno fatto gli assassini della funivia di Stresa-Mottarone, guidati dal “comandante” della morte Luigi Nerini.

Nerini, esattamente come Schettino, o i Benetton, non solo ha accettato il rischio di far morire i suoi passeggeri, ma ha messo in atto la decisione di disattivare il freno sulla fune portante (quella immobile che tiene il peso della cabina), come se non sapesse (ma non è credibile) che è proprio quel freno che avrebbe impedito alla seconda fune (quella mobile che consente il movimento della cabina) di spezzarsi. Il freno neutralizzato ha due funzioni in effetti: una curativa e una preventiva. Entra in azione quando il sistema percepisce anomalie all’impianto, ed è per questo che la funivia da giorni si fermava; e una “curativa”, “salvavita” entra in funzione quando il cavo traente si spezza, impedendo alla cabina di scivolare fatalmente sul piano inclinato della fune, verso valle, con gli effetti catastrofici che purtroppo abbiamo osservato.

L’ASPETTO CRIMINALE DA CHIARIRE.
ECCO PERCHE’ NON C’ENTRA LA SORTE A MOTTARONE

Chiariamo subito anche questo aspetto che sui giornali non si è letto chiaramente. La rottura del cavo traente non si è accidentalmente accoppiata al blocco del freno, diciamo per una malefica combinazione voluta dal diavolo, ma ne è la diretta conseguenza. Una conseguenza “volontaria”, più che colpevole. Perché anche qualche incauto cronista continua a scrivere che alla decisione umana di disattivare i freni si sarebbe aggiunta la “sfiga” della fune che si rompe. La fune che si rompe non e’ un caso. E’ conseguenza della neutralizzazione del freno.
Perché questi impianti perfezionati già a partire dal 1976, all’indomani dell’incidente di Cavalese, dove morirono 40 persone, hanno trovato meccanismi di estrema sicurezza, monitorati oggi da centraline elettroniche che ne rilevano anomalie al computer, specie in riferimento alla resistenza delle funi, tali da mandare in blocco il movimento in caso di anomalie “ipo” o “ipertensive”.

IN QUESTO VIDEO SI VEDE COME FUNZIONA IL FRENO DI EMERGENZA “SALVAVITA”

Questi maledetti criminali hanno detto al Pm, dopo giorni che pure avevano tentato di insabbiare il loro deliberato e plurimo massacro, che la scelta di inserire il forchettone che impedisce alle ganasce del freno di saldare la cabina al cavo portante, in caso di incidente, ed evitare quindi lo scivolamento verso valle, era stata presa per evitare i “continui blocchi” dei giorni precedenti e quindi un “malfunzionamento”.

Ma l’impianto stava in realtà funzionando a dovere. Perché, proprio quello che questi disgraziati criminali chiamano “malfunzionamento” significava dire che in realtà il sistema di allarme e di sicurezza dell’impianto, così come ideato, in osservanza delle norme di sicurezza, stava funzionando a dovere. Il blocco dei giorni precedenti era la spia di allarme di un problema di tensione. Il freno quindi entrava in funzione per evitare che l’anomala tensione spezzasse la fune mobile, appunto per l’anomalia perfettamente rilevata.

Ecco perché non possiamo parlare, come qualcuno ha scritto di concause accidentali. Le cause sono assolutamente consequenziali. Non quindi casualmente combinate.

Il cavo si spezza perché Luigi Nerini e i suoi sodali danno ordine di disattivare il freno che entrava in azione. Allora che cos’è? Ignoranza del proprio mestiere? Qualcuno ha messo dei parrucchieri a gestire un impianto funicolare? Pure stavolta, per caso, dobbiamo prendercela con la politica che ha messo persone inadeguate a gestire qualcosa che non conosce? Oppure è evidente che siamo davanti al complesso di “Schettino”: quella sindrome che fa sentire l’italiano, padrone di tutto, anche della vita degli altri, “perché tutto gli appartiene”. Nerini fatturava 2 milioni di euro l’anno con la sua bellissima funivia. Non sarebbe morto di fame se pure avesse fermato l’impianto per le dovute riparazioni che il sistema frenante stava segnalando con perfetto funzionamento da giorni. Ha scelto deliberatamente di infischiarsene. Uno così credo meriti l’ergastolo. Lui e i suoi complici. Ma in Italia nessuno paga per questo tratto di onnipotenza.

Per qualche ora ci avevano fatto credere, davanti alla foto di quei bambini e di quegli innocenti, e dei loro genitori sorridenti interrotti per sempre dall’avidità di Nerini e compagnia, che fosse Dio ad essersi distratto, sulla quella cabina a guardare la magnificenza del lago Maggiore. In questa nostra Povera Patria, dove lo splendore dei luoghi ancora una volta si mischia all’orrore dell’ignoranza e della cattiveria.

E questo mi fa male, senza riuscire a trattenere le lacrime mentre scrivo. Perché “povera Patria” è una verità che fa male. Non è solo una canzone, è la diagnosi collettiva di un popolo. Che non sa correggere i suoi difetti con la prevenzione né con la punizione. Perché le responsabilità penali sono certamente personali, ma credo di poter dire che in noi italiani c’è un elemento antropologico e culturale. “Cambierà, non cambierà. Forse cambierà?”.

Dobbiamo riscattarci con il piccolo Eitan, 5 anni. Unico sopravvissuto all’impossibile. Il suo nome proviene dal Vecchio Testamento e significa “forte”, “perenne”, “dalla lunga vita”. Nella Bibbia è riportato otto volte, numero palindromo, che rovesciato significa “infinito”. Infinito come l’amore dell’ultimo abbraccio salvifico del padre, che lo ha protetto dalla tempesta d’acciaio facendogli scudo col suo cuore. Perenne come il dolore che Eitan porterà per tutta la vita. Non mollare piccolo, dai un senso al non senso e riscattaci da chi ancora una volta si è distratto. Pensavamo fosse Dio. Invece ancora una volta era il manutentore.

riccardo.corsetto@gmail.com

Facebook Comments