Suicidio assistito, caro Fabiano ecco perché non arrivai in Svizzera

Siamo uguali, anche se tu hai scelto di morire e io di vivere. La differenza la fanno gli altri intorno a noi

SALVATORE: Sei Fabiano il dj? Ho sentito la tua storia…

FABIANO: Sono io. O forse è più giusto dire “ero io”. Quel dj non c’è più da tanto tempo.

SALVATORE: Per tutti laggiù sei ancora DJ Fabiano. Anche adesso che hai fatto questa scelta.

FABIANO: Tu non la condividi, lo so bene.

SALVATORE: La rispetto molto invece. La libertà individuale è intoccabile. Tu hai scelto. Non condivido chi ti aiutato ad arrivare fin qui. Quelli no.

FABIANO: Hanno dato le braccia alla mia volontà di morire.

SALVATORE: Si lo so. Mi metto nei loro panni. Non riesco a comprendere la sicurezza di quel Marco. La sua inossidabile fede in questa causa del suicidio assistito. A proposito: Ti sei suicidato o ti hanno ucciso? Io non ho certezza di questo. Mi pongo il dubbio… lo stesso dubbio di mio fratello Pietro, che mi salvò l’anima quel giorno che desiderai più di tutti di andare. Di morire. Di porre fine alle mie sofferenze e soprattutto a quelle dei miei familiari. Tu lo sai bene Fabiano, che è quella la nostra sofferenza più grande. Vederci un peso in mezzo ai nostri cari. Un peso umanamente ed economicamente insopportabile.

FABIANO: Raccontami di quando volevi farla finita…

SALVATORE: Mi sono risvegliato dal coma dopo 4 mesi di rianimazione. Ero nella condizione che i medici chiamano di Locked in. Stato vegetale. A mia madre un camice bianco si rivolse dicendo: “signora sua figlio è una foglia di lattuga inerte”. Quel medico non sapeva che io potevo ascoltarlo e vederlo. O forse non voleva sapere…

FABIANO: Ecco tu almeno potevi vedere. Io ero al buio Salvatore. Completamente al buio.

SALVATORE: Te lo ricordi Ray Charles, il ragazzino rimasto cieco che amava la musica come te? Non vedeva ma ha fatto vedere generazioni…

FABIANO: Ma lui aveva le gambe e le braccia. Io ho perso tutto.

SALVATORE: Non ti sto giudicando. Non voglio che pensi questo.

FABIANO: Eri rimasto alla foglia di lattuga…

SALVATORE: Mia madre e mio fratello videro una lacrima uscire dai miei occhi. Ricordo che riuscivo a vedere il mio corpo come dall’alto. Ero un tronco, più che una foglia di lattuga… il mio volto sfigurato dalla paralisi. Incapace di qualsiasi segnale di comunicazione volontaria con l’esterno. Volevo gridare a quel medico che c’ero ma non ci riuscivo. Tu mi capisci. Quella lacrima sui miei occhi cambiò tutto. La mia anima disse quello che il corpo non poteva: “Io ci sono. Sono qui in mezzo a voi”.

FABIANO: Anche tu volevi morire.

SALVATORE: Si. Ho chiesto anche io di essere aiutato a morire. Ma ho cambiato idea per i miei familiari. Quando mi hanno iniettato l’unica medicina possibile per la mia condizione. Quando mi hanno convinto che loro non volevano che andassi, l’amore ha superato il dolore. La mia sofferenza è stata superata dalla loro forza. Mio fratello Pietro ha avuto un ruolo fondamentale. Senza la sua forza sarei arrivato in Svizzera anche io, anzi tempo. Anche perché poi ognuno ha la sua Svizzera. Tutti muoiono. Chi in un modo chi nell’altro.

FABIANO: Io non misuro la vita in quantità, ma in qualità.

SALVATORE: Lo so. Ho sentito la tua intervista a Le Iene. Vuoi camminare a piedi nudi sull’erba mano nella mano della tua fidanzata. Lo capisco. Io ho imparato a costruire prati verdi nella mia mente e a camminarci sopra senza piedi.

FABIANO: Giulio delle Iene venne anche da te. Io all’epoca non avevo ancora avuto l’incidente. Ricordo che piansi. E mi chiedevo cosa avrei fatto se mi fosse successo un giorno.

SALVATORE: Te lo ricordi Giulio la Iena? Che mi chiedeva di sbarrare gli occhi se avessi voluto comunicare di morire? E io che non riuscivo a non sbarrarli per comunicargli il contrario. Mi stavano mandando a morire in Belgio.

FABIANO: Dicono costi meno della Svizzera, Salvatò…

SALVATORE: La pesi la tua ironia… è qualità o quantità?!

FABIANO: Cosa devo pesare?

SALVATORE: Mentre chiedevi la morte davanti alle telecamere tutti hanno visto un’ironia che ci ha fatto ridere e commuovere. Mi chiedo se il riso di qualcuno non valga una passeggiata sull’erba… Ma non giudico la tua scelta. Giudico la sicurezza di chi ti aiutato.

FABIANO: Alla fine in Belgio non ti ci hanno portato…

SALVATORE: No. Giulio riformulò la domanda. “Salvatore se vuoi vivere stringi forte gli occhi.” E io quel movimento riuscivo a farlo. E ho stretto forte Fabiano. Più forte che potevo.

FABIANO: Adesso stiamo qui insieme.

SALVATORE: Certo. Alla fine la morte arriva. Quelli come noi non vivono a lungo. Ma io ho voluto fare la strada fino alla fine. Ho trovato forza e sollievo nell’amore di chi mi stava accanto. Soli contro un mondo di specialisti e medici per i quali ero solo un peso della società. Avrei voluto solo questo, che i media avessero trattato l’aspetto dell’assistenza non tanto al malato, ma alle famiglie del malato, con la stessa legittima attenzione che stanno dedicando al diritto sul suicidio assistito che il tuo drammatico caso ha risvegliato.

Ho una grande certezza che conservo per me e che non voglio imporre a nessuno. C’è qualcosa che le leggi non possono istituire, né la scienza può agevolare. Si chiama amore.

Marco vuole la legge sul diritto al suicidio assistito. Quella si può fare e sicuramente prima o poi la faranno.

Ma l’amore, quello non si istituisce per decreto. E una società con una legge in più e meno amore per me non è un traguardo. Credo in quello che diceva il papa polacco: la vita non si misura solo con il metro del benessere. Ci sono altri elementi, fuori dalla ragione. Che un parlamento non può sondare. Non critico la tua volontà di morte. L’ho avuta anche io. Mi spaventano quelli chi ti hanno accompagnato. Mai lambiti dal dubbio, mai sfiorati da una vitale ostinazione d’amore. Voglio che tu sappia Fabiano che ti voglio bene. Questo dialogo tra noi non è una competizione. Noi non siamo due bandiere. Anche se qualcuno ci sventolerà. Siamo due uomini passati su questa terra con i loro dolori e le loro gioie. La differenza, se ma ce ne fosse una, tra me e te, l’hanno fatta le persone intorno a noi. Quelli che scelgono di accompagnarci o non accompagnarci in Svizzera. Quelli che si mettono di traverso, che cercano nell’ironia e anche nella sofferenza brandelli di motivazione e qualità. Quelli che mettono in atto le terapie di amore che ti fanno scegliere la positività della vita alla neutralità della Svizzera. L’amore dei miei cari è stata la qualità della mia vita di malato. Il prato verde su cui ho camminato senza piedi e ho parlato con #la voce degli occhi (L’UNICO)

*Questo dialogo è frutto della fantasia dell’autore

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