Trony, parla l’ex dipendente: “Ci dimettemmo per salvare azienda, mai creduto a suicidio Mirabilia”

Diciassette anni nell’azienda fino a diventare Capo reparto. "Ci chiesero di dimetterci, altrimenti avrebbero mandato via loro 150 di noi. Evitammo così una triste roulette russa. Non avemmo nemmeno il TFR. L'acquisizione ci avrebbe salvati, col fallimento non avremo nulla

Intervista di Riccardo Corsetto

D: Nel 2015 vi siete dimessi o siete stati licenziati?

R: L’azienda ci chiamò per dirci che su 400 dipendenti impiegati negli otto centri Trony romani, 150 dovevano essere mandati via a causa delle sofferenze. Ci dissero che la situazione era critica e che 150 di noi dovevano andar via. Ci chiesero di organizzarci per fare una lista di chi se la sentiva di sacrificarsi. Alla fine persero l’occupazione solo 100 persone delle 150 previste. Io decisi di andarmene, perché avevo capito l’antifona e che la situazione stava degenerando, decisi di ricominciare guardandomi intorno. Con un Tfr di 17 anni avrei potuto prendere tempo.

D: Possiamo dire che si sacrificò?

R: Io come gli altri colleghi. Eravamo un centinaio.

D: Nessuno fu licenziato, ha detto, formalmente vi siete dimessi?

R: Ci offrirono uno scivolo di licenziamento, ci hanno chiesto di dimetterci, io sapevo come sarebbe andata a finire… loro dicevano non vi preoccupate che tanto verremo assorbiti… Ci chiesero di firmare dimissioni con la promessa che avremmo avuto TFR, 13^ e 14^ del 2015 e l’ultima mensilità. Ma alla fine i soldi non sono mai arrivati e la mia vertenza non vale più nulla.

D: Euronics Nova voleva assorbirvi, ma la curatela disse che non davano garanzie. Offrirono 31 milioni…

R: Adesso dopo sei mesi, e dopo una sentenza di fallimento, quegli otto punti vendita valgono molto di meno.

D: Però la notizia diede morale in quei giorni.

R: Certamente. Tutti speravamo nell’acquisizione. Era la salvezza e l’unica possibilità di una continuità.

D: Ma una lettera di licenziamento non l’avrebbe tutelata maggiormente anche in sede di liquidazione fallimentare? Chi erano i vostri sindacati?

R: Siamo stati truffati. Abbiamo presentato questa lista di sacrificandi, per evitare una triste roulette russa. L’alternativa a che scegliessero loro i nomi da mandar via. All’epoca c’era la CGIL e la UIL e poi ogni punto vendita aveva le sue RSA di riferimento.

D: E mentre firmavate dimissioni in bianco non sono intervenuti? 

R: Noi dimettendoci pensavamo di agire per il bene del gruppo. Facemmo una scelta difficile. Anche perché ci garantirono che l’azienda avrebbe ripreso e ci avrebbero richiamato. Purtroppo non è andata così.

D: Lei lavorava da tanti anni ha detto…

R: Diciassette anni di esperienza in Trony. Ho preso servizio al primo Trony della Capitale. Eravamo in 70 quando abbiamo iniziato. In tutti questi anni, in cui sono arrivato ad essere capo reparto, ho lavorato in quasi tutti i punti vendita, Appia, Cinecittà, Marconi, Tiburtina e Bufalotta. Anche un periodo a Ponte Milvio. Trony è stata la mia famiglia in quasi vent’anni.

D: Mirabilia l’ha conosciuto?

R: Chi Giacomo? Era direttore a Tiburtina, dove io ho lavoravo, era una persona dal carattere duro, ma una grandissima persona.

D: Morto suicida lanciandosi dal balcone della società in via Schiavonetti.

R: Io non ci credo a questa versione. Era uno che veniva in negozio e parlava coi dipendenti. Quella morte ha creato in tutti noi un grande punto interrogativo. Anche perché Giacomo non era un tipo da cui ti puoi aspettare un gesto del genere. Suo figlio lavorava con Edom alla Romanina, lo conoscevamo bene. Quella notizia sconvolse tutti. All’inizio qualcuno parlò di infarto, poi di suicidio. Ci fu grande confusione su quell’episodio.

D: Spieghi meglio…

R: Circolava l’idea che non avesse avuto la forza di reggere a quanto accaduto a Febbraretti, il presidente Edom all’epoca… suo cugino…

D: Giacomo Mirabilia si suicidò 11 giorni dopo l’arresto di Febbraretti. 

R: Esatto. Una storia oscura. Dicevano che era salito a fumare al balcone dell’ultimo piano e girava voce che fosse scivolato appoggiandosi alla balaustra. Dissero che avesse avuto un malore, un infarto, e fosse caduto accidentalmente di sotto.

D: Si parlò di suicidio.

R: Secondo me è impossibile.

D: Dopo l’anticipazione del fallimento sul nostro quotidiano L’Unico, è divampata una querelle. I lavoratori di alcuni punti vendita hanno fatto sapere che la questione legata all’occupazione sarebbe in via di risoluzione. Hanno chiesto riserbo intorno alla notizia, e hanno scritto che è tempo che si lavora a garantire continuità occupazionale. Ancora prima dell’arrivo della sentenza.

R: Quel comunicato a me è parso un po’ strano. Posso dirle per certo che nessuno dei miei colleghi, che tutt’ora frequento, sapevano del fallimento fino a due giorni dopo la pubblicazione della sentenza. Nessuno è mai stato coinvolto, a parte qualche rappresentante sindacale. Quindi non mi torna quella rivendicazione di partecipazione unanime.

D: Quando avrebbero saputo i suoi colleghi del fallimento?

R: Il 15 Febbraio per la precisione. E’ arrivata una lettera a tutto il personale che dava comunicazione del fallimento. C’è scritto che dal giorno successivo tutti i negozi sarebbero dovuti rimanere chiusi e i dipendenti esonerati dall’attività lavorativa. A Bufalotta so per certo che nessuno dei colleghi sapeva della chiusura prima della lettera.

D: Ha fatto vertenza?

La lettera che comunica ai dipendenti il fallimento dei Trony romani – Tutti i diritti riservati L’Unico 2017

R: Si ma a questo punto è tutto vano. Solo con l’acquisizione avrei potuto recuperare quello che mi spetta per i 17 anni di lavoro. Ho l’udienza a maggio.

D: Ora si parla di nuovo di Euronics Nova…

R: Magari avessero acquisito a tempo debito. Se fosse andata in porto l’acquisizione si sarebbe garantita continuità e anche chi è rimasto senza lavoro nel 2015 rivedrebbe i soldi delle liquidazioni. Non capisco perché mandarono a monte il piano. Adesso il fallimento mette fine alle speranze.

(L’UNICO)

 

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