Verga, Guarneri onora il centenario della morte con “La roba” al Quirino

Al Teatro Quirino di Roma una delle più note "Novelle rusticane" di Verga: la roba. Enrico Guarneri è il protagonista di una critica ad un egoista arricchimento che rimane sterile e vuoto.

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Enrico Guarneri e tutto il cast sul palco per gli applausi al termine della prima de "La roba"

La compagnia siciliana Progetto Teatrando celebra il centenario della scomparsa del grande autore verista Giovanni Verga, mettendo in scena una delle sue novelle più famose, che sono diventate la base di partenza per la redazione del suo ciclo dei vinti. “La roba” sarà in scena fino al 12 marzo al teatro Quirino di Roma, per la regia di Guglielmo Ferro.

Capocomico è l’attore catanese Enrico Guarneri, che in Sicilia è noto per l’interpretazione del bizzarro personaggio Litterio nelle trasmissioni televisive locali, ma che è capace di dimostrare doti drammaturgiche senza eguali. Con lui in scena Giampaolo Romania, Nadia De Luca, Francesca Ferro, Rosario Marco Amato, Elisa Franco, Alessandra Falci, Gianni Fontanarosa, Giuseppe Parisi e Maria Chiara Pappalardo.

Una scena de “La roba”.

La scenografia, scarna ma intensa, è firmata da Salvo Manciagli ed costituita solamente da un grande ulivo al centro della scena. Diventa simbolo di quelle terre, quasi sconfinate, che costituivano la roba di Mazzarò. Di fatti, proprio così si apre la rappresentazione: con Mazzarò che elenca le sue numerose proprietà nella piana di Catania, mentre i suoi braccianti sono intenti a svuotare i canestri alla fine della giornata di lavoro.

Pilastro portante dell’opera è la bramosia del possesso, l’attaccamento ai beni materiali, alla continua ed incessante mania di accrescere la roba. Pascoli, terre, animali, coltivazioni: beni che possono certamente produrre ricchezza, anche a costo di rinunciare ai medicinali – considerati soldi buttati, perché alla morte non c’è rimedio – e di trascurare il benessere e la felicità dei propri operai. Che però non vogliono (o non riescono) ad abbandonare quelle terre “del Passaneto e del Passanitello”: ideale dell’ostrica docet.

Persino la morte sul lavoro di un operaio che aveva preso la malaria ma che voleva comunque lavorare per mantenere un figlio che aveva concepito con un’altra operaia, o l’omicidio per gelosia compiuto da un altro operaio, vengono vissute egoisticamente da Mazzarò, che considera una maledizione quel sangue sparso sulle sue terre.

È, insomma, una critica tipicamente verghiana ad una sterile ascesa di potere, ad una crescita personale che, tuttavia, non porta a nulla, perché pur avendo accumulato una “roba” più che consistente, Mazzarò continuerà comunque a vivere tra miseria e sacrifici: non ha amici, non ha famiglia e nemmeno vizi, per l’ossessione di non sciupare la roba. Una roba che in Verga diventa ancora di salvezza per tutti i derelitti della società, per coloro che lottano a costo della vita pur di non soccombere al ‘darwinismo sociale’ dell’epoca.

F.A.

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