Un vespaio targato Ilva

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Siamo alle battute finali di un dramma preannunciato. I vari cambi di gestione, le ristrutturazioni e addirittura i sequestri della magistratura, accompagnati da un profluvio di polemiche, a nient’altro sono serviti se non a far desistere la nuova proprietà anglo-indiana dal continuare a gestire, sino a rilevare definitivamente, la vecchia gloria della siderurgia italiana. Ora qualcuno dice che ArcelorMittal lascia la presa a causa della rimozione del cosiddetto “scudo penale”, talaltri imputano al Di Maio nazionale tutto lo sfascio.

Intanto diecimila e passa posti di lavoro sono in pericolo, senza contare l’effetto-domino che la chiusura dell’impianto sortirebbe su un comparto economico come quello nostrano, ad oggi afflitto da una gravissima crisi recessiva. I sindacati si strappano le vestI, mentre il nostro Presidente del Consiglio, “Giuseppi”, (quello, per intenderci dell’irrilevanza elettorale dell’Umbria, rispetto ad una qualsivoglia metropoli del sud…), dice di voler risolvere tutto con non sappiamo ancor quale tocco di bacchetta magica, in questo spalleggiato dal fido Zingaretti e da un sempre più stralunato Di Maio.

A onor del vero, per poter effettuare una valutazione tecnica del caso, andrebbero esaminate con cura le clausole del contratto al tempo dell’esecutivo giallo-verde, siglato dalla multinazionale e gli ex commissari Ilva. A sentire l’ex ministro Carlo Calenda, che fu tra i ratificatori della sua prima versione, esso prevede sì il recesso, ma solamente qualora intervengano gravi e sostanziali modifiche della giurisprudenza in materia.

Ora, che le multinazionali ed in genere le grandi concentrazioni di poteri economici si facciano portatori di comportamenti a dir poco scorretti è cosa ampiamente risaputa, ma in tutta la vicenda c’è una nota stonata di cui, ad ora, nessuno ha voluto né vuole tener conto. Nonostante i rovesci economici e le crisi recessive, il nostro paese rimane tra le prime tre economie del Vecchio Continente, sia per quanto attiene l’industria manifatturiera che per altri comparti, tra cui quello della siderurgia, che ha fatto dello stabilimento Ilva di Taranto l’acciaieria più grande d’Europa.

Quella dello stabilimento di Taranto, non è l’unica tragica e paradossale vicenda che tocca un’industria italiana. Potremmo parlare di Alitalia, Fiat Borsalino, Melegatti, Lemonsoda, Buccellati e tante altre, svendute, cedute, delocalizzate nel più totale silenzio ed indifferenza dei media “embedded”. Un costo del lavoro eccesivo, una fiscalità gravosa ed improduttiva, le lungaggini bibliche dei procedimenti della giustizia civile ed amministrativa hanno fatto scappare o mandato a zampe per aria le nostre industrie. Se poi, a questo quadro di congenite e mai risolte carenze strutturali, si aggiunge il totale e codino asservimento dei nostri esecutivi ai diktat globalisti dell’Unione Europea e degli organismi internazionali del commercio, il quadro è completo.

La risoluzione di una questione di questa portata non potrà, pertanto, che passare attraverso due binari strettamente correlati. Il primo è un recupero netto e deciso della nostra sovranità economica, che non può non passare attraverso l’assunzione di un atteggiamento determinato e senza sconti verso l’Europa e verso tutti coloro che credono di venire in casa d’altri e fare impunemente quel che credono. Per fare questo, però, occorre un deciso cambio di marcia, principalmente in casa nostra. Bisogna rendersi conto che non si può andare avanti così, vivacchiando con medie di crescita da prefisso telefonico e con esecutivi stiracchiati e non eletti dalla volontà popolare. Il liberismo sta mostrando, ora più che mai, il suo vero volto.

E forse, mai come questa volta, dovrebbe valere il detto che “non tutti i mali vengono per nuocere”. La fuga della Arcelor Mittal dovrebbe rappresentare l’occasione per una sostanziale ripresa dell’intervento pubblico nell’economia. Magari sulla falsariga di quanto si vorrebbe fare con Alitalia, ma in maniera decisamente più dirigista, attraverso una normativa “ad hoc” che, giustificata dalla situazione di immediato pericolo per i posti di lavoro e le gravissime ricadute sul piano nazionale, dia il via libera ad una sostanziosa offerta da parte di Cassa Depositi e Prestiti ed alla costituzione di una partecipata, il cui socio di maggioranza sia lo Stato, Europa o non Europa.

Riteniamo che, al di là di sterili ed inutili polemiche, di tentennamenti e ritrosie, questa sia l’unica via d’uscita per l’intero nostro comparto economico e per un paese come il nostro, altrimenti avviato verso una irrefrenabile china di declino. Un salutare riprendersi le chiavi di casa, dunque, di contro a chi crede di poter venire a far la spesa qui da noi, alla bella faccia di chi, dopo aver lavorato una vita intera, rischia di ritrovarsi tra le mani un pugno di polvere e le belle chiacchiere dei vari politicanti da strapazzo.

Umberto Bianchi

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