Strage funivia Stresa, ecco perché Tadini non può aver fatto tutto da solo

La scarcerazione è probabilmente motivata solo dalla necessità di intercettazioni ambientali. Stando sinteticamente così i rapporti tra i tre indagati non c'è ragione per credere che Tadini abbia preso unilateralmente e all'insaputa di tutti una decisione così grave e "terroristica" come quella di inserire i blocchi ai freni. Ecco cosa rivela il Regolamento delle funivie bifuni: il caposervizio è un mero dipendente. Non può aver fatto tutto da solo, e non ne avrebbe movente e motivi

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I forchettoni che inibiscono il freno delle funivie bifuni
Riccardo Corsetto
Direttore L’UNICO

Il PM Olimpia Bossi aveva fermato tre persone per la strage della funivia di Stresa. Il gestore Luigi Nerini, il Direttore d’esercizio, Enrico Perocchio e il Caposervizio Gabriele Tadini.

Erano stati arrestati tutti e tre non appena sul tavolo per pubblico ministero era arrivata la fotografia incontrovertibile della presenza di quei forchettoni rossi che impediscono al freno della cabina di funzionare. I forchettoni sono di colore rosso, proprio per esser visti a occhio nudo. Ora cercheremo di capire come mai il GIP Donatella Banci Bonamici, ha ribaltato l’ordinanza di custodia cautelare, rimettendo in libertà Nerini e Perocchio e concedendo i domiciliari a Tadini, facendo arrabbiare non poco l’opinione pubblica, nel giorno in cui il povero Eitan, il bimbo di 5 anni, riapriva gli occhi chiedendo dove fossero i suoi genitori e il suo fratellino. Ormai estinti per la condotta criminale dei gestori della funivia del Mottarone.

Far girare una cabinovia con i forchettoni equivale ad un attentato, aveva detto Valeria Ghezzi, presidente dell’ANEF, l’associazione degli esercenti impianti a fune. E l’aveva detto a ragione.

Quello che è accaduto a quelle 15 persone, 14 morti, un solo bambino superstite, è molto simile ad un attentato terroristico. Vi spiego perché, anche se ancora qualcuno glissa su questo aspetto.

La rottura del cavo traente non è una disgrazia “casuale” che si aggiunge alla colpa di aver bloccato il sistema frenante, ma è proprio la conseguenza del blocco dei freni. E presto spiegheremo perché, regolamento delle funivie bifuni alla mano, è davvero difficile credere che Tadini abbia fatto tutto da solo.

COME FUNZIONA IL BLOCCO DEI FRENI

Il blocco dei freni è un sistema controllato da moderne centraline elettroniche, come quelle che abbiamo sulle automobili, che fa scattare il freno, bloccando l’impianto ogni qualvolta i sensori rilevino anomalie, per esempio di tensione sui cavi portante e traente. Quelle funivie hanno due cavi. Uno più grande, fermo immobile, sulla quale scorre la cabina e che ha la funzione di sostenerne il peso; l’altra di dimensione minore, mobile, è quella che si aggancia ai lati di valle e di monte della cabina trainandola ora verso valle, in fase di discesa, ora verso monte in fase di risalita.

Questi due cavi, per lavorare in sicurezza debbono avere una particolare tensione. La centralina elettronica rileva se la tensione del cavo traente aumenta o diminuisce pericolosamente. Una tensione errata può compromettere la solidità della fune, fino allo strappo. E’ questo uno dei motivi per cui il computer manda il segnale elettronico alle ganasce dei freni, posizionati sulla fune portante, che proprio come il freno di una bicicletta, si stringe bloccando lo scorrimento della cabina. E’ un sistema davvero molto semplice. Di solito entra in azione, come a Mottarone, prima che la fune traente si spezzi, proprio per evitare tragedie e consentire la manutezione dell’impianto. In altri casi, più gravi, il freno entra in azione dopo la rottura accidentale del cavo traente, consentendo alla cabina di non scivolare fatalmente verso valle, come successo sul Mottarone.

Bene, chi gestisce un impianto funicolare queste cose le sa. Non può ignorarle. Non esiste alcuna possibilità che il personale ignori questi elementari meccanismi di funzionamento. Non parliamo di un aeromobile supersonico, parliamo di una normale funivia, il cui funzionamento meccanico è comprensibile persino da un bambino e per cui il regolamento del ministero dei trasporti impone una adeguata formazione a tutti i dipendenti tecnici e al macchinista.

Veniamo al dunque e al perché della scarcerazione di Nerini e di Perocchio.

La scarcerazione è incredibile, se giustificata con le motivazioni ufficiali. E vi spiego perché: Il GIP sostiene di non aver trovato elementi probatori che confermino la correità, ovvero il fatto che Nerini e Perocchio fossero a conoscenza delle azioni del Caposervizio Tadini, ovvero dell’utilizzo da oltre un mese dei forchettoni.

Spieghiamo però perché questa situazione di non conoscenza di ciò che faceva il caposervizio Tadini è particolarmente non credibile, o per meglio dire, incredibile. Lo facciamo analizzando un attimo i ruoli dei tre uomini così come prevede la normativa.

L’esercente o gestore, in questo caso, Luigi Nerini, è il capo, ovvero il proprietario, titolare della licenza, quindi dell’impianto.

Ha dei particolari obblighi come previsto dalle normative, (vedere il Regolamento delle Funivie a doppia fune pubblica sul sito dei Ministero dei Trasporti) che chiarisce anche ai profani l’assoluto rapporto di dipendenza del Caposervizio al Gestore e al Direttore. Tale per cui non c’è ragione per credere che Tadini utilizzasse da mesi i forchettoni senza che i superiori ne fossero a conoscenza.

Proprio questo rapporto di dipendenza del Caposervizio, pone Tadini nella condizione di prendere ordini o verosimilmente suggerirli, ma non è credibile che possa aver preso una decisione così grave e unilaterale alle spalle del gestore e del direttore, per il semplice fatto che non avrebbe avuto alcun vantaggio, ma solo rischi, e tra le tre cariche è l’unico nello status di dipendente subordinato. Insomma manca il movente per l’unilateralità. 

Tra i doveri del Gestore c’è quello di, “provvedere alla disponibilità dei materiali soggetti ad usura, di ricambio e di scorta, su indicazione del Capo servizio (Tadini) o del Direttore dell’esercizio (Perocchio, nda), assicurando, se prescritto dalle norme tecniche di sicurezza per la costruzione e l’esercizio di impianti a fune, la disponibilità di idonei locali sia per la conservazione dei materiali e delle attrezzature, sia per l’esecuzione delle operazioni di manutenzione ordinaria. Ovviamente, sul piano teorico, l’unico ad avere il movente, movente economico, è il gestore.

Nerini, tra i suoi doveri ha anche quello di “dar corso ai lavori di manutenzione straordinaria, di rifacimento, di adeguamento tecnico, obbligatori o ritenuti necessari ai fini della sicurezza e regolarità dell’esercizio; ove necessario, stipulare apposite convenzioni con organizzazioni pubbliche o private in grado di fornire durevolmente ed a titolo obbligatorio mezzi e personale idoneo ed in numero sufficiente per un’eventuale evacuazione dei passeggeri e per l’effettuazione delle esercitazioni periodiche di evacuazione; curare la formazione, l’istruzione e l’esercitazione dei partecipanti alle operazioni di evacuazione da esso dipendenti, nonché mantenere in efficienza i mezzi meccanici necessari per l’evacuazione; sospendere l’esercizio qualora all’impianto non dovesse essere preposto alcun Direttore dell’esercizio (ad esempio a seguito di dimissioni e mancata sostituzione), dandone immediata comunicazione all’Organo di sorveglianza; sottoscrivere una polizza assicurativa per la responsabilità civile; comunicare al Direttore dell’esercizio.

Insomma è il Capo e da lui dipende l’organizzazione del servizio e della sicurezza. Ma attenzione, il Gestore, e quindi Nerini, non è un operativo, ovviamente.

Le mansioni e gli obblighi operativi spettano al Direttore dell’esercizio, in questo caso Enrico Perocchio, e sono quelli di rappresentare il Gestore ai fini della vigilanza tecnica sull’impianto e quindi rispondere dell’efficienza del servizio nei riguardi della sicurezza dei viaggiatori e delle condizioni di regolarità dell’esercizio. Il Direttore dell’esercizio provvede tra le altre cose a “segnalare tempestivamente all’Organo di sorveglianza tutte le anomalie od irregolarità riscontrate nel funzionamento dell’impianto, ancorché non ne siano derivati incidenti, che possano costituire indizio di inconvenienti suscettibili di determinare eventi pericolosi per i viaggiatori, il personale o l’impianto stesso; nel caso sospende il servizio, quando, per motivi di urgenza, non vi abbia già provveduto il Capo servizio, dandone immediata comunicazione motivata all’Organo di sorveglianza”.

 

L’ORGANO DI SORVEGLIANZA ERA STATO ALLERTATO CHE QUALCOSA NON ANDAVA? QUESTO RIENTRA TRA I COMPITI DEL DIRETTORE PEROCCHIO

Prima domanda per gli inquirenti. Perocchio e Nerini, che si tirano fuori da correità avevano segnalato il problema del blocco dell’impianto che hanno ammesso di conoscere e di aver solo parzialmente risolto, all’Organo di Sorveglianza come previsto dalla legge?

Perocchio tecnicamente aveva questo dovere, ed è anche quello che dovrebbe spiegarci come credeva che Tadini avesse superato il problema. Se non con i forchettoni, allora come? Questo è un punto importante. Perché Perocchio sapeva (lo ha ammesso) dei blocchi delle ganasce ad opera delle centraline.

Il Capo servizio invece (Gabriele Tadini), tra i tre ruoli quello “operativo”, ha il compito di “eseguire e far eseguire tutte le disposizioni contenute nel Regolamento di esercizio e quelle impartite dal Direttore dell’esercizio per la sicurezza e la regolarità dell’esercizio. Egli interviene inoltre, di propria iniziativa, in caso di situazioni non previste, integrando le disposizioni ricevute con opportuni provvedimenti volti a garantire o a ripristinare la sicurezza e la regolarità dell’esercizio.”

Stando sinteticamente così i rapporti tra i tre indagati non c’è ragione per credere che Tadini abbia preso unilateralmente e all’insaputa di tutti una decisione così grave e “terroristica” come quella di inserire i blocchi ai freni.

Così come risulta difficile credere che anche tutti gli altri dipendenti dell’impianto non sappiano cosa sia un forchettone e non lo abbiano visto ad occhio nudo, visto che il dispositivo ha colore rosso proprio per essere meglio notato in caso di distrazione, e non essere dimenticato dopo le fasi di manutenzione. Del resto alcuni dipendenti hanno ammesso di sapere che i forchettoni erano in uso: perché nessuno ha denunciato?

Non vogliamo accusare nessuno, ma è davvero difficile per non dire impossibile credere che Gestore e Direttore d’esericizio non sapessero della pratica anomala.

Anche perché Perocchio e Nerini hanno ammesso le problematiche non risolte all’impianto, e quindi se l’impianto è rimasto in funzione per oltre un mese è lecito pensare che conoscessero il sistema utilizzato per aggirarle. Anche un dipendente, del resto, dovrebbe essere consapevole sull’uso dei forchettoni. Così è previsto dal regolamento. Sono tante le testimonianze dei dipendenti che incolpano Tadini (in un caso in correità con Nerini) ma nessuno si è chiesto come mai i dipendenti non siano corsi a denuciare il fatto al Direttore, al Gestore, all’Organo di sorveglianza, o direttamente ai Carabinieri o meglio ai vigili del Fuoco. Se un dipendente di un aeroporto inserisce un dispositivo atto a bloccare l’apertura del carrello di un aeroplano, credo venga denunciato anche da una semplice hostess. Sull’impianto del Mottarone c’erano dipendenti addestrati certamente a conoscere l’uso e le implicazioni dei forchettoni blocca freni. Insomma, la versione del GIP sulla unilateralità del gesto di Tadini fa acqua da tutte le parti e si può spiegare soltanto con la volontà di favorire emersioni di prove in ambito di intercettazione ambientale che certamente la misura cautelare del PM Bossi aveva impedito. Ma che Nerini e Perocchio non sapessero dei forchettoni inseriti da Tadini risulta credibile come una favola. L’omertà a Stresa sembra tenesse più di una fune d’acciaio, ma qualche scricchiolio s’è sentito da subito.

“Ho personalmente capito in più occasioni che il signor Tadini riferiva al direttore d’esercizio e al gestore dell’impianto, ad ogni avaria o anomalia riscontrata, che era necessario fermare l’impianto. Ma nonostante questo le volontà sia del gestore che del direttore erano quelle di proseguire, rimandando l’eventuale riparazione dell’anomalia più avanti nel tempo, quando per esempio la funivia si sarebbe fermata per la chiusura stagionale”. Sono le parole, riportate nell’ordinanza  del Gip alle pagine 19, 20 e 21, di Fabrizio Coppi, uno dei dipendenti della Funivia del Mottarone, sentito come testimone nella notte tra martedì e mercoledì della scorsa settimana nella caserma dei carabinieri di Stresa dal Pubblico Ministero Olimpia Bossi. “Ho udito più volte lo stesso Tadini discutere animatamente al telefono con l’ingegner Perocchio e con il Nerini poichè questi ultimi due erano contrari alla chiusura dell’impianto nonostante la volontà del Tadini fosse di chiudere”.

riccardo.corsetto@gmail.com

 

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